Ci sono parole che entrano dentro e solcano la storia della nostra esistenza. Ci sono parole forti, dure, metalliche, che fanno molto rumore e penetrano sino a scalfire i cuori e le vene e il sangue che si mescola e si intorpidisce alla ricerca di un ricordo. Ci sono parole che sono enciclopedie della memoria, che quando arrivano, conoscono il loro tragitto. Parole telecomandate che conoscono il sudore della pelle, il caldo della gente, il rumore dei sorrisi, il gioco degli sguardi. I silenti abbracci di chi, davanti all’uscio di una casa antica, saluta chi sa che non rivedrà più. Ci sono parole che sono dentro questa terra ed è bello poterle calpestare, perché sono nostre, perché ci appartengono e non si possono barattare. E’ difficile in una campagna elettorale accompagnarsi a delle semplici parole. L’errore più grande è quello di disegnare grandi orizzonti, enucleare mirabolanti soluzioni, avere in tasca l’elisir della felicità. Come se fosse facile dentro la nostra terra arida e forte e dura e cattiva e placida e dannatamente nostra. Dunque le parole. Occorre trovarle, scovarle, stanarle negli anfratti della memoria, dentro i ricordi, nei disegni della nostra coscienza, dove non c’è spazio per i grandi gesti, le grandi soluzioni. Siamo, in realtà, un piccolo popolo testardo e solitario. Ma degno. Da qui dobbiamo ripartire. Non ci piacciono quei signori che arrivano con le loro parole di plastica che ci raccontano che dobbiamo accorpare le scuole nei territori, che non servono queste piccole comunità in questi paesi dove i bambini non hanno i numeri per sopravvivere. Come se fosse una loro colpa l’essere pochi dentro paesi vuoti e vecchi. Questi signori che voglio chiudere le piccole scuole non conoscono la dignità per il futuro e non sanno colorare i sorrisi dei bambini. Non ci piacciono quei signori che ci presentano il maestro unico. Come il pensiero unico. Noi, figli di mille rivoli di sangue e di mille modi di colorare il cielo non ammettiamo l’unicità dei pensieri. Non ci piacciono i singolari. Siamo cresciuti dentro plurali enormi, fatti di contraddizioni , ma con facce ritagliate in tante piccole voci che sono lingue e che hanno il rumore della vita. Non ci piacciono quelli che ci propongono un’educazione limitata. Che vogliono, in qualche modo, chiudere con gli adulti. Che pensano che non si possa più crescere e ricrescere, vedere e rivedere, scoprire e riscoprire, amare e riabbracciarsi. Non ci piacciono quelli che non sanno dare risposte alla scuola, ai bambini, ai docenti, agli operatori, ai libri, alla memoria. Non ci piacciono quelli che volano veloci sopra ogni cosa perché l’economia globale così ha deciso. Non ci piacciono quelli che non sanno soffermarsi e che usano il futuro solo come metro per un ottimismo che non c’è. Che non sanno misurarsi con il proprio passato e le proprie ombre e le ataviche paure. Non ci piacciono quelli che usano la matita rossa solo per gli altri, che non ammettono i propri errori. Che non sanno insegnare ai propri figli, perché non hanno avuto la pazienza di imparare. Un buon consigliere regionale dovrebbe essere curioso di ciò che gli accade intorno. E non avere mai troppe certezze. Ho sempre amato il dubbio che porta alla discussione. Ho sempre amato le parole. E ho terribilmente amato e amo questo fazzoletto di terra. Che è mia. Con tutte le sue contraddizioni. Comprese le mie. Ho sempre amato e amerò per sempre questo popolo che ha saputo diffidare per sopravvivere e costruire parole nuove partendo da quelle antiche.