Signor presidente del Consiglio,
sono una ragazza di trentaquattro anni e vivo in una delle tante periferie che circondano le nostre città. Né belle e né brutte. Dolcemente e tristemente anonime. Vivo sola e lavoro in un call-center. Sa, quei lavori che non contribuiscono a regalarci sogni dolci la sera quando arriviamo stanche nelle nostre piccole case. Ho anche una madre che vive a qualche chilometro da casa mia e, per questo motivo, devo spostarmi per andarla a trovare. Ci vado in autobus, in quanto, per problemi squisitamente economici e non perché sono snob o pessimista, non ho un mezzo proprio di locomozione. Il mezzo pubblico finisce la sua ultima corsa alle 21.30 e poi, solo da mezzanotte c’è un’altra corsa. Ma è troppo tardi e, uscire da soli, in queste periferie anonime è angosciante. Mette paura.
Non sono una bella ragazza. Meglio, non sono tra quelle che possono essere considerate canonicamente “belle”. Perché, sentendo Lei e conoscendoLa mi sono fatta anch’io un’idea del bello: procace, gambe affusolate, seno perfetto e possibilmente rifatto. Disponibile. Molto. Almeno credo.
Ecco, io sono l’esatto contrario della “bella ragazza italiana” e mi è venuta subito una domanda, quando lei da Sassari ha testualmente dichiarato, a proposito dei continui stupri e violenze contro le donne: “"Dovremmo avere tanti soldati quante sono le belle ragazze italiane, credo che non ce la faremmo mai...".. La domanda è semplice e la faccio davanti allo specchio, dove non ho perso molto del mio tempo per struccarmi , in quanto non ero truccatissima. Non me lo posso permettere. “E se mi stuprassero?” Neanche un soldato in mio soccorso?”
Lasci stare, riascoltando le sue frasi e ripensandoci a freddo mi sono sentita violentata e offesa da quanto Lei ha dichiarato e ho deciso di telefonare alla mia amica in Sardegna, che anche lei lavora in un call center: “Federica, le ho detto, vota chi vuoi, ma non votare per Berlusconi”. Di queste parole ho sinceramente paura. Ed era quello che voleva proteggere le città con la sua sicurezza e disciplina.
Dedicato a chi in questo paese ha ancora il coraggio di indignarsi.
“Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti”.
(Fabrizio De Andrè, Storia di un impiegato, canzone del maggio 1973)