Sono i colori di una terra che produce ricordi quello che ti colpisce, da subito, quando, con sguardo da turista occidentale assonnato sbarchi in Messico. Colori e pietre che raccontano una vita che trascorreva lenta, nelle intersecazioni dei calendari Maya e Atzechi, nella ricerca di un’anima da non fotografare, nella polvere che lentamente vola e sostiene gli occhi di giovani ragazzine delle Chiapas con le loro gonne nere pesanti e colori forti nelle maglie e nelle collane che si intrecciano con i loro umori , che ti vendono per pochi pesos le loro bamboline, i loro cestini intrecciati simili a quelli sardi e quelli di chissà quanti altri paesi al mondo, ti sorridono guardando la terra gialla docile e forte, controllano il colore dei tuoi soldi e capiscono che i soldi, anche dentro quella storia, hanno un maledetto peso e osservano mute, con le labbra che accennano a sillabe che non fuoriescono e che attendono, dentro piccole mani che sorreggono banane e sciarpette multicolori e voci che sono un suono lontano, di armonie che non ritornano e che sembrano sospese. Come tutto. Ci aggiriamo quasi tramortiti dai colori a riprendere e fotografare, pesanti come elefanti a sconfiggere un’armonia che non fa parte della nostra vita movimentata e noiosa, gonfia di toni irrimediabilmente grigi e di parole sempre uguali. Loro ci guardano, con occhi vivaci e si avvicinano e propongono e spingono e allungano le mani: “pochi pesos, euro, dollar, amigo, tutto.” Prendono tutto e noi, “gringos” siamo disposti a donare tutto. Come sempre. Ad acquistare tele, tovagliette, bamboline e portachiavi con pupazzi travestiti dal Sub comandante Marcos. Tutto, siamo disposti ad acquistare tutto. Una cosa non ci riesce di riprendere dentro questo piccolo e forte mercato di San Cristobal de las Casas: la memoria e la dignità. Quella che questa gente cerca ormai da anni, che ripercorre dentro la vecchia frase di Emiliano Zapata: “la terra ai contadini” e sappiamo poi, come sono finite le cose. Da tutte le parti di questo mondo. Allora, quando la ragazzina si avvicina con il piccolo Marcos ciondolante lo acquisto producendo il sorriso meno spudorato possibile. Vorrei chiederle del Sub comandante, che fine ha fatto, perché per loro rappresenta ancora un’attesa, perché il primo comandante ovvero loro, il popolo, non riesce a discutere di autodeterminazione, non riesce a contrattare con il governo centrale. Le Chiapas: hanno il 50% di risorse idriche di tutto il Messico, hanno animi nobili, duri e fertili come la loro terra, hanno pietre che sono diventate piramidi e uomini che conoscevano, da millenni, il percorso delle stelle e l’importanza del sole. Camminano come sdraiati davanti ad un mondo che li osserva e non sa tradurre i loro sguardi e non capisce il montare freddo della loro strana rassegnazione. La ragazzina mi guarda e osserva i pesos che le ho consegnato. Sono più di quelli che chiedeva. Si avvicina e con poche parole si mette in posa: “Poder fare tua foto”. Ho diritto. Perché ho pagato oltre il dovuto. Scatto con interesse antropologico e lei mi appare dentro il display della mia macchina digitale: un sorriso che non c’è ma che si nasconde da qualche parte: come l’orgoglio di un paese indimenticabile. Questo il primo impatto del Messico e del loro popolo. Una storia tutta da raccontare.