C’eravamo lasciati con molti sogni e ci siamo ritrovati con molti cocci da sistemare. Per certi versi può essere interessante mettere insieme le vecchie cose. Porta a riflettere su quello da buttare e quello, eventualmente, da riportare con sé. E’ da mesi che si sentono questi discorsi sul fantomatico Pantheon che ognuno si porta dentro. E molti, massimizzando, tendono a levigare le storie di noi tutti, credono che siano i depositari dei nostri ricordi, delle nostre canzoni, delle nostre poesie, del nostro essere dentro questo lembo di terra. E io so che non è così. Lo so perché ho avuto modo di raccontare le storie, di arare nei campi dell’intimità di molti, di scartare sentimenti che apparivano vuoti ed invece avevano dentro rumori intensi. Questo io sento quando mi trovo davanti le mie vecchie cose da sistemare. Ed è difficile buttare anche un quaderno, una foto, una penna consumata, una matita succhiata, una buccia di caramella che sa di mare e di adolescenza sprecata. Cosa fare, dunque, delle nostre cose? Del nostro zaino di esperienze, della nostra ricchezza che ci allontana dal pensiero unico, da quella rabbia che non ci fa mai ricondurre alle stesse cose, alle medesime didascalie? Perché, diciamocelo, siamo ingovernabili dentro quel mietere parole, quel voler battere senza levare, quell’essere a tutti costi superiori. Ci viene difficile ripartire perché abbiamo paura di voltarci indietro e pentirci di quello che abbiamo lasciato. Vorremmo, egoisticamente, assorbire tutte le vite dei nostri padri e dei figli e dei nipoti e, sedendoci per un attimo, poter ricominciare. Questo noi siamo, figli dispari in un mondo apparentemente pari, grilli parlanti in un paese colmo di Pinocchi , venditori di belle e dolci parole dentro un sistema che vive solo di immagini. E dunque eccoci, piccoli pulcini senza ali, alla ricerca di una nuova strada da percorrere con il sapore della vecchia dietro le spalle. Eccoci, con la paura di sbagliare e l’incertezza di sempre. Eccoci, dentro discussioni che cominciano, che si intersecano, che vacillano, che si ingarbugliano, che respirano, che soffocano, che ripartono, che sorridono, che riemergono. Eccoci con i nostri se e i nostri ma e i nostri forse, i nostri puntini sulle i, le nostre piccole canzoni, i nostri romanzi da citare, le nostre afriche da presentare, le nostre guerre da condannare, le nostri paci da ricercare. Eccoci, quelli con la consapevolezza dell’errore, con le piccole crisalidi della vittoria che non sa arrivare, eccoci a non comprendere le nostre stesse e tormentate parole. Siamo qui con questi cocci in mano, con sguardi stonati che non hanno orizzonte a chiederci se ci sono valori su cui puntare sul tavolo verde del potere, se c’è la voglia di continuare, di esaminare anime e sentire il forte flusso dell’incoscienza. Eccoci, piccoli cuori vaganti dentro mete oscure a separare l’acqua dal vino, l’olio dall’aceto, il bene dal male, la destra dalla sinistra. Eccoci senza risposte e senza spiagge, senza ombrelloni e sedie a sdraio a guardare l’orizzonte e cercare il tramonto dove nasce il sole. A chiederci, come sempre, dove dobbiamo andare senza che nessuno abbia deciso di partire. Eccoci. Siamo qua. A fotocopiare storie che nessuno vuol sentire. Dentro questa terra che amo con una passione dolce e struggente non si parla più di Soru. A Sanremo ha vinto Marco Carta e da questa notizia si vuole ripartire. Mi son voltato indietro a recuperare il mio zaino. Sul mio Pantheon c’è Fabrizio De Andrè, per sempre e da sempre. E non è la stessa cosa. Mi piace, in ogni caso, poter respirare dalla parte sbagliata., in direzione ostinata e contraria.