Ha lo stesso odore di terra riarsa, frantumata dal maestrale e la stessa faccia corrosa da un sole che non è figlio di nessuna vacanza. Sento anche un tiepido sapore di latte di pecora e il paragone che mi viene in mente, da subito, è legato alla mia dolce infanzia, negli stazzi galluresi, dove mio nonno, gonfio di sudore, mi faceva accarezzare i capretti bianchi e morbidi, quelli che poi sarebbero divenuti, per Pasqua, pezzi di carne, cordule, “tartalliu” e mi sentivo anch'io, fin da piccolo, dentro la mia infanzia colorata, un piccolo assassino. Mio nonno, uomo forte e risoluto, con poche parole da distribuire, amava la mia compagnia quando mungeva ed io, piccolo ragazzo di città, guardavo impacciato, ma con dolcezza, il rito della mungitura, attendendo di poter intingere le mie dita dentro il secchio di latta ormai colmo di latte e di schiuma, vivendo con ansia ma anche con una adolescenziale spavalderia questo gioco che mi accompagnava nelle vacanze dai miei nonni. Il signore aveva lo stesso odore di quel latte, ricordo della mia infanzia.
Oltre lo sguardo ed il silenzio, ci accompagnò uno sterile sorriso, appena abbozzato, di circostanza. “Sono venuto a parlare con lei, perché ho un problema con i miei figli”.
(Giampaolo Cassitta, dal libro Asinara, il rumore del silenzio, FRILLI EDITORI, prima edizione luglio 2001)









