Capisco la tristezza che nasce quando, sull’ultimo fotogramma del film, gli attori, quelli consumati, quelli bravi, quelli che hanno vinto tutto, lasciano la scena. Con un rumore sordo, con una musica gonfia di acuti violini che inondano il palcoscenico. E la frase, la frase dovrà essere ricercata, con voce roca, strascicata, ridondante, da ricordare. Perché gli attori consumati, quelli veri, hanno sempre una frase per entrare nella memoria della gente. Alcuni usano frasi nichiliste (Moretti in Palombella Rossa: Ma come parla… e ancora, Moretti in Caro diario: “Di qualcosa di sinistra. Di qualcosa”) altri hanno il futuro davanti, con il rosso d’un tramonto infuocato (Rossella O Hara in via col vento: “Domani è un altro giorno”) oppure ti lasciano con frasi echeggianti (il finale di Il brutto, il buono e il cattivo: “Biondo… sei in grande figlio di….” dentro la musica del magnifico Morricone che avanza). Insomma, gli attori, quelli veri, hanno sempre diritto ad un finale grande, incantevole, forte, durevole. Mi ha quindi meravigliato la frase ad effetto di un attore che cavalcava le scene da molti anni. Un attore che ha sempre amato la parte da “protagonista”. Ha deciso di abbandonare il set e, con passi dolci, felpati, cavalcando il teatro ha dichiarato: “Decido di non candidarmi e mettere la mia esperienza a disposizione del partito”. Addio. Domani è un altro giorno, Passoni ricordatelo.
Non riesco mai a capire se i grandi attori recitano sempre, anche quando i titoli di coda sono passati o se, dentro qualche piccolo angolo della loro anima hanno un cassetto per se stessi e per le loro emozioni. Non lo so. Non l’ho mai capito. L’Onorevole Spissu è uno di quelli. Compassato, docile, barba in sintonia con l’ideologia, sorriso che riporta a foto ottocentesche. Ha dichiarato, proprio stasera, che abbandona il proscenio. Si mette a disposizione del partito. Mica della gente. Del partito. Alberto Sordi, buon conoscitore dei difetti italiani avrebbe dolcemente risposto: “Ma de che?” Oppure, parafrasando un suo grandissimo film (un americano a Roma) poteva riadattare il monologo con gli spaghetti: “ Spissu, tu me provochi e io mo’ te magno” . Perché, in realtà, le regole del gioco erano chiare e limpide. Due mandati e si torna a casa. Poi i mal di pancia, le voglia incontenibile di far valere le regole per gli altri e non per se stessi (e se qualcuno dice che non è leale, lo si taccia di giustizialista…). Bene avrebbe fatto l’Onorevole Spissu da subito, dal giorno successivo alla caduta della giunta a dichiarare, da buon attore che conosce le parti a memoria, che lui non avrebbe accettato altre candidature, che sarebbe tornato, tranquillamente, al suo lavoro. Che il servizio (perché la politica è un servizio) era finito. Adesso tocca ad altri. Ecco, questo avrebbe dovuto fare il buon Spissu. Ed invece, come nei peggiori b-movie (film di seconda categoria) ha ripetuto troppi ciak e la recitazione era frammentaria, ma la speranza era legata al fatto che, in ogni caso, il film avrebbe avuto successo. Non era così. L’abbandono dalle scene è molto mesto. Mi auguro soltanto che il partito per il quale l’Onorevole Spissu si è messo a disposizione gli dica, amorevolmente di fari da parte. Che abbiamo bisogno di gente che ritorni tra la gente a confrontarsi. Questo sarebbe stato un bel gesto. La bella frase. Che mi sarei aspettato. Che ci saremmo aspettati: “Torno al mio lavoro”. E l’Onorevole Spissu non ha pronunciato. Peccato. Perché tutti aspettavamo un gran finale. Che non c’è stato. Siamo andati al cinema per vedere un film acerbo e forte e ci siamo trovati davanti ad una pellicola passata troppe volte davanti agli occhi. E l’attore protagonista ha perso un’occasione.
Ps: E’ chiaro che dall’altra parte (Partito delle Libertà) il problema dei due mandati non se lo pongono neppure. Quindi non potevo discuterne. Ma la questione morale non si osserva mai dall’alto in basso. Si comincia da casa propria. E scrivere questo pezzo mi ha procurato molto dolore.