Ho letto con molto interesse l’articolo di Roberto Saviano su “Repubblica.” Un po’ perché sono stato a Stoccolma questa estate, un po’ perché mi incuriosiva cosa Saviano pensasse del salone dei premi Nobel, un po’ perché anche io, nel mio piccolo mi sentivo invaso - da turista beninteso – di un’aurea altissima legata a ciò che dentro quel salone si respira. Devo dire che abbiamo avuto lo stesso retropensiero quando siamo entrati dentro il grande salone (io, lo ribadisco, da semplice turista agitato e flebile) . Abbiamo pensato (io ascoltando la voce dell'interprete svedese che spiegava la giornata della premiazione) ai Nobel che avevano cavalcato quella sala e i nomi sono stati solo quelli legati alla letteratura. Non ho pensato – e non l’ha fatto neppure Saviano a quanto scrive – alla Montalcini o a Rubbia, (e un pò mi vergogno, giuro) ma mi sono fermato agli scrittori e ai poeti. Ho immaginato anche io a cosa avesse potuto provare Quasimodo o Montale o Grazia Deledda e Dario Fo e mi sono sentito sinceramente piccolo ma felice.
Saviano poi, in conclusione lega la sua forte esperienza, sua e di Salman Rushdie, ad un intervento eccezionale, a frasi pronunciate dentro quella sala gonfia di legno e di bellissime parole. Sono quelle del Premio Nobel Albert Camus che pronunciò a Stoccolma nel 1957, tre anni prima di morire in un incidente stradale. Diceva Camus: “ Personalmente, non posso vivere senza la mia arte. Mi è necessaria, al contrario, perché non si distacca da nessuno dei miei simili e mi permette di vivere, come quello che sono, a livello di tutti. Ai miei occhi l’arte non è qualcosa da celebrare in solitudine. Essa è un mezzo per scuotere il numero più grande di uomini offrendo loro un’immagine privilegiata delle sofferenze e delle gioie comune. Essa obbliga dunque l’artista a non separarsi. Lo sottomette alla verità più umile e a quella universale. E spesso colui che ha scelto il suo destino d’artista perché si sentiva diverso apprenderà presto che non nutrirà né la sua arte né la sua differenza, se non emettendo la sua somiglianza con tutti (…) Nessuno di noi è grande abbastanza per una simile vocazione. Ma in tutte le circostanze della propria vita, che sia oscuro o provvisoriamente celebre, legato dai ferri della tirannia o temporaneamente libero di esprimersi, lo scrittore può ritrovare il sentimento di una comunità vivente che accetti, come può, i due incarichi che fanno la grandezza del suo mestiere: il servizio della verità e quello della libertà”. Ecco, il ricordo di Roberto Saviano è intenso, lucido e sinceramente molto appropriato per il suo forte momento di scrittore che, nonostante tutto, è al servizio della verità. Anche scrivendo romanzi occorre essere al servizio di una verità limpida, lucida, incontrastata, di una verità legata alla coerenza, alla purezza e alla gioia di scrivere.
Saviano ci ha raccontato la sua piccola gita in una patria nobile dove ricevendo i saluti degli accademici gli è stato chiesto di Dario Fo, di come sta e di cosa sta facendo. C’è una grande differenza dentro la città dei premi Nobel e dentro la provincia Italia. Quella differenza si chiama amore per la verità e libertà. Che dalle nostre parti si respira davvero a fatica.
A margine di queste piccole considerazioni ho deciso di aderire al gruppo di facebook “nessuno tocchi Saviano” che è una sincera provocazione ma è pur sempre un modo per raccontare la nostra voglia di libertà e di ricerca ferrea della verità.