Stasera giornata della memoria. Ci siamo ritrovati da Pietro, nella sua libreria caffè il Manoscritto ad Alghero, ad ascoltare parole, a riannodare ricordi, a frugare dentro gli occhi di cose apparentemente lontane, apparentemente concluse. E’ difficile non riportare i cuori a quelle immagini, a quelle storie, a quelle assurde vicende. Stasera abbiamo provato ad andare oltre. Abbiamo provato a raccontare altri olocausti dimenticati. Ho provato a infrangere muri altissimi, di cose davvero difficili da raccontare. Come il massacro armeno ad opera dei turchi ottomani che, grazie soprattutto ad internet, è ormai riconosciuto dalla comunità internazionale. Ne ho voluto parlare perché io a Erevan, in Armenia, ci sono stato. All’interno di una missione della comunità europea per verificare lo stato delle carceri in quel paese e per capire se esistevano ancora detenuti condannati alla pena di morte. Un’esperienza davvero importante, davvero difficile. In quell’occasione (eravamo nel 2000) la nostra guida, un ragazzo che studiava italiano a Bologna, cominciò a raccontarci di un olocausto ad opera di turchi ottomani che, nel 1915 avrebbero massacrato oltre un milione e mezzo di armeni. Mi sembrava impossibile. Eppure lui insisteva e ci accompagnarono, un giorno, in una collina dove vi era un monumento molto scarno, molto “stile sovietico” composto da una grande lampada all’interno di un cerchio. Più sotto un corridoio grigio e lugubre con alcune gigantografie che testimoniavano quel massacro. Possibile che fosse successo questo e nessuno ne aveva parlato? Oggi sappiamo, quasi con certezza, come si sono svolti i fatti e che quell’orrore ha preceduto il più famoso e terribile olocausto che il 27 gennaio di ogni anno abbiamo deciso di ricordare. Per non dimenticare. Cosa c’entra tutto questo con la campagna elettorale in atto? Cosa c’entra con i problemi della Sardegna, il suo sviluppo, la sua cultura, il turismo sostenibile?
C’entra. Perché la memoria è importante. E’ uno dei miei “cavalli di battaglia”. Non esiste un popolo senza la sua storia. Non possiamo nasconderci dentro un piccolo ombelico di terra senza guardarci da dove siamo partitii. Tutto questo ci appartiene. Perché appartiene alla storia dei popoli. Ho regalato, nella serata da Pietro, ai presenti un racconto. Che voglio riproporre anche a chi legge questo diario. Perché è un pezzo della mia vita, della nostra vita. Parliamo di un piccolo olocausto che ci ha segnato. Mi rivolgo, ovviamente, a quelli della mia generazione.
Il 2 agosto 1980, il giorno della bomba alla stazione di Bologna, si sono modificati gli umori e le nostre storie. In maniera indelebile. Non possiamo dimenticare. Non dobbiamo. Ecco il mio strano impegno in questa campagna elettorale che vedo sempre più piccola, senza colpi d’ala, senza nessun respiro. Regalare storie da cui partire e su cui discutere. Solo in questo modo, partendo dalla nostra storia, dalle nostre fotografie in bianco e nero, dalle nostre urla, dai nostri singhiozzi, dalla rabbia, dalle gioie trascorse, potremo costruire un futuro per la mia forte e dolcissima terra. Chi promette palazzi senza fondamenta è destinato a fallire. Per sempre.
Buona lettura.
“Nel nome del popolo italiano”.
Basta. Abbiamo perso. Lo sento dal modulare forte del presidente. Lui canta dentro le sentenze. E questo è un tango disperato. Per il mio cliente. Camminano le note di Bahìa Blanca di Carlos di Sarli, strascicate e lente.
Visto l’articolo 575.
Dio come lo canta bene, questo articolo cattivo, apparentemente asciutto e senz’anima, mentre la musica cammina e racconta una tristezza infinita, che attanaglia, - Nostalgias di Cadìcamo,- l’aula asciutta e disadorna.,
Condanna l’imputato qui presente.
Musica che non ascolto. L’avvocato non dovrebbe mai essere presente alle sentenze. Perché le assoluzioni non sono vittorie, ma semplici dimostrazioni di giustizia. Semplicissime. Le condanne hanno un rumore diverso. Liquido che si raddensa dentro gli occhi dell’imputato e gola che si asciuga nel volto dell’avvocato.
Gli anni.
Sono secoli.
Piallano la vita trascorsa e la rimodellano in maniera quasi immediata. E’ come trovarsi davanti ad un’immensa pianura e velocemente sopra una collina. E da quella collina cominci a contare gli anni che quel giudice, con il suo atroce canto ti snocciola e le colline, d’incanto, diventano montagne e il volto, il mio volto, va a ricercare le scarpe e conta le mattonelle come quel giorno.
Il due agosto 1980.
Ritorna dentro un bianco lattice la sala d’aspetto che è un ricordo indelebile, inenarrabile, incontenibile, imprescindibile, enorme e senza nessun rumore.
Contavo le mattonelle.
Così.
Perché dovevamo aspettare un treno verso il sud. Un treno che non arrivava per la mia fretta dentro i 16 anni. Perché Vittorio mi aspettava e attendeva i miei occhi e la mia bocca e quel seno che la notte osservavo con attenzione e tensione. Dai sorrisi di Vittorio misuravo se il seno cresceva o – sorriso defilato – si era fermato un attimo.
Gli attimi.
Ho sempre inseguito gli attimi.
Mi è rimasto questo.
Contare le mattonelle e controllare il tempo.
Sperare non camminasse.
Che non avesse più i minuti che scorrevano.
Mi è rimasto da quel giorno.
Dal giorno bianco della mia vita.
Quando la pianura si dipanava dentro un treno che aspettavo, Vittorio che sussurrava e una bambina che giocava. Dentro la sala d’aspetto.
Condanno l’imputato alla pena di anni 21.
Ho contato tutti i puntini neri della mattonella che ho davanti. Probabilmente è sempre la stessa delle solite sentenze che ascolto dentro quest’aula. Ma i puntini non tornano mai. Come gli anni di carcere. Si modificano a seconda degli occhi e delle modulazioni della voce del giudice. Ho sempre avuto questo sentore. La voce e la musica. Due fattori importanti. Fin dai miei 16 anni. Quel treno, il due agosto 1980 lo aspettavo non solo per Vittorio ma perché avevo deciso, nella mia incongruente voracità di scelte adolescenziali di provare con il ballo: il tango.
Perché il tango aveva le cadenze giuste per il mio carattere. E per il mio bacino e per il mio seno piccolo e che non avrebbe mai stonato durante il mio ballare.
Perché il tango è mestizia pura, incontrollata e incontrollabile, perché il tango è un pensiero triste che si balla, ma nessuno decide come.
Perché il tango è fantasia corporea, improvvisazione, eleganza e sessualità. L’uomo guida, la donna segue. Ma non è mai una decisione semplice. E neppure scontata.
Perché il tango sono sguardi e braccia che si odorano e si annusano e si toccano e i capezzoli si inturgidiscono all’idea di stringere nervi che non sono i tuoi. Perché il tango è il bandoneon che muove le note, senza percussioni, apparentemente senz’anima, ma con una gioia nascosta all’interno del suo legno e dei polpastrelli che sfiorano i piccoli fori.
Perché il tango è il rumore dei corpi che non si contorcono ma si cercano. A volte per tutta l’esistenza.
Perché il tango ha dentro il rumore della vita e l’odore della sensualità e il colore delle parole che si sussurrano mentre si contano i passi e le mattonelle. Ho sempre pensato che ballare fosse consumare un pezzo di pavimento che ti capitava sotto. Io ho sempre avuto un amore innato per i pavimenti, i mattoni, l’odore freddo del marmo.
Dal 2 agosto 1980.
Il giorno delle decisioni.
Dentro una sala d’aspetto che squagliava le facce e Francesca, che aveva tre anni, davanti alla sua gracile madre ballava. Perché sapeva ballare. Perché aveva la dolcezza del movimento, la sinuosità del corpo che sguazzava dentro quella sala senza musica Francesca si muoveva e suonava, suonava con il corpo dei suoi tre anni. Senza seno e senza fianchi ma con estrema sensualità. Improvvisava e disegnava quasi un abbraccio frontale e asimmetrico proprio quello in cui, nel tango, l’uomo cinge la schiena della propria donna. E da quei movimenti dentro una sala d’aspetto di Bologna partivano le note più belle e ispirate di Astor Piazzolla, Angel Villoldo, di Manzi e Demare. Ballava Francesca dentro Malena, El Choclo, Verano Porteno. Non aveva un’idea predefinita. Ma aveva la musica dentro e una sola certezza: era stata costruita per il tango. Magari sarebbe diventata la regina della Milonga o di una Tangueria Faccia scura, piccolo olivo gonfio di frutti e denso di vita. Sarebbe vissuta a lungo Francesca. Me lo sentivo.
Il 2 agosto 1980 sarebbe stato solo l’inizio.
L’imputato ormai condannato osserva i miei occhi che non ne vogliono sapere di raddrizzarsi per incontrare il suo sguardo. E lui non ha voglia di discutere dentro i 21 anni appena incassati in una musica funerea che nessuno ha voglia di mettere in ballo. Nessuno. Lo guardo dopo qualche minuto e vorrei invitarlo nella sala del tribunale a ballare un tango.
In silenzio, senza musica. Solo a contare i passi, a raggomitolarli dentro gli anni che il giudice gli ha affibbiato, a stringere le lacrime che non riesce a produrre, ma sono milioni per ogni anno e ogni mese o ogni giorno e ogni ora e minuto e secondi e millesimi di rabbia e di impotenza. Adios Nonino, parte con Astor Piazzolla, ma sarebbe meglio Libertango. Ed invece, nessun passo e nessun abbraccio. Solo i pesanti anni di un carcere senza musica e senza nessuna nodosa avidità di mani e di corpi che si cercano. In carcere, se chiudi gli occhi, non si sente nessuna musica.
Non avrei mai dovuto fare l’avvocato.
La colpa è di Vittorio. Perché mi piace colpevolizzare gli altri. E’ un atteggiamento infantile che mi è rimasto.
Dal 2 agosto 1980.
Sembra che da quel giorno mi sia quasi rifiutata di crescere. Luisa la chiama sindrome di Bologna e io sorrido e non le chiedo mai spiegazioni. Luisa non risponderebbe. Dentro il suo Mp3 e le sue musiche sudamericane. Vive nella salsa e di Cuba. Ama alla follia Fidel Castro e Che Guevara e sostiene che il socialismo di quelle parti sia l’unico praticabile. A Cuba non c’è mai andata e quando le chiedo quando si decide a fare il salto verso il socialismo castriano sorride e risponde che ha paura, paura di non tornare. Io Luisa la frequento dopo che rientro dallo studio. Stanca delle parole ascoltate e delle frasi costruite per controbattere alle diverse verità che ognuno mi racconta. Sempre pronto a barattare la sua storia con la vita di qualcuno. Difficilmente con la sua.
E’ Vittorio il mio baricentro. Dalla musica al Tribunale. A dirmi che i codici hanno un rumore. Il rumore della gente e che leggendoli se ne sentono le voci. Io, che quel giorno il due agosto 1980, guardando la dolcezza di Francesca avevo deciso per muovere il mio corpo verso altri lidi e altre colline, mi ritrovo a verificare gli attimi delle esistenze altrui. E soppesarli. Davanti a chi si sente arbitro in terra del bene e del male. E noi? Quelli con un’altra toga che razza di personaggi siamo? Corvi o colombe che volteggiano dentro un’aula arida. E’ bello parlare con gli occhi dentro il codice. Muoversi, spostarsi lievemente, di una leggerezza pianificata, piccola, misurata. Piccoli passi verso il giudice che guarda e non disdegna un sorriso ma se lo riconduce dentro. Subito. Gli arbitri in terra del bene e del male non sorridono. E non ballano. Non hanno colori dentro quella toga sempre nera. Che non vola, che non produce nessuna leggerezza e nessuna nota degna di una piccola canzone.
Non sanno condurre. E’ paradossale ma è così. Non ho mai conosciuto un giudice ballerino di tango. Troppo scontato, non apprezza i passi, non può capire la voce struggente di Roberto Goyeneche - il polacco - o quella di Osvaldo Pugliese.
Non sa abbracciare una donna. Solo una causa. E le cause non sanno ballare. Non hanno sesso e capezzoli e non si muovono. Non hanno anima.
Le cause, come i codici, non pulsano.
Vittorio non l’ho più visto.
Da molti anni.
Ci siamo lasciati perché i codici non sono tutti uguali. E lui aveva scelto musiche diverse. Più semplici e melodrammatiche. Da operetta. E’ diventato un grande avvocato matrimonialista. E mi fa sorridere. In realtà gestisce divorzi e mica a quelli a buon mercato. Si è lanciato nel jet set. Decide solo le camicie. Sempre bianche e immacolate. Il prezzo, quello, lo gestiscono i suoi clienti. E pagano bene. Musica sicura, insomma. Altre parole dentro i codici, altri sudori. Lui non ha mai difeso un extracomunitario accusato di vendita di cassette false, condannato ad anni cinque dal giudice arbitro in terra del cielo e del mare e i miei occhi quel giorno non videro più le mattonelle e ritornai al 2 agosto 1980. A quel giorno bianco, senza rumori. Francesca che balla. La sala d’aspetto e un treno che deve arrivare per portarci al mare da Vittorio che aspetta e misura con gli occhi la scollatura della mia maglietta, quella che ci si infila a sedici anni per il gusto di stupire.
Vittorio oggi è un grande avvocato.
Grandissimo. E preciso. Precisissimo. Anche petulante. Ama la perfezione. Stilisticamente e prosaicamente. In tutti i sensi. Le sue donne non sono donne, ma foto rubate ai migliori settimanali scandalistici, un misto di cose e pezzi senz’anima, qualcosa da mostrare, senza nessuna voglia di stupire. Non saranno mai delle ballerine di tango. Solo ragazze perfette che attendono uomini altrettanto perfetti che non sanno giocare.
Come Vittorio.
Lui è la perfezione. Non acquista auto, ma solo ed esclusivamente opere uniche, sculture del tempo.
Ha sempre sul polso un orologio che vale la vittoria di un mio processo dove almeno cinquanta imputati sono assolti e si decidono a pagare. In contanti.
Lui non dice mai l’ora. Se qualcuno, malauguratamente gli e la chiede, si alza, serafico, con lentezza – ma senza musica e passione – si avvicina senza fretta alla sua fotocopiatrice modello Armani – e non so neppure se esista – appoggia il polso al contrario e pigia il tasto verde on.
E aspetta.
Ecco, se voi gli chiedete l’ora, lui vi fa la fotocopia del suo orologio. Per rimanervi impresso l’orologio e il tempo.
Con lui il tempo si è fermato.
Anche con me. Ho come questa impressione. A volte penso che il 2 agosto 1980, la giornata bianca, il tempo abbia preso un attimo e sia fuggito lasciando me, Francesca e qualche altro – forse un centinaio di persone – a scrutare un universo molto piccolo dove non ci sarebbe stato un arbitro in terra del bene o del male. Forse qualcun altro.
E’ in quel momento che ho deciso che la mia vita sarebbe stata costellata dalla musica. Dal tango. Perché dietro i codici ci perdevo le giornate intere, ad imparare la filosofia del diritto, la certezza del diritto, l’aridità del diritto e contrapponevo, la sera, l’incertezza della musica, la poesia del volteggio, la passione dell’incontro, dell’osservarsi dentro gli occhi per soppesare l’anima, riconciliarsi, almeno per un attimo con chi ti stringeva forte e sorridevi perché eri vittima della sindrome di Bologna ed è per questo che i seni non crescevano e non si muovevano neppure e mi ritrovavo dentro le piroette e le canzoni e la struggente storia che il tango ci racconta a bere la mia vita dentro una cannuccia. Velocemente. Troppo velocemente. Dentro una sala d’aspetto. Il 2 agosto 1980. La mia strana giornata bianca. Che mi si è ossidata dentro. Senza nessun rumore. Ma piccoli bagliori che sono musica e occhi e boati e bar e tassisti e corse e polizia e Francesca che si ferma e una borsa nera e il caldo che ci divora e tutto che si squaglia. La sindrome di Bologna. E’per questo, dice Luisa che non sono più cresciuta.
Semplicemente per questo. Sono rimasta all’antico canyengue, il tango che si ballava intorno al 1880 a Buenos Aires. Oggi soppiantato, come la mia storia e i miei eterni passi dentro una mattonella ad attendere un uomo e il suo sudore. Un uomo che mi guardi e, dentro le note forti di Carlos Gardel, con sguardo intellettualmente allegro, mi cinga la schiena. Aspetto con forza questo sensuale momento.
Dal 2 agosto 1980.
MARIA ANTONELLA TIROLESE UCCISA, ALL’ETA’ DI 16 ANNI IL 2 AGOSTO 1980 ALLA STAZIONE DI BOLOGNA.
Oggi avrebbe 44 anni e potrebbe avere una dannata voglia di ballare il tango.