Il maresciallo.
Non ha colori, non ci sono colori che corrispondano. Non possono essercene. È un arcobaleno in bianco e nero.
Il maresciallo.
Sono i suoi colori e sono anche i nostri, qui dentro.
Non si può colorare niente, non si possono dipingere neppure le idee.
Qui dentro.
Il maresciallo decideva per tutti, anche per me; soprattutto per me: Fornelli. Un nome con poca fantasia però, perché sapevo fin dall'inizio che quello era il mio destino, deciso dai generali e, almeno per questa volta al di là del maresciallo.
Fornelli.
Un nome che evocava tristi ricordi ma anche, per certi versi una sorta d'inferno materializzatosi nel 1980 e ricordato come la rivolta dei miei compagni.
Qualcuno mi aveva raccontato dell'appuntato preso in ostaggio, le molotov con le caffettiere, il generale Dalla Chiesa, il taglio dei platani nella discesa di Fornelli, le botte, gli orrori, la paura di essere uccisi e di uccidere.
Altri tempi commentò il Maresciallo.
Già. Altri tempi. Troppo remoti forse. In quei tempi io vivevo dentro una mia personale simbiosi, innamorato di una calabrese bassina e dell'anarchia. Ero, allora, un regolare. Di quelli che si rispettano.
Casa, università e calabrese, con contorno di politica dentro una radio privata. A leggere giornali, scrutare con la gioiosa consapevolezza di essere dalla parte del giusto le emozioni e i colori degli altri. Le Brigate Rosse quasi al tramonto. La voglia di non capire, di continuare a sognare un pallonetto impossibile, dalla difesa, insomma.
(Giampaolo Cassitta, dal libro Asinara, il rumore del silenzio, FRILLI EDITORI, prima edizione luglio 2001









