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Il rispetto delle Istituzioni e la realtà dei fatti.

Il rispetto delle Istituzioni e la realtà dei fatti. - il sito di Giampaolo Cassitta
E così ci son riusciti. Davvero degni di un cinepanettone, ciò che non doveva accadere – sfruttare l’attimo con sciacallaggio mediatico – è accaduto. Ci ho pensato per giorni, quando la notizia girava su Internet (mica sui telegiornali) e ritenevo non potesse succedere, che a tutto c’è un limite, che il clima è cambiato, che adesso si cercherà il dialogo, che qualcuno andrà farsi processare - ingenuotto eh?? – insomma, i falchi parevano volare altissimo e lasciavano, nel basso della piazza virtuale, il posto alle colombe.
Poi, come un colpo al cuore ecco la foto del Presidente del Consiglio lacerato, contuso, sanguinante e insanguinato con una scritta gialla che campeggia sopra la sua testa: E’ questo il paese che vogliamo?” e, più sotto, la frase delle frasi, l’alfa e l’omega della nuova politica, il mantra prossimo venturo: “Una società che non rispetta le sue Istituzioni è destinata a morire”. Mi ha colpito subito una cosa: la parola Istituzioni è scritta in minuscolo e questo è grave, proprio per il rispetto sacrale delle Istituzioni in quanto tali. Ma, lasciando da parte, per un momento queste “piccolezze” colpisce, senza dubbio,  la frase in senso più generale. Perché è una bella frase. Perché tutti la condividiamo e tutti siamo disposti ad innamorarcene. Perché ha la giusta carica emotiva, contiene, dentro di se,   un senso altissimo della democrazia, perché c’è la parola rispetto che significa deferenza, stima, riguardo nei confronti delle Istituzioni,  di ciò che democraticamente tutti abbiamo scelto di rispettare. Collegialmente. Unitariamente. Senza l’acredine partitico.
Ecco, se la frase è bella, considero fuorviante la fotografia che con la frase appare. Perché è la foto di un Presidente del Consiglio e quindi di un’Istituzione e, in quanto tale da rispettare, che non rispetta le Istituzioni e che preferisce considerarle “minuscole”. Infatti, lo Stato è un’Istituzione, il Presidente della Repubblica, della Camera, del Senato, la Corte Costituzionale è un’Istituzione che va rispettata e Silvio Berlusconi da Istituzione, ha insultato e denigrato la Corte Costituzionale e lo ha fatto in un contesto decisamente importante, fuori dall’Italia, parlando davanti a politici europei, Istituzioni che rappresentano l’Europa. Ha detto e ribadito che la Corte Costituzionale è un manipolo di giudici comunisti politicizzati che tre Presidenti della Repubblica sono anch’essi comunisti (Scalfaro e Ciampi comunisti… ma per favore…. Un po’ di rispetto per le Istituzioni).
“Una società che non rispetta le sue Istituzioni è destinata a morire”. La frase è davvero bella. Ma male utilizzata.  Perché le Istituzioni che  non rispettano, loro per primi dando l’esempio,  le  altre Istituzioni,  portano la società ad un destino crudele: alla morte della democrazia.
A questo ci siamo ridotti e su questo dovremmo riflettere.  Quella frase, che è condivisa da tutti gli italiani, almeno credo,  necessita di fatti reali e non di sterile propaganda. Lo dobbiamo a Falcone,  Borsellino, Cassarà,  Della Chiesa, Bachelet, Biagi, Moro e tutti quelli morti dentro stragi mai chiarite, dove in molti casi le Istituzioni cancellavano la verità unendosi a personaggi squallidi come Licio Gelli e la sua P2. Una società che non rispetta le sue Istituzioni e coloro i quali le difendono per davvero è destinata all’oblìo. Chi si nasconde come un latitante o chi decide, in tutti i modi,  di non farsi processare o chi, da condannato, entra in Parlamento,  non aiuta certamente al rispetto delle Istituzioni e della democrazia. Come Tartaglia. Più di Tartaglia.
 
Sassari, 4 gennaio 2009

Sa modernidade.

Sa modernidade. - il sito di Giampaolo Cassitta
A Orgosolo, piccolo paese del centro della Barbagia, in Sardegna, chiudono molti bar. Sei per l’esattezza. Ne rimangono aperti altri, è vero, ma la notizia ha avuto la sua eco nei giornali locali e oggi è apparsa sul quotidiano La Nuova Sardegna.
Mi ha colpito moltissimo perché ad un bar di Orgosolo è legata una storia della mia adolescenza. Avevo circa sedici anni quando, con un mio zio, andai ad Orgosolo. Lui doveva vendere, mi ricordo, alcune vacche ad un proprietario di un bar.  Entrammo nel bar e la cosa che mi colpì fu l’arredamento disadorno. Pochi tavoli, rotondi, e il proprietario dietro un bancone cristallizzato in una scenografia fine anni cinquanta. Era, invece, il 1975 ed io ero un ragazzo di provincia, ma di una provincia diversa, decisamente diversa, lontana.
Il padrone si accostò e ci strinse la mano. Ci chiese subito cosa bevessimo e io, imbarazzato non sapevo, davvero, cosa rispondere. Mio zio, astemio, si limitò a chiedere un caffè e allora io dissi ceh avrei voluto  un’aranciata. Lo sguardo del proprietario del bar  fu dannatamente violento, come le parole che mi giunsero feroci ma anche caldissime: “L’aranciata la bevono le donne e le donne non entrano nei bar”.
Poi aspettò che io potessi, in qualche modo, replicare. Decisi per il caffè, cosa da grandi ma, almeno speravo, da uomini. Ci versò il caffè e attese.  Sino a quando, dopo aver osservato i nostri occhi pallidi e da persone fuori da quella scenografia, continuò ad incalzarci: “ E l’ammazza caffè ce lo mettiamo sopra?” Erano le nove del mattino e cominciai a sudare tantissimo.
Oggi scopro che non ci sono più “i giri”, non c’è più nessuno chi cumbidada , dicono sia tutto dovuto alla crisi e i ragazzotti del paese, entrano velocemente nei bar solo per bere – da soli –un bicchiere o comprare un pacchetto di sigarette.
La notizia può essere davvero piccola, minima, forse inutile. Fa parte di un mondo che cambia. Dove, probabilmente non c’è più posto per i sorrisi anni cinquanta, senza denti, con giri di birra e abbardente  e non c’è più neppure la poesia che qualcuno di noi – forse anche io compreso – si ostina a cercare nei vecchi anfratti di una memoria ormai perduta.
Come non ci sono più le mezze stagioni.  Il bar, momento di incontro, quello per fare un “giro”, sparisce anche nei sacrali luoghi cui tutto ci girava intorno. Anche ad Orgosolo, prima o poi, metteranno le maledette macchinette e apriranno un mac donald.  Sa modernidade avanza. Lentamente, ma inesorabilmente. E ci consegna un mondo sempre un pò più piccolo. E più noioso.
 

Il partito dell'amore. A pagamento

Il partito dell'amore. A pagamento - il sito di Giampaolo Cassitta
Questa storia di partito dell’amore mi ha lasciato piuttosto perplesso. Non per la  chiara demagogia, per il rifacimento di qualcosa di già visto, (Cicciolina e Moana, per intenderci) ma per la tristezza che l’operazione ha nel suo insieme. 
La materia e l’antimateria.
Giocano così da sempre i ragazzi della libertà: grandi nomi, slogan e via andare. Se c’è il partito FORZA ITALIA, gli altri saranno, decisamente, meno italiani, CONTRO l'ITALIA (e Bossi, per esempio? Che ci faceva amico di Forza Italia?).
Poi se c’è il PARTITO DELLA LIBERTA’ è chiaro che avrà contro il PARTITO REPRESSIONE o della depressione a seconda dei casi.
IL PARTITO DELL’AMORE ha, dunque e necessariamente, perchè lo hanno democraticamente deciso loro,  la controparte nel PARTITO DELL’ODIO.
Dobbiamo necessariamente scegliere con chi stare,  perché è così che si fa nel mondo facile, patinato e fumettistico del signor B.
Da noi non servono i contenuti, bastano le parole.  Chi mai si iscriverebbe al partito dell'odio? I comunisti, per esempio, altro mantra che va di moda anche nel 2010.
E allora, pensando piuttosto lentamente,  mi chiedo: ma le parole hanno un peso? E un senso? Partito della libertà, detto da Previti, Dell’Utri, Berlusconi è una proposizione di intenti, un manifesto politico piuttosto chiaro.  Un bel programma, non c’è che dire. Infatti, titoleranno una via o piazza a Craxi che se ne è andato - latitante - sperando nella libertà.

E partito dell’amore? Beh il nome, in questo caso è limitato. Potrebbe dare adito a qualche confusione.
Aggiungerei, se posso suggerire,  “a pagamento”. Si capirebbe molto di più e sarebbe più coerente.
Buon anno a tutti.

Sassari, 2 gennaio 2010

Dio di tutti e l'anno che verrà - preghera laica per il 2010

Dio di tutti e l'anno che verrà - preghera laica  per il 2010 - il sito di Giampaolo Cassitta
Caro anno che verrà, non avevo molta voglia di scriverti, a dire il vero. Lo faccio con una certa riluttanza perché non mi sono piaciute le lettere di intenti e vorrei soltanto dedicare il 2010 a quelli che non sono stati nominati o dimenticati nel 2009. Vedi un po’ tu se riesci a fare qualcosa. Non ci spero ma, come dire, ci provo. All’inizio dell’anno facciamo sempre i brindisi e lo abbiamo fatto anche per questo 2009. Poi, senza neppure riflettere troppo rifacciamo i brindisi per il prossimo e per il prossimo ancora  convinti che questo mantra possa servire a qualcosa. E’ la concezione del tempo che ci attanaglia e che gioca un ruolo falso e inutile. Passano gli anni e con loro, passiamo un po’ tutti. Con atroci sorrisi.
Per chi rilegge, ogni anno, il discorso delle beatitudini e si commuove pensando che da qualche parte ci sia stato un folle che potesse regalare il regno dei cieli ai poveri di spirito. Non è così e lo sappiamo bene ma ci piace pensare che gli operatori di pace siano figli di Dio. Di qualsiasi Dio. Perché non c’è un Dio cattivo o uno piccolo o uno immensamente buono o uno sporadico o onnipresente. Non c’è. C’è probabilmente un Dio unico che attende ogni attimo di un tempo che non esiste e ascolta con pazienza forte un rumore che non arriva. Beati gli afflitti perché saranno consolati.  Ho sempre avuto problemi con Dio. Lo ammetto.  Però me lo sono costruito, modellato, disegnato, immaginato. E ho provato a parlarci. Per gusto, per rabbia, per delusione, perché avevo una speranza o un’incertezza o ero alla ricerca della soluzione. Ecco perché, ho deciso di scrivergli  (o scriverle, che ne sappiamo della sua essenza?) e di provare a ragionare con lui.
 
Caro Dio che mi confonde perché non so, a dire il vero, quale è quello vero, se il Dio cristiano o ebreo o musulmano, se Budda o Manitù o un Dio che cavalca i sogni. Potrei dire che il mio Dio è il migliore, il più vero e l’unico, ma sarei di parte e poi lo fanno tutti. Nessuno invoca un Dio dell’altro. Al massimo lo bestemmia. Eppure, in questo Natale che si ripete e si rinnova con le sue luci troppo forti e quei silenzi che scorrono ai lati di ogni cuore, dentro questa folgorazione di bontà che ci assale ogni anno, per qualche giorno, tutti decidono di dedicarsi al proprio Dio. Ecco, io che comincio a guardare il colore dell’universo e trovarlo infinitamente nero e grande e irraggiungibile e che provo, con qualche piccola speranza,  a guardare e provare a capire quale sarà il Dio che troveremo – e se lo troveremo - in questo momento decido di unire, quasi per scommessa,  tutte le icone del Dio che assale tutti gli uomini: un Dio forte e guerriero, mutilato e stanco, grande pennellatore di un mondo troppo piccolo per un Dio e troppo complicato per modificarlo, un Dio che non ascolti tutti ma che abbia il sentore di ciò che accade; un Dio unico, un assemblato di tutti i credo che urlano davanti al cielo o nelle chiese e nelle sinagoghe e nelle moschee e nei deserti e nei mari oscuri. A questo Dio concentrato mi rivolgo, un Dio che non dipingiamo perché non sappiamo deciderci che cosa debba fare per noi e con noi, qualcuno che possa ascoltare, almeno per un attimo, piccoli rigurgiti di un’anima che osserva, in silenzio, povere cose che accadono in questa sfera che è enorme ai nostri occhi ma, almeno credo, infinitamente misera agli occhi di questo grande Dio. E allora, Dio di tutti gli uomini e animali e acque e monti e rigurgiti e satelliti e metalli perché, io mi chiedo, dobbiamo continuare a ucciderci in tuo nome? Quale è il guadagno, la forza del nostro popolo poter morire in nome di un Dio schierato, che maltratta alcuni e inneggia ad altri, un Dio che non è arbitro e che chiede sofferenza da tutte le parti. Dio di tutti,  perché non spieghi agli uomini che non è facile trovare le soluzioni che vadano bene senza schierarsi. Allora io ti chiedo di non farlo. Prova a dare un segno tangibile di questa scelta: scegli di non scegliere. D’altronde se tu hai costruito tutto questo e lo hai costruito oltremodo diverso, non puoi affermare  una mattina che i bianchi sono migliori dei neri che i neri hanno diritto più dei gialli che chi prega da una parte otterrà il paradiso e che il paradiso non è per tutti. Non puoi perché tu hai creato la diversità e, secondo me, hai fatto una cosa giusta. Ecco,  a questo Dio senza faccia e con troppe diversità, voglio rivolgermi in un sonoro canto laico con la certezza che – qualunque sia la tua immagine e il tuo nome – lo saprai ascoltare. Questo mi basta e questo vorrei senza nessun giudizio e senza nessun’altra pretesa. Non aspetto risposte o segnali o miracoli o cataclismi o roboanti messaggi di tuoni e di fulmini e di vulcani. Sono un essere errante e con poca storia da raccontare e con ricordi flebili. Ma – e so anche questo nella mia immensa piccolezza – tu, se dubito degli uomini e di come ti hanno dipinto non ne avrai a male.
 
Dio che non sei il mio Dio ma il Dio di tutti
Adesso che non hai la tua  voce perché hai voci e urla di uomini che ritengono di parlare tutti a nome tuo.
Dio che sei un Cristo in croce, un profeta di Medina, un bisonte che cavalca prati enormi nelle notti di luna comanche, che sei Budda e che rinasci,  che sei una Dea con molte mani, in qualche modo zittisci coloro i quali hanno sempre qualche cosa da narrare in tuo nome e in tua vece e, per un momento,  ascolta anche quelli che non hanno la forza di poter dire niente in nome tuo, ma ti conoscono e ti cercano dentro le loro chiese e le loro case e le moschee e le sinagoghe e i templi e le foreste amazzoniche e guardando le costellazioni, rapiti dalla rocambolesca perfezione di un universo nero, rimangono come estasiati e rapiti e provano, dentro quel silenzio docile e meraviglioso,  a parlare, ma non hanno voce forte, voce che incatrama strade per giungere alla tua grandezza.
Dio che non sei il Mio Dio, ma il Dio di tutti e che non hai nome perché proteggi tutti i pensieri e le facce che ti compongono, Dio che sei un prisma o un cubo colorato o sfera dell’impossibile e universo ricamato, Dio che sei il mio ma un Dio lo sei, ricorda a tutti gli occhi che quando si comprime la vita e si alza l’ultimo respiro tutti hanno lo stesso sguardo assente, tutti hanno un’innocenza lieve, tutti hanno un sono lungo che non ritorna, tutti saranno abbandonati nelle carcasse della memoria. E saranno corpi trucidati da soldati pagati e convinti che con il fucile si regalasse amore e saranno donne lievitate e massacrate perché la loro causa servisse a qualsiasi Signore.
Dio, se tu sei Dio e non solo mio ma il Dio di tutti non puoi permettere vagiti plumbei nel nome tuo,  qualunque sia il nome che viene pronunciato, osannato, pregato. Non accettare le loro parole che sono in nome di uomini e di nessun Dio che non può decidere il bene e il male, il rosso e il nero,  perché quel Dio che è il mio Dio e Dio di tutti ha già deciso che tutti i colori si potessero mischiare e unire e rinascere in nuove combinazioni. Che solo il sangue di tutti gli animali ha lo stesso colore forte di un battito che è spugna e che pulsa nei respiri di tutti noi.
Dio che non sei il mio Dio ma il Dio di tutti che hai scritto alcune cose per nome di molti uomini o profeti o Gesù caduti in terra, che hai lasciato uomini dolcissimi a decantarti,  che hai scelto umili e piccoli scrivani a conservarti e saltimbanchi a meravigliarti,  che hai mischiato le carte di un universo, che ti sei dipinto in mille modi e in mille credi, che sei stato uno e centomila, che sei stato ariete e anima impura e essenza e occhi che non scrutano, tu che sei quel Dio che tutti auspicano e che sperano di incontrare,  prova a dire, in nome dell’uomo,  che occorre annusare il terreno in cui si cammina, osservare le radici e raccogliere la rugiada e costruirsi la propria strada che è un cammino dove tutti, ma proprio tutti, Dio compreso, ci può passare e che Dio, il Dio di tutti, il nastro colorato di miliardi di pensieri,  è nelle miniere di Buggerru a sentire scalpitare il piccone che cerca un pezzo di pane, che è nel deserto con i beduini alla ricerca di un po’ d’acqua, con gli indios e in Amazzonia e nel Texas e nelle prigioni e nei ghetti e nelle Chiapas e a Mosca, a Parigi e Calcutta e dentro le preghiere degli ebrei e negli sguardi dei nazisti, nell’indifferenza dei fascisti, nel paradosso dei comunisti. Dio che sei Dio di tutti e a tutti leghi un piccolo nodo per potertene ricordare, sei il Dio di Madre Teresa e del piccolo Alfredino caduto nel pozzo e di Ninì, Mariella e i bambini mai tornati a casa, sei il Dio delle stragi di piazza Fontana e di Brescia e di Bologna e sei anche il Dio di chi quelle stragi ha voluto.
Tu, che sei un Dio per tutti e di tutti, raccogli tutte le preghiere e le esortazioni di chi ti cerca. Solo in questo modo potrai bloccare tutto. C’è un uomo che ti chiede aiuto e c’è un altro che chiede di non aiutare. Tu non ascoltarli. C’è uno che non lavora e uno che vive con troppi soldi. Non dare ascolto a nessuno,  né al prete né all’ateo, né al soldato né all’eroe. Se tu non ascolterai tutti gli uomini e se non esaudirai nessuna delle cose che ti chiediamo,  ci avrai fatto un gran favore. Questo mondo, stranamente,  funzionerà non nel nome di Dio, ma nel nome degli uomini. E tu, Dio che sei Dio di tutti non accontenterai nessuno ed ognuno dovrà giustificare i suoi gesti in maniera più umana senza mettere in campo te, con la tua sovrana e forte infinita vita.
Dio che non sei mio Dio ma Dio di tutti mi spieghi, per una buona volta, quanto è lontano il tuo lontano, perché da queste parti è un concetto infinitesimale. Il bergamasco che dice straniero al mantovano, il sardo all’algerino, il cinese al cileno. Dentro le tua strade di universo c’è un lontano meno effimero?
Dio che non sei mio Dio ma Dio di tutti,  mi spieghi perché un uomo ha il destino legato al luogo della sua nascita? Al colore dei suoi occhi, al sapore delle sue scarpe, al rumore dei suoi soldi, alla costruzione di un universo che vede uomini sempre diversi eppure indistintamente uguali?
Dio che non sei mio Dio ma Dio di tutti,  fammi un piccolo e ultimo favore, spiega a questi verecondi guerrafondai che dopo attimi e pulsazioni che viviamo dentro questo piccolo e veloce mondo, che seppure ci arrampichiamo al potere, alla solidità, alla conquista, alla sopraffazione, all’odio e alla vendetta,  siamo destinati ad essere piccole particelle da dimenticare e, in un tempo minimo, dimenticate. Elenca, per favore, gli uomini dell’anno cento e cento prima, di guerrieri morti e di donne che li attendevano e di bambini non cresciuti. Nessuno ha dei ricordi perché la memoria, per quanto eterna, ha i suoi limiti e fra un milione di anni i nostri sforzi saranno stati vani. Allora, Dio di tutti, Manitù, Geova, Gesù, Budda, Allah, Maometto, Kalì, uomo dalle cento braccia o cento occhi o cento vite o cento anime, Dio, insomma, qualunque Dio tu possa essere,  ferma,se puoi, per un attimo,  il rumore dell’universo.  Blocca, per un istante, l’orologio che non ha tempo e produci un urlo, che sia unico, univoco e comprensibile: Io che sono Dio, un Dio solitario, unico e Dio di tutti,  vi dico: lasciate macerare le vostre vendette, i vostri piccoli sotterfugi, le miserie quotidiane. Fermatevi non a contemplare il Dio ma a contemplare gli uomini e trattate tutti, indistintamente, come trattereste il vostro Dio.
Questo, se il tempo ha un valore, vorrei per il prossimo anno.
Buon 2010 Dio, che non sei il mio Dio ma il Dio di tutti e che potresti anche non essere Dio.
 
 
 

Compiti per le vacanze

Compiti per le vacanze - il sito di Giampaolo Cassitta
“Babbo, mi aiuti a fare i compiti per le vacanze?” disse il ragazzino con occhi forti e faccia dolce al padre che, tranquillamente, leggeva sul divano. “Che compiti devi fare?” , rispose il padre.
“Solo un tema, che sembra facile , ma io non riesco a cominciare”
“Quale è il titolo?”
“Beh, il titolo è semplicissimo,” disse il ragazzino porgendo il diario scolastico al padre, “Cosa è buono, per te?” Il padre osservò il diario con la copertina colorata e rilesse il titolo del tema. Appoggiò il suo libro e invitò il figlio a sedersi sul divano, vicino a lui. Aveva voglia di sorridere,un sorriso contemplativo, come quando,all’Università il suo vecchio professore di linguistica chiese agli studenti: “Sapete quale è il titolo del tema più difficile che si possa dare ad un universitario e, nel contempo il più facile per un bambino?” Nessuno rispose. “Il titolo” aggiunse il Professore dopo attimi di imperturbabile silenzio, “può sembrare paradossale, ma per voi sarebbe davvero difficile: osservando  dalla mia finestra. Un bambino - e voi,  da bambini – lo avete risolto subito perché avete usato il metodo descrittivo ma oggi, quei bambini di un tempo che siete stati non potete trattare l’argomento in maniera descrittiva, sareste tacciati di semplicità, infantilismo. Dovete, necessariamente, usare un metodo linguistico complesso, intimista, metaforico. Eppure, - concluse il professore – è un argomento bellissimo. Perché è l’unico argomento in cui il vostro professore non vi potrà  mai dire di essere andati fuori tema. Dalla nostra finestra si vede il mondo”.
Il titolo, per dirla con il figlio di nove anni, era semplicissimo se il padre avesse usato un metro descrittivo ma, con gli occhi di un adulto,  le cose si complicavano dannatamente.
“Dunque,” disse il padre, “proviamo a raccontare qualcosa poi, tu, come credi, potrai scrivere il tuo tema. Va bene?” Il bambino assentì con il capo e cominciò a guardare attentamente il proprio padre.
“Cominciamo dal pane. Mi sembra un buon inizio. Diciamo sempre: quello è buono come il pane e quindi il pane è buono. E’ buono per tutti, perché tutti su questa bontà sono d’accordo. Ci sono cose buone perché sono  perché hanno un significato universalmente buono”.
“Anche la nutella è buona” disse il bambino. “Certo” rispose  il padre, “ma non a tutti la nutella piace o può far bene, però possiamo dire che ci sono cose che, seppure ritenute buone, non sempre fanno bene”.
“E le medicine allora? Lo sciroppo che a me non piace, tu dici sempre che fa bene, ma mica è buono”.
“Bravo, ci sono anche delle cose che non sono buone o meglio, non hanno un buon sapore, ma che fanno bene, ci aiutano a vivere meglio”.
Il bambino cominciava ad essere curioso e nacque, ben presto un gioco con il padre su ciò che fosse buono e su ciò che si riteneva non lo fosse.
“Facciamo così”, disse ad un certo punto il padre, divertito anch’esso del gioco. “Tu mi dici alcune  cose che ti vengono in mente e io dovrò rispondere se sono buone o meno”.
“Facile” rispose il figlio.
“No, non è facile” disse il padre, “Perché devo giustificare la mia scelta e poi, toccherà a te. Va bene?”
Come sempre, il bambino annuì con un sorriso e cominciò con le parole.
“Aeroplano” disse con le braccia conserte e gli occhi che scrutavano i pensieri del padre.
“Buono” rispose il padre e fece una piccola pausa “perché ci permette di avvicinare i mondi, di conoscerli, di avere più tempo a disposizione per contemplare le cose ma può essere cattivo se viene usato male. Come, per esempio, lanciare l’aereo sulle torri gemelle. Ti ricordi?”
“Si, ma dentro la pancia dell’aereo c’erano i terroristi cattivi”.
“Certo, c’erano persone che non avevano voglia di usare l’aereo per divertirsi e per osservare il mondo dall’alto”.
“Ma, alla fine, è buono o è cattivo?” chiese il ragazzo.
Il padre aspettò un attimo prima di rispondere. Il gioco era meno semplice di quanto immaginasse e le parole del suo professore di linguistica rimbombavano dentro i suoi pensieri. Doveva, in qualche modo rassicurare il figlio ma, nello stesso tempo, doveva riuscire a spiegare come fosse complicato decidere cosa fosse buono e cosa invece si potesse giudicare cattivo, deleterio, inutile, ripugnante. Tutti concetti che non erano, nella maniera più assoluta  descrittivi e quindi,  occorreva giocare in un altro modo.
“Dimmi un’altra parola e io ti risponderò provando a descriverti perché una cosa può essere buona o cattiva ma, alla fine, sei tu che decidi.”
Il bambino guardò assorto il padre e si guardò intorno. Gli venne subito la parola seguente: “Libro” disse indicando il volume vicino al padre.
“Il libro è buono. Sempre. Non ci sono libri cattivi. Anche se raccontano cose brutte o false. Il libro ci permette di smettere quando vogliamo, possiamo abbandonarlo, riprenderlo dopo anni,  criticarlo, non essere d’accordo, amarlo, regalarlo, ma un libro non è cattivo se non perché siamo noi a deciderlo”.
“Allora se siamo noi a decidere è chiaro che per alcuni una cosa è cattiva e per altri è buona”, disse il bambino.
“Certo, è proprio così. Però il tuo compito prevede che tu debba fare una scelta che è la tua, può essere giusta o sbagliata ma sarà la tua scelta”, rispose il padre.
“E se poi da grande cambio idea sul buono o sul cattivo?”
“La cambierai, anche fra meno di un mese, magari. Ma non è il problema di cambiare opinione che mi preoccupa,  è quello di avere la libertà di poterla cambiare.”
Il bambino cominciò a capire che il padre stava andando verso qualcosa di più complicato.
“La politica, quella che scrivi tu, è buona o cattiva?”
Il padre si aspettava quella domanda e sorrise lievemente.
“La politica è buona perché riguarda tutti noi. La politica è passione, impegno, voglia di modificare le cose tentando di raggiungere il consenso di tutti”.
“Il mio amico Marcello mi dice sempre che la politica è cattiva perché il padre ha perso il lavoro”.
“Beh, sono gli uomini che fanno quel tipo di politica a non essere buoni”.
“Bisogna metterli in prigione”.
“Non esageriamo. Bisogna capire che la politica non è cosa per uomini grandi”.
“Cioè?” chiese il bambino incuriosito della strana risposta del padre.
“La politica è un gioco, molto grande, dove tutti hanno qualcosa da vincere e qualcosa da perdere. Vince, dovrebbe vincere chi, con la sua vittoria, riesce a far felici tutti.”
“Anche quelli che hanno perso”?
“Soprattutto quelli che hanno perso”
“Mi sembra un gioco stupido”, disse il bambino.
“E’, invece, il gioco più bello,  ma anche impossibile”
“Ma se è impossibile, perché gli uomini grandi continuano a giocarlo?”
“Perché qualcuno spera, prima o poi, che si imparino le regole”
Il bambino osservò suo padre. Si alzò dal divano e si sposto, con il suo diario verso il tavolo. Si sedette e prese una penna. Aveva un foglio bianco a disposizione. Scrisse il titolo: “Cosa è buono per me” e poi, con la meticolosità propria dei bambini e con un ordine dolcissimo cominciò a scrivere il suo tema:
 
Il mondo si divide in due, come un grande foglio. Da una parte mettiamo le cose buone e dall’altra le cattive. Facciamo un elenco ma che, se confrontato con altri fogli, non danno lo stesso risultato. Faccio degli esempi: la nutella per me è buona anzi, molto buona, ma mia sorella dice che è migliore la marmellata che a me, invece non piace molto e la metto nell’elenco delle cose non buone anche se, devo dire che non è proprio cattiva e allora la metto nell’elenco delle cose che hanno bontà e cattiveria e lo chiamo elenco del purgatorio. E, nel purgatorio c’è tutto, perché nel paradiso non possiamo mettere praticamente niente. Neanche mio babbo o mia mamma che per me sono buonissimi possono stare in paradiso. Mio babbo fa il giornalista e dice sempre che i giornali non tutti sono buoni e quindi anche lui non è sempre buono. Mia mamma, invece, fa il dottore e aggiusta le gambe a chi cade ma qualcuno dice che le aggiusta non troppo bene e allora per alcuni mia mamma non è buona, anche se io non sono d’accordo. Alla fine, visto che mi è stato chiesto cosa è buono per me dico che tutto quello che c’è nel purgatorio delle cose è buono perché possiamo scegliere. Faccio l’elenco delle cose buone: la mamma, il babbo, il mio amico Marcello e suo babbo, il panettone senza canditi, le costruzioni lego, i cartoni dei Simpson anche se qualche personaggio è cattivo, la ferrari e Alonso, anche se Alonso prima era cattivo ma adesso gioca con noi. Allo stesso modo è bravo Balottelli e sono cattivi quelli che lo fischiano, è buono Gesù bambino anche se gli islamici non la pensano così e allora io dico che è buono anche il loro Dio che non so come si chiama ma spero che non gli suggerisca di mettere altre bombe. E’ buono il cellulare di mia sorella pieno di musica mp3 ed è buona anche la sua amica che mi accarezza sempre la testa anche se è un po’ antipatica. Infine è buono l’anno che verrà perché si pensa sempre che noi saremo più buoni. Magari non è vero e sarà il solito purgatorio e ci saranno le guerre e i cattivi che vogliono vincere sempre. Mio padre mi ha detto che la politica è buona perché serve a far diventare tutti felici. Io ci credo poco. Ma sono piccolo e magari quello che dico non vale. Però mio padre ha aggiunto che la politica la devono fare i piccoli perché è un gioco dove tutti vogliono vincere ma mica vincono tutti. Mio padre pensa che questo sia un gioco interessante. Lui scrive anche queste cose ma io ancora non le capisco. Per me, la politica non è buona ma è piena di uomini che dicono sempre di essere i migliori. Vorrei che fossimo noi a dire chi è buono e chi non lo è. Per me chi decide di disegnarsi buono e poi dice le parolacce, urla e racconta barzellette sceme non è buono. Non è neanche cattivo. Ma non riesco a metterlo nel purgatorio. Allora, alla fine, mi sono inventato un’altra categoria. Ci sono i buoni, i cattivi, i purgatori e la casella dei cretini. Ecco, vorrei che nel 2010 non vincessero i cretini. Ma ho molti dubbi. Anche mio padre la pensa in questo modo e a volte, anche se è grande, ha ragione.
 
 Sassari, 26 dicembre 2009
 
 

libri pubblicati

<h4><span>libri pubblicati</span></h4> - il sito di Giampaolo Cassitta

Asinara, il rumore del silenzio. 2001 -2008 - due edizioni - 1 edizione economica

<h4><span>libri pubblicati</span></h4> - il sito di Giampaolo Cassitta

supercarcere Asinara. 2002 - 2005 - quattro edizioni - 1 edizione tascabile

<h4><span>libri pubblicati</span></h4> - il sito di Giampaolo Cassitta

La zona grigia. Cronaca di un sequestro di persona avvenuto in Sardegna nel 1978. Uno sconcertante sequestro.

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Il libro più amato. Un delitto che accade a Roma lo stesso giorno dell'omicidio di Aldo Moro. E i ricordi cominciano a riffiorare. Un noir cupo dentro gli anni 70.

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raccolta di racconti con prefazione di Giampaolo Cassitta

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l'ultimo cd degli humaniora - ponti non muri - included MARTA - testo di Giampaolo Cassitta - musica Gianfranco Strinna

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