“Babbo, mi aiuti a fare i compiti per le vacanze?” disse il ragazzino con occhi forti e faccia dolce al padre che, tranquillamente, leggeva sul divano. “Che compiti devi fare?” , rispose il padre.
“Solo un tema, che sembra facile , ma io non riesco a cominciare”
“Quale è il titolo?”
“Beh, il titolo è semplicissimo,” disse il ragazzino porgendo il diario scolastico al padre, “Cosa è buono, per te?” Il padre osservò il diario con la copertina colorata e rilesse il titolo del tema. Appoggiò il suo libro e invitò il figlio a sedersi sul divano, vicino a lui. Aveva voglia di sorridere,un sorriso contemplativo, come quando,all’Università il suo vecchio professore di linguistica chiese agli studenti: “Sapete quale è il titolo del tema più difficile che si possa dare ad un universitario e, nel contempo il più facile per un bambino?” Nessuno rispose. “Il titolo” aggiunse il Professore dopo attimi di imperturbabile silenzio, “può sembrare paradossale, ma per voi sarebbe davvero difficile: osservando dalla mia finestra. Un bambino - e voi, da bambini – lo avete risolto subito perché avete usato il metodo descrittivo ma oggi, quei bambini di un tempo che siete stati non potete trattare l’argomento in maniera descrittiva, sareste tacciati di semplicità, infantilismo. Dovete, necessariamente, usare un metodo linguistico complesso, intimista, metaforico. Eppure, - concluse il professore – è un argomento bellissimo. Perché è l’unico argomento in cui il vostro professore non vi potrà mai dire di essere andati fuori tema. Dalla nostra finestra si vede il mondo”.
Il titolo, per dirla con il figlio di nove anni, era semplicissimo se il padre avesse usato un metro descrittivo ma, con gli occhi di un adulto, le cose si complicavano dannatamente.
“Dunque,” disse il padre, “proviamo a raccontare qualcosa poi, tu, come credi, potrai scrivere il tuo tema. Va bene?” Il bambino assentì con il capo e cominciò a guardare attentamente il proprio padre.
“Cominciamo dal pane. Mi sembra un buon inizio. Diciamo sempre: quello è buono come il pane e quindi il pane è buono. E’ buono per tutti, perché tutti su questa bontà sono d’accordo. Ci sono cose buone perché sono perché hanno un significato universalmente buono”.
“Anche la nutella è buona” disse il bambino. “Certo” rispose il padre, “ma non a tutti la nutella piace o può far bene, però possiamo dire che ci sono cose che, seppure ritenute buone, non sempre fanno bene”.
“E le medicine allora? Lo sciroppo che a me non piace, tu dici sempre che fa bene, ma mica è buono”.
“Bravo, ci sono anche delle cose che non sono buone o meglio, non hanno un buon sapore, ma che fanno bene, ci aiutano a vivere meglio”.
Il bambino cominciava ad essere curioso e nacque, ben presto un gioco con il padre su ciò che fosse buono e su ciò che si riteneva non lo fosse.
“Facciamo così”, disse ad un certo punto il padre, divertito anch’esso del gioco. “Tu mi dici alcune cose che ti vengono in mente e io dovrò rispondere se sono buone o meno”.
“Facile” rispose il figlio.
“No, non è facile” disse il padre, “Perché devo giustificare la mia scelta e poi, toccherà a te. Va bene?”
Come sempre, il bambino annuì con un sorriso e cominciò con le parole.
“Aeroplano” disse con le braccia conserte e gli occhi che scrutavano i pensieri del padre.
“Buono” rispose il padre e fece una piccola pausa “perché ci permette di avvicinare i mondi, di conoscerli, di avere più tempo a disposizione per contemplare le cose ma può essere cattivo se viene usato male. Come, per esempio, lanciare l’aereo sulle torri gemelle. Ti ricordi?”
“Si, ma dentro la pancia dell’aereo c’erano i terroristi cattivi”.
“Certo, c’erano persone che non avevano voglia di usare l’aereo per divertirsi e per osservare il mondo dall’alto”.
“Ma, alla fine, è buono o è cattivo?” chiese il ragazzo.
Il padre aspettò un attimo prima di rispondere. Il gioco era meno semplice di quanto immaginasse e le parole del suo professore di linguistica rimbombavano dentro i suoi pensieri. Doveva, in qualche modo rassicurare il figlio ma, nello stesso tempo, doveva riuscire a spiegare come fosse complicato decidere cosa fosse buono e cosa invece si potesse giudicare cattivo, deleterio, inutile, ripugnante. Tutti concetti che non erano, nella maniera più assoluta descrittivi e quindi, occorreva giocare in un altro modo.
“Dimmi un’altra parola e io ti risponderò provando a descriverti perché una cosa può essere buona o cattiva ma, alla fine, sei tu che decidi.”
Il bambino guardò assorto il padre e si guardò intorno. Gli venne subito la parola seguente: “Libro” disse indicando il volume vicino al padre.
“Il libro è buono. Sempre. Non ci sono libri cattivi. Anche se raccontano cose brutte o false. Il libro ci permette di smettere quando vogliamo, possiamo abbandonarlo, riprenderlo dopo anni, criticarlo, non essere d’accordo, amarlo, regalarlo, ma un libro non è cattivo se non perché siamo noi a deciderlo”.
“Allora se siamo noi a decidere è chiaro che per alcuni una cosa è cattiva e per altri è buona”, disse il bambino.
“Certo, è proprio così. Però il tuo compito prevede che tu debba fare una scelta che è la tua, può essere giusta o sbagliata ma sarà la tua scelta”, rispose il padre.
“E se poi da grande cambio idea sul buono o sul cattivo?”
“La cambierai, anche fra meno di un mese, magari. Ma non è il problema di cambiare opinione che mi preoccupa, è quello di avere la libertà di poterla cambiare.”
Il bambino cominciò a capire che il padre stava andando verso qualcosa di più complicato.
“La politica, quella che scrivi tu, è buona o cattiva?”
Il padre si aspettava quella domanda e sorrise lievemente.
“La politica è buona perché riguarda tutti noi. La politica è passione, impegno, voglia di modificare le cose tentando di raggiungere il consenso di tutti”.
“Il mio amico Marcello mi dice sempre che la politica è cattiva perché il padre ha perso il lavoro”.
“Beh, sono gli uomini che fanno quel tipo di politica a non essere buoni”.
“Bisogna metterli in prigione”.
“Non esageriamo. Bisogna capire che la politica non è cosa per uomini grandi”.
“Cioè?” chiese il bambino incuriosito della strana risposta del padre.
“La politica è un gioco, molto grande, dove tutti hanno qualcosa da vincere e qualcosa da perdere. Vince, dovrebbe vincere chi, con la sua vittoria, riesce a far felici tutti.”
“Anche quelli che hanno perso”?
“Soprattutto quelli che hanno perso”
“Mi sembra un gioco stupido”, disse il bambino.
“E’, invece, il gioco più bello, ma anche impossibile”
“Ma se è impossibile, perché gli uomini grandi continuano a giocarlo?”
“Perché qualcuno spera, prima o poi, che si imparino le regole”
Il bambino osservò suo padre. Si alzò dal divano e si sposto, con il suo diario verso il tavolo. Si sedette e prese una penna. Aveva un foglio bianco a disposizione. Scrisse il titolo: “Cosa è buono per me” e poi, con la meticolosità propria dei bambini e con un ordine dolcissimo cominciò a scrivere il suo tema:
“Il mondo si divide in due, come un grande foglio. Da una parte mettiamo le cose buone e dall’altra le cattive. Facciamo un elenco ma che, se confrontato con altri fogli, non danno lo stesso risultato. Faccio degli esempi: la nutella per me è buona anzi, molto buona, ma mia sorella dice che è migliore la marmellata che a me, invece non piace molto e la metto nell’elenco delle cose non buone anche se, devo dire che non è proprio cattiva e allora la metto nell’elenco delle cose che hanno bontà e cattiveria e lo chiamo elenco del purgatorio. E, nel purgatorio c’è tutto, perché nel paradiso non possiamo mettere praticamente niente. Neanche mio babbo o mia mamma che per me sono buonissimi possono stare in paradiso. Mio babbo fa il giornalista e dice sempre che i giornali non tutti sono buoni e quindi anche lui non è sempre buono. Mia mamma, invece, fa il dottore e aggiusta le gambe a chi cade ma qualcuno dice che le aggiusta non troppo bene e allora per alcuni mia mamma non è buona, anche se io non sono d’accordo. Alla fine, visto che mi è stato chiesto cosa è buono per me dico che tutto quello che c’è nel purgatorio delle cose è buono perché possiamo scegliere. Faccio l’elenco delle cose buone: la mamma, il babbo, il mio amico Marcello e suo babbo, il panettone senza canditi, le costruzioni lego, i cartoni dei Simpson anche se qualche personaggio è cattivo, la ferrari e Alonso, anche se Alonso prima era cattivo ma adesso gioca con noi. Allo stesso modo è bravo Balottelli e sono cattivi quelli che lo fischiano, è buono Gesù bambino anche se gli islamici non la pensano così e allora io dico che è buono anche il loro Dio che non so come si chiama ma spero che non gli suggerisca di mettere altre bombe. E’ buono il cellulare di mia sorella pieno di musica mp3 ed è buona anche la sua amica che mi accarezza sempre la testa anche se è un po’ antipatica. Infine è buono l’anno che verrà perché si pensa sempre che noi saremo più buoni. Magari non è vero e sarà il solito purgatorio e ci saranno le guerre e i cattivi che vogliono vincere sempre. Mio padre mi ha detto che la politica è buona perché serve a far diventare tutti felici. Io ci credo poco. Ma sono piccolo e magari quello che dico non vale. Però mio padre ha aggiunto che la politica la devono fare i piccoli perché è un gioco dove tutti vogliono vincere ma mica vincono tutti. Mio padre pensa che questo sia un gioco interessante. Lui scrive anche queste cose ma io ancora non le capisco. Per me, la politica non è buona ma è piena di uomini che dicono sempre di essere i migliori. Vorrei che fossimo noi a dire chi è buono e chi non lo è. Per me chi decide di disegnarsi buono e poi dice le parolacce, urla e racconta barzellette sceme non è buono. Non è neanche cattivo. Ma non riesco a metterlo nel purgatorio. Allora, alla fine, mi sono inventato un’altra categoria. Ci sono i buoni, i cattivi, i purgatori e la casella dei cretini. Ecco, vorrei che nel 2010 non vincessero i cretini. Ma ho molti dubbi. Anche mio padre la pensa in questo modo e a volte, anche se è grande, ha ragione.
Sassari, 26 dicembre 2009