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Il senso dei bambini per la neve

Il senso dei bambini per la neve - il sito di Giampaolo Cassitta
“Evviva! La neve,” urla Giulia dentro gli occhi dei suoi cinque anni. In  una città che solitamente  non conosce il bianco e il soffice dei fiocchi che tutto dipana. Bisogna avere la lentezza dei bambini e la loro frenesia per osservare muti e soddisfatti quel manto che ricopre le cose e le rende tutte uguali. Non riconoscere le auto, le strade, i marciapiedi, tutto lentamente si modella dentro il rotondo e soffice. Tutto diventa apparentemente incancellabile. Indelebile. Ed invece è un attimo. Il tempo di un “evviva” che Giulia ha urlato nella gioia di bambina. Quell’attimo che passa dal silenzio ovattato, dalle persone che camminano attente al rumoreggiare lontano delle prime auto che si svegliano e cominciano a pasticciare l’asfalto e a renderlo orribilmente nero. Come sempre . Sfugge il bianco e riprendono gli altri colori, ritornano gli antichi rumori e tutti si riprendono la loro ottusa quotidianità. Giulia osserva dal basso del suo nasino e lentamente anche lei ricomincia a correre. “Evviva! Gli uccellini”. I bambini, come sempre, riescono a disegnare nuovi e dolci scenari.


Sassari, 12 febbraio 2010. Giorno di neve.

La fretta del "fare" e la pochezza dell'essere.

La fretta del "fare" e la pochezza dell'essere. - il sito di Giampaolo Cassitta
Il fare veloce, perché per salvare una vita è necessario passare con il rosso. Il vivere con questa ansia quotidiana, quella di essere sempre pronti , eroi quotidiani che i giornali e le televisioni ingoiano con terribile voracità. Esserci, sempre, in ogni modo, dal salvare il gattino sull’albero, alla costruzione del ponte dello stretto. L’Italia del fare  è stata superata dall’Italia che osserva lenta, che ha molti problemi a comprendere la velocità degli uomini e delle cose. Così, Bertolaso , il prode Bertolaso, l’eroe Bertolaso, il medico Bertolaso, quello che salta tutti i semafori perché una vita lo chiama, quello che dice che gli americani sono pasticcioni, quello che organizza un G8 in Sardegna ma, nello stesso tempo costruisce casette in Abruzzo e controlla Olimpiadi, interviene sempre in prima persona, sempre senza cravatta, lui, quello dell’Italia del fare, viene fermato, gli viene intimato l’alt. In pausa ad un posto di blocco. Pare che i lavori dell’isola de La Maddalena  fossero troppo veloci, terribilmente veloci, che molti, troppi, camminassero senza carte, senza troppe pezze giustificative. Tanto a che servono? L’importante è apparire con il gioco dell’esserci, che non è la stessa cosa dell’essere. No. Non è la stessa cosa. Ho subito pensato: urleranno al complotto. Lo hanno fatto. Non avevo dubbi. 
Qualche mese fa, a Cagliari, hanno arrestato un marocchino perché non voleva pagare il biglietto dell’autobus e ha insultato il controllore. Otto mesi di carcere. Ha gridato al complotto. Non gli hanno creduto. 
Anche io non credo ai complotti. Non ci ho mai creduto. Anche se ho scritto molto sui complotti. Ma i miei, almeno, erano romanzi. 

La costituzione a punti.

La costituzione a punti. - il sito di Giampaolo Cassitta
 
Abdul Rahima ha gli occhi quasi dipinti dentro una faccia scura, densa, spessa e forte. Nera. Nera che sembra ebano scolpito, nessuna ruga. Liscia. Come una palla di biliardo, come l’acqua di una fontana, che scorre e si diluisce nei pochi anni vissuti e nei molti che ha davanti. Abdul Rahima stamattina è inquieto, agitato,  ha dentro pensieri che dipingono la burrasca e la tempesta, ha raccolto tutte le parole di una lingua che ha imparato a conoscere, si è rinchiuso nella sua piccola stanza alla periferia di Roma che, vista da via Induno, vicino al Palazzo del Ministero della Giustizia è la periferia del mondo. Ha scelto i migliori jeans, quelli meno stropicciati, una camicia bianca e un sorriso di circostanza miscelato alla riflessione che il momento impone. Abdul Rahima, in via Induno 22 si è recato dentro una mattina di primavera dolce in una Roma ancora assonnata perché deve sostenere un esame. Molto importante. E’ entrato in un bar di viale Trastevere e ha chiesto un caffè. Si è guardato intorno, ha raccolto i pochi rumori di un bar desolato, gli sguardi fugaci dei bianchi che non sanno osservare e camminano muti, ha pagato al cassiere che gli ha dato brillantemente del tu, anche se lui ha risposto con un “grazie a lei, buona giornata” ed è uscito. In via Induno una volta si sostenevano gli esami per i concorsi di Stato. Una volta. Adesso gli esami si sono diradati e quei pochi concorsi che vengono banditi si svolgono tutti al Palazzo degli esami all’Eur o all’Hotel Ergife. I partecipanti sono troppi. In via Girolamo Induno ci sono solo 800 banchi. Pochi per i concorsi di uno Stato che vacilla e che ha deciso di testare gli stranieri in un campo dove gli italiani, forse sono inadeguati. Abdul Rahima stamattina si siederà davanti ad una commissione di illustri docenti italiani, italianissimi, e sarà interrogato sulla Costituzione che questo Stato ha promulgato il 27 dicembre del 1947. La sua interrogazione fa parte di una nuova legge costruita ai tempi della Lega che prevede, appunto, una interrogazione sui principi costituzionali. Se Abdul risponde bene avrà dei punti, utili per poter stare in questo paese. E’ un momento curioso, anche perché la maggioranza degli italiani la Costituzione la ignora e, grazie alla Lega, sarebbe cacciata a calci dal territorio natìo, epperò un partito che sulla Costituzione ci sputa praticamente ogni giorno e la insulta negli articoli più importanti, ha deciso che Abdul per ottenere il permesso a punti deve conoscere la Legge delle Leggi.
Abdul si siede e aspetta le domande. Paziente, con una sottile dose d’ansia. Il Presidente gli chiede se ha letto tutti gli articoli, Abul risponde affermativamente. Poi, per metterlo a suo agio lo invita a parlare di un articolo a piacere, uno che lo ha colpito favorevolmente. “L’articolo otto” risponde Abdul. “Bene, risponde il Presidente. Perché ti è piaciuto questo articolo?” chiede, dandogli del tu, il simpatico Presidente.   
“Perché parla di una cosa bellissima”, dice Abdul, “quella di poter esprimere il proprio credo in completa libertà, perché tutte le religioni, anche quelle diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti e quindi anche la mia religione, in Italia può essere liberamente praticata e io ne sono fiero”. Dice così Abdul. Ne sono fiero. Una fierezza dolce, misurata, rotonda. Il Presidente lo guarda, sorride e ricerca gli sguardi degli altri intenti a leggere prime pagine di quotidiani che parlano d’altro. Potrebbe fare un’altra domanda ad Abdul ma non c’è bisogno. Lo guarda e, restituendogli il documento dice solennemente: “Mi dispiace Abdul, le leggi in questo paese, sono un po’ più complicate della Costituzione e le cose non stanno proprio come dici tu”.
“Come dice la vostra Costituzione” dice con un filo di voce Abdul. “Certo, come la nostra costituzione ma quello che ti manca è l’interpretazione. Studia meglio e quando imparerai a comprendere come si legge il diritto, forse sarai degno di questo paese.”
Abdul non ha voglia di replicare. Si alza, con i suoi occhi dipinti in un volto scuro, duro e ligneo. “Ho imparato a leggere le cose degli uomini. Ma ho imparato anche  che ogni uomo ha un metro di lettura che è legato sostanzialmente al suo interesse personale. Io pensavo che in Italia tutti i cittadini avessero pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, come recita l’articolo 3 della Costituzione,  ma io e Lei abbiamo un senso di libertà e dignità sicuramente diverso. Ritorno nella periferia del mondo e attendo un qualcosa che possa farmi comprendere il vostro modo di interpretare la dignità. Io le parole le conduco al cuore, Lei con le parole, ci gioca soltanto.”
Abdul ha la sua camicia bianca quando passa davanti al Tevere, che scorre lento. Decide per una passeggiata in una Roma distratta, abulica, tersa e distante. Passa davanti al Ministero della Giustizia. Niente punti per Abdul, niente permesso di soggiorno in un paese dove i governanti e il Ministro della Giustizia  scrivono quotidianamente leggi anticostituzionali e chiedono agli stranieri, ai presunti “altri” di studiare la Costituzione.
“La studiassero loro”, pensa Abdul dando un calcio ad una lattina di coca-cola. La studiassero e la applicassero, vivremmo in un paese forse più normale.
 
La repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali, ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
Articolo 2, Costituzione Italiana.

Sassari, 8 febbraio 2010

Ricalcolo, ricalcolo

Ricalcolo, ricalcolo - il sito di Giampaolo Cassitta
Delle scuole medie inferiori ho un bellissimo ricordo. Perché ero un ragazzino, perché potevo portare a scuola  i pantaloni corti (anche d’inverno, ma ad Alghero non c’era tanto freddo e per me erano un simbolo di libertà) e perché potevo mangiare la grandissima “pesca” , ovvero la pasta tutta rossa e grossa del buon forno Serra. Avevo come professore di Italiano, storia e geografia un signore d’altri tempi, con voce cavernosa e occhi dolcissimi. Si chiamava Lorenzo Chessa e lui ci diceva di non chiamarlo Professore ma, semplicemente Tiu Larentu, zio Lorenzo. Ed era un grande affabulatore come pochi. Raccontava la storia  accompagnandola da aneddoti  divertenti, a volte sublimi e concludeva, per darci l’idea della verità nel suo narrare,  con una locuzione che ancora oggi, a volte, per sorridere continuo ad usare anche io: “Questo è, mì!”. Tiu Larentu aveva anche un altro amore: la geografia. Da lui ho imparato, per esempio, come leggere una carta geografica, come districarsi tra fiumi, laghi, capoluoghi di provincia, di regione, capitali Europee e, per ogni luogo  lui ci narrava una storia. Era innamorato dell’Albania e dei suoi canti. Diceva sempre che gli albanesi erano persone semplici e tristi. Non divideva il mondo in russi e americani. Mai. Ma tentava di farci capire perché il mondo era diviso in blocchi e lo faceva raccontandoci la storia e la mischiava con la geografia: “Questo è, mì!”
Oggi, sento che hanno deciso di uccidere anche Tiu Larentu (che, probabilmente è già morto in maniera naturale, ma lo saluto e lo abbraccio comunque e lo ringrazio) e la geografia. Dicono che ormai abbiamo tutti il satellitare e altre diavolerie e lagegorafia diventata una materia inutile. Bene. Sa modernidade che, a volte, compie delitti osceni, stavolta si è macchiata di un peccato terribile: ha ucciso la fantasia. Gli alunni non sapranno  quale è la capitale della Repubblica Ceka (ai miei tempi Cecloslovacchia) né  dove si trova Auschwitz (In Germania, in Polonia?) non ricorderanno il lago di Como, la reggia di Caserta e la piana degli albanesi.  Ma potranno digitare il luogo sul satellitare. Quando sbaglieranno rotta nessun problema: il satellitare dirà loro, con voce metallica: ricalcolo, ricalcolo. Ma saranno più tristi. Questo è mì!


Cagliari, 4 febbraio 2010

Macerie di plastica

Macerie di plastica - il sito di Giampaolo Cassitta
Sento il ruggito del nulla che ci sovrasta. Da una parte ci scusiamo e lasciamo la scena – perché è giusto lasciarla – e proviamo a disegnare canovacci che altri, purtroppo,  non comprendono. Mi riferisco alle dimissioni di Delbono e Marrazzo. Dall’altra, anziché provare ad unirci dietro un nome che catalizza migliaia di persone, perdiamo il tempo in barocchismi insulsi regalando una parabola di falsa democrazia. Il riferimento, in questo caso è a Nichi Vendola (l’unico possibile vincente per la sinistra e, dunque da scartare…).
Insomma, non sappiamo perdere e non sappiamo vincere. Ma non sappiamo neppure governare. Sinceramente sono molto rattristato da questo stato di cose. E’ passato un anno dalla mia candidatura alle elezioni regionali e pensavo, speravo, che un dolce sussulto ci assalisse. Niente. In Sardegna, dopo un anno l’opposizione a Cappellacci si è dissolta come spuma che scompare nelle onde di maestrale, veloce come la benzina di un serbatoio della Ferrari, repentina e solitaria. L’opposizione non prende posizione. Non ha una posizione ed è alla perenne ricerca di qualcuno che offra qualcosa su cui aggrapparsi. Non so, ho un vago e struggente presentimento che, probabilmente, i politici – quelli veri – non raccolgono: forse si sono modificati i piani, hanno costruito nuove forme etiche e noi non lo sapevamo. Siamo dentro un tritacarne inutile che ingoia tutto. La morale ce la spiega Corona e i suoi servizi fotografici. Chi si dimette, perché ha sbagliato, viene irriso. E’ sempre una questione difficile da comprendere, almeno sul piano politico che una volta, ai miei tempi antichi,  non  accadeva. E’ il rumore del nulla che appesantisce il panorama di questi giorni. Si passa da una velina a un servizio gossip,  a due bestemmie a una comparsata dentro il grande fratello, ad una trans e a un goccio di cocaina che fa abbastanza frikkettone, a un bancomat usato leggermente, all’insulto dell’avversario e alla farsa del partito dell’amore. Tutto terribilmente di plastica. Ho un presentimento: che questo sia il pianeta Pandora. Quello di Avatar per intenderci. Gli uomini azzurri ci sono da tempo (sono i transfughi di forza Italia) sull’altezza fisica ed etica  dovremmo rivedere alcune scene. Ma lo spettacolo è assicurato.
Passo dentro queste macerie e non ho più lacrime da regalare ad un selciato politico che non riconosco.

Cagliari, 26 gennaio 2010

libri pubblicati

<h4><span>libri pubblicati</span></h4> - il sito di Giampaolo Cassitta

Asinara, il rumore del silenzio. 2001 -2008 - due edizioni - 1 edizione economica

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supercarcere Asinara. 2002 - 2005 - quattro edizioni - 1 edizione tascabile

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La zona grigia. Cronaca di un sequestro di persona avvenuto in Sardegna nel 1978. Uno sconcertante sequestro.

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Il libro più amato. Un delitto che accade a Roma lo stesso giorno dell'omicidio di Aldo Moro. E i ricordi cominciano a riffiorare. Un noir cupo dentro gli anni 70.

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raccolta di racconti con prefazione di Giampaolo Cassitta

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l'ultimo cd degli humaniora - ponti non muri - included MARTA - testo di Giampaolo Cassitta - musica Gianfranco Strinna

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