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La mia parte

La mia parte - il sito di Giampaolo Cassitta
Sono sempre stato da una parte
Quella sbagliata per molti e quella giusta per me.
Dalla parte degli ingiusti o dei poco giusti o di quelli che si rallegrano per un sorriso anche se non hanno denti e che hanno la capacità di concedere sempre tutto senza pretendere niente.

Sono sempre stato da una parte.
Quella in salita perché  ho sempre immaginato, da grande di potermi riposare e ho aspettato la cima per poi riscendere.  E’ una montagna più alta dell’Everest questa dove sono incappato, ma non mi lamento perchè c'è gente che è ai piedi della montanga e non ha il coraggio di continuare.
Sono sempre stato da una parte.
Quella di sotto perché sotto ci sono nato e ho amato e son riuscito a guardare il mondo dalla parte delle radici, perché dal Sud arriviamo piano, ma arriviamo, perché amiamo i colori forti e non li mischiamo, perché il sud ha il calore di una vita e non è la semplice espressione di un momento. Questo siamo e non dobbiamo nasconderlo. Piccoli e dolcissimi figli del sud.

Sono sempre stato da una parte
Quella di lato a tutti i rumori forti, a tutti i sorrisi di plastica che nelle latitudini rotonde si incontrano, quel lato destro del cuore che pulsa di profumo firmato, di lacca vaporosa, di abiti di seta e di divani di pezza. Quel lato oscuro che riempie le sere di tutti gli uomini per bene, quelli che mandano sms pe la ricerca sul cancro e fumano sigarilli costosissimi, quelli che inviano due sms per Haiti e sperano che per il prossimo anno si possa riaprire il resort, altrimenti pazienza:Santo Domingo.

Sono sempre stato da una parte
Quella della testa.
Ho sempre cercato l’amicizia nelle parole e nei gesti e non negli eventi, ho cercato l’amore negli anfratti di un abbraccio contemplativo e non nelle foto patinate di un istant book.

Sono sempre stato da una parte
Quella nascosta. Perché è nelle piccole storie che c’è la felicità. Perché ho sempre guardato con curiosità a tutto ciò che non sapevo, non conoscevo e non ho mai creduto a chi mi voleva raccontare la sua verità. L’ho sempre confrontata.

Sono sempre stato da una parte.
Quella diversa. Perché non ho mai amato chi è paladino della certezza, della giustizia vera, delle risposte certe, non ho mai amato chi divide il mondo in bianchi o neri, gialli e indiani, non ho mai amato chi sceglie di escludere gli omosessuali, o i down, o i matti, o i detenuti. Mi è sempre piaciuto considerare diversità la normalità e tutto questo mi ha arricchito.

Sono sempre stato da una parte: a sinistra. Dalla parte del cuore. E non mi sono mai mosso.
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Io sono un uomo per bene

Io sono un uomo per bene - il sito di Giampaolo Cassitta
Io sono un uomo per bene, ho due figli che frequentano regolarmente la scuola , acquisto sempre i libri, tutti, ho una moglie che lavora come infermiera professionale in un grande complesso ospedaliero. Abbiamo due auto perché per soprastarsi non è possibile usare i mezzi cittadini di trasporto. Io sono un uomo per bene che paga le tasse. Quelle che questo Stato si merita. Sono un architetto e qualche volta dimentico di emettere qualche fattura. Solo quelle per gli amici però. Mia moglie, in ogni caso le tasse le paga tutte. Perché non può evadere. Ma anche perché noi facciamo parte della classe dirigente di questo paese. Io sono un uomo per bene che si è impegnato in politica. Equidistante da tutti i poli. Non mi piacciono le urla, gli schiamazzi. Diciamo che amo il centro, un centro calloso, docile e duttile nello stesso tempo. Io sono un uomo per bene che accompagno miei figli in palestra e ogni mese pago la retta. Non chiedo la ricevuta perché il titolare è un mio vecchio amico e non naviga in buone acque. Se dovesse pagare tutte le tasse la sua palestra fallirebbe.  Io sono un uomo per bene che fa la fila alle poste, pazientemente e non sopporta che qualcuno faccia il furbo perché in Italia è il solito paese dove solo chi non rispetta le leggi riesce ad andare avanti. Io sono un uomo per bene che acquista i quotidiani, settimanali, mensili e che si informa attraverso la televisione. Quando mi chiedono un euro per la raccolta contro qualsiasi cosa lo faccio volentieri: cancro, leucemia, paese poveri, terzo mondo, terremoti. Io sono molto solidale. Sono un uomo per bene che ascoltagli altri con tranquillità, che partecipa alle cene sociali, che organizza piccoli eventi dagli amici titolari di ristoranti e, per risparmiare, noi e loro, ci si mette d’accordo sul prezzo e niente ricevute fiscali. Io sono un uomo per bene perché faccio girare l’economia. So che siamo un paese in difficoltà e tento di spendere quello che guadagno ma sono anche parsimonioso. Ho paura che possa governare qualcuno che distrugga il futuro della mia famiglia e dei miei figli e perciò i miei risparmi non sono in Italia. Non si sa mai. Ho anche acquistato degli immobili in una città di provincia e li affitto a poveri studenti che altrimenti non riuscirebbero a laurearsi. Loro vengono da piccoli centri di periferia. Loro mi pagano ogni mese oppure quando possono. Li capisco. Non insisto moltissimo. Non hanno contratto proprio per questo grande concetto di libertà. Io sono un uomo per bene che ama viaggiare, andare all’estero e vedere le altre culture. Solitamente lascio sempre le mance ai ragazzi di colore che lavorano per i villaggi vacanza sparsi nel mondo. Poverini, non hanno una paga fissa, non sono assicurati, mi si stringe il cuore. Io sono un uomo per bene che aiuta anche i nuovi architetti che vengono nel mio studio per uno stage. A volte rimangono dopo lo stage anche se non posso pagarli, a fine mese qualcosa la elargisco, ma loro sono felici di poter stare all’interno di uno studio importante. Non finiscono mai di imparare.
Io sono un uomo per bene, con due figli, una moglie, qualche piccola scappatella legata più che altro allo stress , un cane maremmano, due auto, un motorino che non inquina, faccio la raccolta differenziata e sono uno sportivo d’eccellenza. Amo questa mia vita. Io sono un uomo per bene che capisce come va il mondo e i problemi non sono gli italiani che non pagano le tasse, sono gli stranieri che distruggono il nostro mondo. Sono i delinquenti rumeni che non hanno voglia di lavorare, che non vogliono vivere in una casa, sono questi dalla pelle scura che pretendono diritti senza riconoscere i doveri. Doveri di un onesto cittadino come me, che sono un uomo per bene. Però, infine, a questi poveri ragazzi mi piange il cuore a buttarli fuori dal nostro paese e quindi, quando li vedo, nei semafori, gli regalo un euro, da vero uomo per bene che ha fatto della sua vita una strada votata alla solidarietà.
 Cagliari, 16 gennaio 2010
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Il colore della razza umana

Il colore della razza umana - il sito di Giampaolo Cassitta
Chissà perché in questo paese quando si parla di calcio e di politica finisce sempre in rissa. Forse perché è un paese infantile,adolescenziale,dove non si ha la concezione delle regole, la capacità di applicarle e il dovere di osservarle.
Prendete, per esempio, il calcio. C’è un arbitro oggi ben coadiuvato da alcuni assistenti, ci sono 22 ragazzotti pagati piuttosto bene, un allenatore, un pallone e novanta minuti a disposizione per divertirsi, per giocare. Gli altri, il pubblico,  a fare il tifo per una squadra o per l’altra con la consapevolezza che quella partita non dovrebbe cambiare il corso delle vita. Di nessuno.
Eppure non è così.
Dettate le regole e apparentemente condivise tutti tentano di modificarle, interpretarle,  cambiarle in corso d’opera. C’è chi si getta in area con la speranza di un rigore, chi si aggiusta la palla con la mano pur di arrivare ai mondiali, chi butta a terra l’avversario perché gli ha dimostrato di essere atleticamente più veloce, chi non sopporta le decisioni dell’arbitro e lo insulta. E viene giustamente cacciato. Ma segue una canea di voci contrapposte che non spiegano, davvero, cosa diavolo sia successo in campo. Prendiamo, per esempio, la storia di Mario Ballotelli. Un ragazzino di diciannove anni che gioca magnificamente a pallone. E’ uno dei pochi, in campo, a divertirsi in quanto, probabilmente, non ha ancora maturato la consapevolezza del campione che significa giocare per i soldi. Ecco, questo piccolo talento, immaturo,  capriccioso come tutti gli adolescenti, irrequieto, indomabile, ha un piccolo difetto. E’ nero. Neppure abbronzato. Proprio nero. E, per molti ha un altro difetto: è italiano. E questo, per alcuni non è contemplato. Non ci sono neri italiani. Nella nostra razza questo non è permesso. Ma nella razza umana si. E allora, il pallone, il calcio, il gioco, la bellezza di un gol, del gioco di squadra, del passarsi il pallone, della gioia di una vittoria, degli insegnamenti di un sconfitta, tutto questo non c’è. Dietro queste frasi non c’è. E da Ballotelli passiamo alla caccia al nero. In maniera quasi normale in un paese che non è più normale. Non basta vergognarsi dei cori razzisti, del gridare sporco nero la sera per richiamarlo la mattina al lavoro duro dei campi, a non volerlo nei nostri bar ma ad accettarlo nei nostri appartamenti lucrandoci e non vergognandoci di avere un cuore che non pulsa sangue ma solo disprezzo e memoria corta. Quando noi trattiamo male un extracomunitario stiamo sputando in faccia a mio zio che è andato in miniera in Belgio, all’altro mio zio emigrato in Australia, a tanti altri italiani che son partiti alla ricerca di un lavoro, stranieri in terra straniera. Quegli stessi stranieri che, seppure integrati  da una vita in altri paesi, quando gioca la Nazionale di calcio italiana corrono a vederla e quando scoprono che un fenomeno di nome Mario Balotelli gioca in nazionale nonostante sia nero, sono orgogliosi e applaudono convinti di aver lasciato un paese civile. E non sanno invece della vergogna con cui ogni giorno ci vestiamo. Una vergogna che non si lava con normale detersivo. E ce la teniamo addosso. Insulto dopo insulto.
 
Sassari, 9 gennaio 2009
 

Destra, sinistra, il Toro, la Juve, le corse e i motori.

Destra, sinistra, il Toro, la Juve, le corse e i motori. - il sito di Giampaolo Cassitta
 
Visto che i tagli, ritagli  e frattaglie destano molta curiosità, ecco un altro pezzo, più intimista del precedente, circa il pensiero “comunista” e pasticcione di costruire i rapporti di coppia alla fine degli anni 70. Ho ricevuto diverse mail, alcune divertite, altre pensierose ma tutte hanno confermato che si, in realtà, nel 1978 così andava il mondo.
Il pezzo che segue è un inedito “scartato” dal prossimo libro. Mi piaceva e, nello stesso tempo mi dispiaceva buttarlo nel cestino del desktop. Ho preferito metterlo nel cestino dei ricordi. E regalarlo a chi ha voglia di leggerlo e di ritrovarsi. Dedicato, soprattutto a tutti gli “algheresi” intorno ai cinquanta anni.
 
Sassari, 6 gennaio 2009
 
 
 
Dove cazzo è finito il mio maglione? Quello che mi ha regalato Violetta. Figurati se si trova qualcosa dentro questo casino di casa dove mia madre sembra l’ape operaia che ramazza e nasconde qualsiasi cosa. Cosa le costava lasciarlo sulla sedia? Adesso è tardi e magari è andata via. Devo approfittare della situazione. Gianvittorio è dentro la radio, ne avrà per un ora. Un’ora magari non basta, perché devo concentrarmi, devo stare attento a non sbagliare, a non precipitare le cose. La butto sul politico. Ecco, è così che devo fare. Buttarla senza neppure provare a raccoglierla. Mica dobbiamo costruire una famiglia noi due. Mica dobbiamo dirci ti amo e quanto ti amo e come sei bella. Non possiamo fare la fina di tutti i borghesucci di provincia che stanno per ore abbracciati in passeggiata o dentro le poltroncine del “76”.
Camminiamo sino alla fine. Nessuno arriva mai alla fine del lungomare. Tutti a girare dopo “El fuego”. Non si può andare avanti. Cominciamo ad infrangere questo rito. Magari finire sugli scogli del mediterraneo. Quelli che qualcuno li ha levigati con il cemento. Un idiota. Ma da bambino mi piaceva. Da bambino mi piaceva Gianni Morandi e canticchiavo Al Bano. Da bambino.
Sul politico. Buttiamola sul politico. Perché mica posso dire che lo scorso anno mi sono comprato sabato pomeriggio di Claudio Baglioni e che mi piace ascoltare quella canzone che fa proprio per noi e magari non la conosci e la uso così, come una poesia di Neruda: non ti ho detto che i tuoi riccioli sono di seta che profumi di erba falciata che non sono mai stato un poeta e che darei la mia vita per te.
Politico. Il discorso ed il contesto è squisitamente politico. Mica posso chiederle: Mi ami? Schifosamente borghese. E allora? Neppure mi piaci, mi piaceresti, sei la mia compagna, perché non facciamo l’amore? Si dice in questo modo o tra compagni e preferibile il semplice scopiamo?.
Politico. Possibile che tutto debba essere dannatamente e schifosamente politico? Tutto etichettato?
Per esempio: il Torino, inteso come squadra di calcio è di sinistra? Tutti dicono lo sia perché si parte dal presupposto che la Juve è la squadra dei padroni, dell’Agnelli e quindi il fatto che dopo tantissimi anni, il mese scorso il Torino ha vinto il suo settimo scudetto è un evento per gioire. Io sono per i granata. Hanno un bel colore di maglia e non mollano. Hanno Pulici e Graziani e hanno Claudio Sala che un po’ di sinistra deve esserlo, visto che lo chiamano il poeta. E i poeti sono quasi sempre di sinistra.
Così ho sempre diviso il mondo. Ho immaginato quelli di sinistra come dotati di un cuore forte, indecifrabile, ma grande. Ecco perché a novembre dello scorso anno ero felice per il Nobel alla letteratura di Eugenio Montale. Non per vile patriottismo destroso, ma proprio perché lo ha vinto un poeta che ha saputo scrivere “non recidere forbice quel volto” e il volto di Violetta mi è rimasto dentro da quando a Febbraio 1975 la conobbi, per la prima volta a casa di Gianvittorio. Ti presento l’amica di mia sorella, Violetta Capisso che, con quel cognome, gli occhi e le treccine da adolescente pareva tutto tranne che una compagna. Non andai oltre al classico “Piacere Claudio” e decisi di non recidere mai più quel volto che era fresco e nuovo e dolce e colorato. Per me Violetta, era come il Toro: un po’ borghese, un po’ snob, ma con la forza e la poesia che ci mettevano quei giocatori a vincere e convincere. E vinsero. Di un punto sulla Juve e quindi, secondo la mia personalissima tesi, di un punto sui padroni.  Avevamo raggiunto il primo traguardo. Almeno sullo sport i mitici compagni granata avevano conquistato lo scudetto. Non potevo però raccontarlo a Gianvittorio, animale politico per eccellenza. Senza squadra di calcio da tifare, perché è populismo allo stato puro, al massimo l’atletica. Niente boxe perché è violenta e le palestre sono piene di fascisti. Ma Mohamed Alì mica è fascista, si è ribellato, è un’icona per il popolo negro. Sarà un caso. Già. Un caso. Il tennis è di destra, di destra estrema. E Borg, e Panatta e Bertolucci? Di destra. E la formula uno, la Ferrari? Di destra. Ma è rossa. E’ di un padrone. Neppure Niki Lauda potevo raccontare. Niente.
Io il mondo lo dividevo dentro la mia ideologia. C’era molta destra ma non stava tutta da una parte e c’era moltissima sinistra e non era solo politica.
Dire “ti amo” era di destra o di sinistra? Darsi un bacio al bar 76 forse non era né di destra né di sinistra ma sarebbe stato bellissimo se dall’altra parte, che sfiorava le mie labbra, ci fosse Violetta. Scenografia di destra pensai. Che faccio adesso?
Non potevo dire a Gianvittorio che salivo a scala Piccada. Tantomeno a Violetta. L’automobilismo è uno sport borghese. Nessun dibattito a tal proposito. Non sono mai stato d’accordo. La macchina è qualcosa che mette in moto l’anima. la velocità, il rumore sordo della fiat 595 Giannini o quello duro e secco della 695 Abarth e la dolcezza della Lancia Fulvia, la forza della Stratos, la bellezza della Beta.
Sono macchine da signori, diceva Gianvittorio. Ma le hanno costruite gli operai. Io le osservo con quegli occhi: dall’officina, da quando, con lentezza, dentro l’olio che avvolge ogni tuta, vengono montati i pistoni e tutto diventa suono, diventa armonia e gioco e velocità. Ecco perché quel tiepido giorno di maggio, senza dire niente a nessuno, che tanto tutti sapevano, mi svegliai molto presto e arrivai al quinto chilometro della mia “scala piccada” diversi tornanti secchi e duri che, dalla periferia di Alghero si arrampicano sino alla discoteca la Siesta per poi proseguire per Villanova Monteleone. Sette chilometri di vita da succhiare dentro i motori.
Gara tosta quella di maggio 1975. Ci sono Pilone, Locci, il brizzolato ma anche Sergio Farris e Uccio Magliona.
Vince lui dicono tutti. Perché è il più bravo. Perché ha una bellissima Osella o, come diciamo tutti, una splendida barchetta.
ma il motore che ha un’anima e ha pensieri e regala certezze. Invece la strada decide che a vincere deve essere Franco Pilone su Abarth osella bmw, secondo assoluto l’algherese Antonio Murru con un’alfa romeo gtam e al terzo posto sergio farris sempre con un’alfa gta. Fu quell’anno che decisi per un’alfa. Quando potrò la mia prima auto e le successive e per sempre saranno un’alfa. Perché ha un bel nome, un bel rumore e sale e disegna curve e il motore sorride e non arranca….
 
 
 
 

Formidabili quegli anni?

Formidabili quegli anni? - il sito di Giampaolo Cassitta
C’è un passaggio in questi mesi che mi porta a ricordare. Il mio ultimo libro parlerà, infatti della strage di Bologna. Mi sono imbattuto leggendo i vecchi quotidiani, in un ambiente completamente livido e duro, un ambiente che avevo apparentemente dimenticato.
I libri sono però dei grossi contenitori e quando sono troppo grandi ti dicono di tagliare o, anche tu, rendendoti conti di aver esagerato con i barocchismi, decidi di sforbiciare alcuni capitoli. E’ difficile abbandonare quello che uno scrive e quindi ho deciso di riproporre alcune cose che non sono finite sul libro ma erano destinate al cestino del computer. Mi piaceva l’idea di regalare ai miei lettori quel clima che sembra essere lontano ma non lontanissimo.
Ripropongo un pezzo del diario rosso (i tempi erano quelli…) scritto da una protagonista del romanzo, quella Violetta contesa da Gianvittorio e Claudio che fu protagonista anche nel “Giorno di Moro”. La lettura del diario potrà far sorridere alcuni. Altri non capiranno. Ma ci saranno alcuni che quelle cose le han vissute per davvero e, probabilmente, si regaleranno qualche lacrima in mezzo alle rughe ormai evidenti. Senza dirlo a nessuno, ovviamente…..
 
Caro diario rosso,
ormai mancano pochi mesi al congresso di novembre a Rimini. Dovrei presentare alcune mozioni anche perché i compagni, dalla Sardegna, saranno molto pochi. Gianvittorio e Claudio, per esempio non verranno. Non è paura la loro anzi, sono dei veri militanti e lavorano tutti i giorni in radio a costruire la controinformazione. Eppure, quando tento di buttarli dentro il discorso squisitamente politico sembrano smarrirsi. Certo, loro sono con me e contro quei bastardi falsi compagni che a Dicembre dello scorso anno si gettarono contro il nostro striscione col dito col dito l’orgasmo è garantito, così gridavamo quel giorno e loro, i compagni militanti, i tosti di Lotta continua che rispondevano come i peggiori dei fascisti: “col cazzo col cazzo è tutto un altro andazzo”.
Sull’aborto, per esempio. Dovevamo fare una trasmissione autogestita con le compagne del circolo radicale. Tutto deciso. E’ un mese che accenno della cosa a Gianvittorio che rimpalla su Claudio e viceversa. Abbiamo anche il telegramma di Adele Faccio, con le sue bellissime frasi dalle quali dobbiamo partire: “Il 1975 è stato l’anno Santo per la chiesa. Lo abbiamo trasformato nell’anno della donna e dell’aborto”. Da qui dobbiamo partire, dicevo io alle compagne di Lotta continua, perché la scelta non è tra l’aborto e il non aborto, ma tra l’aborto clandestino, cioè l’omicidio di massa, e l’aborto legale.
Ho parlato dell’apparecchio karman, semplice e sicuro che le donne americane se ne servono anche per sgomberare l’utero e abbreviare il periodo mestruale. Niente. Sino a quando Claudio mi guarda, con quei suoi occhi forti e quasi impercettibilmente mi chiede: “Ma tu, abortiresti?”
Io ho sempre creduto allo slogan mututato dai neri americano “black is beatiful”. Donne è bello. Perché dobbiamo costruire una nuova identità femminile.
Ho sentito Cesara che su questo ne ha fatto quasi una battaglia personale. Lei è del gruppo Demau, quello nato alla fine degli anni 60 a Milano e che, da queste parti non ha molte simpatizzanti. Troppo sofisticato penso mentre osservo Cesara che dentro la sua camicetta a fiori e i suoi capelli rossi e lunghi e le sue fossette forti continua, imperturbabile a fumare e parlare. “L’autocoscienza è il gradino obbligato per molti gruppi. Noi siamo contro la gerarchia sessista” dice con enfasi e aspirando la sua forte “gitanes”. “Cosa significa?” dico io mentre cerco nervosamente una muratti da qualche parte del borsone che Franco mi ha protato dal Perù. “Siamo contro la discriminazione sessista, non è possibile che non dico gli uomini, ma i compagni siano così stronzi. Ecco dobbiamo urlare contro l’imperialismo fallico e dire no a queste cazzo di catene maschili. Dobbiamo essere padrone del nostro corpo. Dobbiamo fare lo sciopero del sesso.
Dice Cesara. E io ascolto. Forse, dico forse, mi sembra troppo.
“Donne non si nasce, ma si diventa”, dice Cesara, che poi è uno slogan di Simone de Beauvoir.
Io invece donna ci sono nata. Questo vorrei dire a Cesara, ma non lo dico e lascio andare la mia cesara e le sue gitanes e i suoi solgans che sono belli, ma di Milano.
Carlo il mio rosso diario. Ho trascorso il resto della giornata ad ascoltare Gli AREA, così sono riuscita a non pensare. Ho cominciato anche “Alice nel paese delle meraviglie” una compagna me lo ha suggerito per un viaggio onirico nelle metafore della vita. Un passaggio, dopo alcune pagine di lettura, sinceramente difficile da comprendere. Posso dirti che il libro è stupidino?


Non è un caso se decido di pubblicare  in questo periodo alcune cose che riguardano anni bui e duri. Nei prossimi giorni continuerò a raccontare,  alcuni passaggi che, guarda caso, si uniranno ai giorni che stiamo vivendo, non meno buio per la democrazia.

Sassari, 5 gennaio 2010

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<h4><span>libri pubblicati</span></h4> - il sito di Giampaolo Cassitta

Asinara, il rumore del silenzio. 2001 -2008 - due edizioni - 1 edizione economica

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supercarcere Asinara. 2002 - 2005 - quattro edizioni - 1 edizione tascabile

<h4><span>libri pubblicati</span></h4> - il sito di Giampaolo Cassitta

La zona grigia. Cronaca di un sequestro di persona avvenuto in Sardegna nel 1978. Uno sconcertante sequestro.

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Il libro più amato. Un delitto che accade a Roma lo stesso giorno dell'omicidio di Aldo Moro. E i ricordi cominciano a riffiorare. Un noir cupo dentro gli anni 70.

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raccolta di racconti con prefazione di Giampaolo Cassitta

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l'ultimo cd degli humaniora - ponti non muri - included MARTA - testo di Giampaolo Cassitta - musica Gianfranco Strinna

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