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Italia amore mio!!!!

Italia amore mio!!!! - il sito di Giampaolo Cassitta
E’ una partita persa. Non capisco perché ci ostiniamo a continuare a pretendere regole e provare a giocarla. E’come Inter Maracalagonis, Milan Abbiategrasso, Roma Formia. Con tutto rispetto per le avversarie delle squadre titolate che ho nominato. Insomma, non si può vincere. Non c’è partita. Poi, loro, quelli di serie A,mettono in campo i titolari: i Ghedini, gli Alfano, gente che consoce a memoria gli schemi, mica le riserve di scapoli e ammogliati.  E allora? Allora basta. Saviano dice che dobbiamo ribellarci. Saviano.
Bravo ragazzo. Anzi, bravissimo . Ma non è questo il punto. Il punto è un altro. Ogni giorno, ad ogni sorgere del sole ci sono attimi in cui dobbiamo riflettere e arrivare ad un’altra conclusione: noi non abbiamo le stesse armi. Non abbiamo le stesse possibilità. Non possiamo, neppure con tutto ciò che vorremmo interporre, né con i fatti e neppure con le parole  fare niente. Inutile. Paradossalmente (e il ragionamento necessita di qualche spiegazione che cercherò di dare) sono d’accordo  con Berlusconi: i giudici, molte volte sbagliano. Nella ricerca spasmodica della verità processuale si commettono errori, a volte grossolani, a volte infinitesimali che possono modificare l’esisto di un procedimento. E’ vero. Sto lavorando alla riedizione di un mio libro (la zona grigia, cronaca di un sequestro di persona) e ho avuto modo di intervistare, proprio in questi giorni un ex detenuto, completamente innocente che si è sciroppato 17 anni di carcere. Quella sentenza del 1982 da me analizzata è una sentenza sbagliata. Lo dicono in molti ormai. C’erano altre regole allora. Epperò quelle regole valevano per tutti. I giudici, quei signori disposti a ricercare la verità o a travisarla, sono gli stessi – gli stessi – che giudicano altre migliaia di cittadini nel corso della loro carriera professionale. Se sono talebani, se hanno la genìa modificata, se sono terroristi lo sono con tutti. E se qualcuno prova a dirgli in faccia certe cose si becca una denuncia.  Ed invece questi strani esseri  sembra che ce l’abbiano solo con chi ha milioni di euro per difendersi, che si può  costruire le leggi come crede e può  dire, quando si rende conto che la partita è persa: “Basta, ragazzi. Il pallone è mio e si va tutti a casa”. Proprio come quei bambini antipatici che riuscivano a rovinare i giochi e l’ingenuità dei nostri anni. Dei prepotenti ne  è pieno il mondo. In Italia, ormai, la prepotenza abbonda in tutti i luoghi e in tutti i laghi (tanto per parafrasare la canzoncina ina ina che ha vinto l’ultimo festival di Sanremo tele votato dal popolo sovrano…..). Si parcheggia in modo disumano, in seconda, terza fila, tanto è solo un attimo. Si chiede il favore, l’aiutino per il figlio, per il nipote, per chiunque. Si va dal fabbro, dal falegname, dal dentista, dal cardiologo e si tratta sulla ricevuta e sullo sconto.  Poi però, davanti alla giustizia si ragiona in maniera ondivaga: se qualcuno mi ha insultato merita l’ergastolo, se io non pago le tasse, non faccio la ricevuta che volete che sia? Ma questo è un paese serio? Certo. Lo è. E si merita questi governanti. Contrariamente a molte persone ritengo che l’Italia sia ben governata. Nel senso che la maggioranza di questo paese è il clone esatto di Berlusconi: sorridente, istrionico, un po’ guascone, maschilista quanto basta, una toccatina mica fa male (l’importante è non toccare la propria signora) non dobbiamo pagare tutte le tasse che è immorale, se non faccio la fattura ti faccio lo sconto, suvvia, mavalà.
Ecco perché non credo a Saviano quando urla adesso basta. Perché la maggioranza degli italiani è felice di vivere e sopravvivere senza regole. E, pur di continuare elegge persone che fondamentalmente disprezza ma che, sotto sotto approva. Perché chi ama questo genere di cose ha la mentalità del servo. Non conosce l’autorevolezza e la morale. Ama l’autorità e l’immoralità. Ama sognare di essere rapito da una escort e fuggire con lei nell’isola dei famosi mentre infuria una tempesta, salvato da Bertolaso e, infine, godere di molti massaggi. E la sera? Ballando con le stelle, che diamine, cantando in sottofondo Italia amore mio……


Sassari, 27 febbraio 2010
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Birichinate

Birichinate - il sito di Giampaolo Cassitta
Girano le notizie dentro queste mura umide e solide. Girano e non si comprendono nei passeggi che calpestiamo quotidianamente, nell’attesa di un grande nulla che non sarà mai solidificato. Ha girato anche un sostantivo curioso: birichinate  e qualcuno, da queste parti, ha sorriso, poi ha prevalso l’ipocondria e nessuno aveva voglia di commentare. Solo, dentro una stanza che dividiamo in quattro ho raccolto le nostre vite in un foglio bianco e l’ho consegnato all’oblio. Tanto mica abbiamo vite importanti da raccontare. Solo poche e insignificanti attimi, senza nessun sussulto. Noi siamo criminali.
Mario, trentotto anni. Senza denti. Se li è macinati l’eroina. In carcere da due anni perché ha tentato, inutilmente, di scippare una ragazza all’interno dei magazzini generali. La ragazza ha urlato, lui è stato massacrato da due body guard del supermercato. Accompagnato in carcere, dopo qualche giorno davanti al giudice ha patteggiato. Tre anni e sei mesi. Recidivo. Piccolo strike anche in Italia.
Lorenzo lo sfigato. Quarantadue anni. E’ da una vita che tenta il colpo del secolo. Qualcuno gli ha suggerito di  provare con il gratta e vinci. E’ più sicuro. Ha invece tentato un furto in chiesa. Appena finita la Messa.  Si è diretto sull’altare e, senza neppure il segno della croce, si è preso il calice d’argento ed è arrivato all’uscita dove lo aspettava un prete troppo giovane senza  nessuna intenzione di porgere l’altra guancia. Davanti al giudice ha patteggiato. Recidivo. Anche lui al quinto o sesto strike. Quattro anni perché la casa di Dio non si tocca.
Behlkil Mohmed ventidue anni. Forse non è la sua vera età, forse non ha neppure una vita da raccontare. Zitto, guarda il sole e spera di ritornare a sorridere. Beccato senza permesso di soggiorno. Davanti al giudice si è avvalso della facoltà di non rispondere solo perché non capiva la nostra lingua. Un anno e sei mesi senza comprendere neppure il perché. Fra tre mesi sarà estradato e sbattuto nell’inferno da dove era arrivato.
Poi ci sono io. Trentacinque anni. Avevo cominciato bene. Moglie, lavoro, figlio. Poi, d’un tratto la casa da comprare, la voglia di emergere, il mutuo, l’auto nuova, troppe cose insomma, e un amico che mi dice che possiamo provare, che è tutto facile. Fermiamo il furgone, apriamo la cassa e ci prendiamo le paghe degli operai di una fabbrica di alluminio. Non volevo andare, me lo sentivo che non poteva funzionare. E non ha funzionato. Perché il furgone era vuoto, il vero furgone, quello con i soldi era da un’altra parte e all’interno di quello che abbiamo fermato c’erano solo dei carabinieri. Abbiamo patteggiato io e il mio amico: cinque anni e otto mesi.
Siamo in quattro. Elementi pericolosissimi. Girano le notizie dentro queste mura. Parlano di appalti, di escort, di gente che fa i soldi sulla pelle dell’altra gente, che ha costruito piscine più lunghe di un metro e mezzo e che ha costruito cose che non sono servite a niente. C’è gente che prende le mazzette, che porta i soldi in Svizzera che fa affari con la camorra e che, oltre ad essere Deputato è anche Magistrato. Poi c’è uno che sorride sempre e dice: sono solo birichinate.
Girano le notizie qui dentro. E non solo……

Sassari, 20 febbraio 2010

Che cosa è l'emergenza nel sistema Italia?

Che cosa è l'emergenza nel sistema Italia? - il sito di Giampaolo Cassitta
Pubblico (e faccio mio) l'intervento dell'Onorevole Guido Melis (PD) che è stato presentato alla Camera dei deputati. Lo faccio mio perchè mi è piaciuto l'incipt sul significato di emergenza e perchè un pò di carceri me ne occupo. Soprattutto di carceri sarde. Occorre, a questo punto,  una profonda riflessione che tutti, operatori, addetti ai lavori, ma anche semplici cittadini,  siamo chiamati a fare. Per ora buona lettura.  



Signor Presidente, in questi giorni mi sono interrogato sul significato della parola «emergenza» e sull'esatta definizione dell'espressione «stato di emergenza». È un vocabolo che forse meriterebbe sul piano lessicale e semantico qualche approfondimento, perché «emergenza» ha un significato preciso e non si può utilizzare per tutti gli usi.
Per esempio, non vuol dire “urgenza”. Emergenza - leggo su un vocabolario della lingua italiana - significa “circostanza, difficoltà imprevista o, ancora, situazione critica, di grave pericolo, da cui deriva lo stato di emergenza”.
Urgenza significa, invece, “obbligo di immediata attuazione o intervento, da cui deriva procedura di urgenza”.
Sono due termini diversi ed è evidente che il primo, l'emergenza, nasce in situazioni eccezionali, di enfatizzazione estrema dello stato di urgenza; nasce in ragione di un'imprevedibilità dell'evento (in questo il dizionario è chiarissimo) ed è caratterizzata dalla presenza di un grave pericolo.
Entrambe le situazioni devono essere affrontate naturalmente con tempestività estrema, ma la prima, l'emergenza, consente e suggerisce l'uso di mezzi eccezionali (la proclamazione dello stato di emergenza lo è), la seconda no.


Ora, voi avete fatto della Protezione civile in Italia non più l'apparato che fronteggia le emergenze, le situazioni di pericolo, le situazioni critiche e le drammatiche emergenze, come sono le catastrofi naturali o come è stato il terribile terremoto in Abruzzo, ma ne avete fatto e ne state facendo lo strumento da mobilitare ordinariamente ogni volta che si profila una qualunque urgenza.
A volte viene utilizzato per urgenze, come fossero emergenze, in tutte le situazioni più disparate, fino a svilire lo strumento e a farne un mezzo di ordinario intervento.
Ma cosa tiene insieme queste urgenze, che voi chiamate anche, con una definizione pomposa, ma che è anche molto ambigua sul piano lessicale, «i grandi eventi»? Qual è l'attinenza che esiste tra materie così diverse come, da una parte, i terremoti, le alluvioni, le catastrofi e i grandi disastri naturali, e, dall'altra parte, le gare sportive, sia pure impegnative, le sagre dei santi patroni, i pellegrinaggi, i funerali dei Papi o anche il piano carceri, che è stato definito come una situazione di emergenza?


Adesso l'ho capito, perché l'altro giorno ho letto sul giornale della mia città, La Nuova Sardegna di Sassari, una cronaca che vorrei riferire. Sulla base di una documentazione inequivocabile, i giornalisti de La Nuova Sardegna hanno scoperto che le carceri in costruzione in Sardegna, in particolare a Cagliari, Sassari e Tempio, sono state appaltate con affidamento dei lavori coperti da segreto di Stato, con gare secretate, precisamente alle seguenti imprese: Opere Pubbliche Spa, alias Gariazzo, Anemone Srl (sappiamo di cosa stiamo parlando) e Gia.Fi costruzioni Spa (sappiamo di cosa stiamo parlando). Sono esattamente le tre imprese sulle prime pagine dei giornali per aver appaltato i più significativi lavori de La Maddalena a condizioni esorbitanti nell'ambito del G8, poi spostato a L'Aquila.
Mi viene in mente allora questa considerazione: quello che tiene unito questo composito minestrone di materie, che voi chiamate grandi eventi, è soltanto un fattore, e cioè che in tutti i casi i destinatari degli appalti sono - mi verrebbe da dire saranno - sempre gli stessi, più o meno la stessa platea.
Insisto anche sulle modalità: cosa accomuna tutte queste cose? Niente bandi nella Gazzetta Ufficiale, in nome del decreto del 2003 dell'allora ministro Castelli, che stabilisce che gli appalti carcerari si possono fare con particolare misure di sicurezza, cioè segretamente. Gare veloci, velocissime, il più delle volte con un solo concorrente, gestite, anche queste delle carceri come quelle altre, dal SIIT del Lazio, Servizio integrato infrastrutture e trasporti, braccio operativo del Ministero delle infrastrutture, con decisore ultimo - manco a farlo apposta - il signor Angelo Balducci.
Una società esclusa dagli appalti delle carceri sarde, la Pizzarotti Spa, ha presentato al TAR del Lazio un ricorso, lamentando di essere stata esclusa dall'accesso agli atti della gara per le carceri di Sassari. Il ricorso è stato respinto dal TAR perché «la costruzione di un penitenziario può essere secretata». Stiamo parlando, signor Presidente, di appalti per milioni di euro di tre grandi istituti penitenziari nella sola Sardegna: chissà cosa sta succedendo nel resto del Paese, e cosa succederà col Piano carceri, se il Piano carceri, come sembra, verrà messo sotto l'ombrello della Protezione civile.
Vorrei parlare, in questo intervento, di una prassi amministrativa: di un nucleo ristretto, ristrettissimo di decisori, sempre gli stessi, e di una piccola platea di interessi, sempre gli stessi. Piccola la platea, perché i nomi di questi imprenditori, appunto, ricorrono in tutti gli appalti, e chissà in quali altri settori, legati per più fili a chi decide l'appalto.
In giugno Alberto Statera, uno dei nostri migliori giornalisti, ha pubblicato un libro, significativamente intitolato Il Termitaio. Alle pagine 57-59 di quel libro, che è uscito prima che scoppiasse lo scandalo attuale, già si parlava con nome e cognome di Alberto Balducci, e si diceva che la residenza della società del signor Anemone a Grottaferrata, via IV Novembre 32, coincideva per indirizzo guarda caso con la sede della Erretifilm Spa, la cui proprietaria era ed è la moglie del signor Balducci, la signora Tau, socia a sua volta della signora Pascucci, amministratore unico di un'altra impresa edile legata al signor Anemone, la Redim 2002; a sua volta socia, la Pascucci, dell'Arsenale scarl, società costituita appunto per il cantiere dell'ex arsenale de La Maddalena. Curiose, vero, queste coincidenze? È possibile che nessuno, al Dipartimento della protezione civile o altrove, al Governo, se ne sia incuriosito, che nessuno si sia insospettito? Ho la massima stima di quanto ha fatto in passato il dottor Bertolaso, ma è possibile che il dottor Bertolaso non abbia letto questo libro, che il suo ufficio stampa non gliel'abbia segnalato?
Penso, signor Presidente, che siamo di fronte in realtà ad una situazione molto grave. Si dice: ma la corruzione è sempre esistita. È vero, almeno in parte questo è vero. Tuttavia vi sono state epoche nella nostra storia, anche recente, nelle quali la corruzione, pur presente ed attiva, è stata combattuta, con norme efficaci, con controlli ispettivi penetranti e soprattutto con il conforto di una moralità pubblica, in primo luogo del personale politico, che ne ha isolato gli effetti e che ha condannato i protagonisti prima ancora che intervenissero le condanne del giudice: perché una buona pubblica amministrazione sa agire prima che intervenga il giudice. Quello a cui stiamo assistendo da qualche tempo, da qualche decennio almeno con ricadute sistematiche, è invece l'instaurarsi di un sistema corruttivo che ha creato intorno a sé connivenza e consenso, che si avvale dell'inerzia della pubblica amministrazione, che prospera sulla fragilità morale di un ceto amministrativo e politico che non sa trovare in sé la forza di reagire, e che invece di apprestare rimedi preventivi indulge in tentazioni, come è questa sciagurata tentazione, per fortuna da noi scongiurata, della Protezione civile Spa. Scongiurata per ora, ma non sappiamo se non la riproporrete in qualche provvedimento futuro.
La ricerca dell'efficienza e della rapidità esecutiva nei pubblici apparati è un obiettivo sacrosanto, è fuori di discussione: tutti noi lo sentiamo come prioritario. Anni fa ho avuto la fortunata occasione di stare accanto all'allora ministro della Funzione pubblica Sabino Cassese, in un'epoca molto difficile, quella del Governo Ciampi - molti di voi la ricorderanno -, nella quale tuttavia già si individuava saggiamente nella riforma dell'amministrazione una delle chiavi di volta, se non la chiave di volta principale, per uscire dalla crisi italiana. Ricordo benissimo quella stagione vissuta a Palazzo Vidoni, e soprattutto la resistenza contro quella politica riformatrice del ministro, enorme resistenza, bipartisan: i sindacati del pubblico impiego, preoccupati che non venissero violati certi santuari; e la classe politica. Uno degli avversari era l'attuale ministro Sacconi, che allora militava in altra parte politica. Ricordo benissimo l'alleanza tra la cattiva burocrazia e la cattiva politica, che fronteggiò quel coraggioso tentativo fatto quasi senz'armi: il Governo Ciampi era un Governo provvisorio, Cassese era un ministro prestato alla politica, che visse solo quella stagione al vertice della funzione pubblica.
In realtà è un antico vizio del nostro sistema, di fronte alle inefficienze e alle lentezze della burocrazia, di non affrontarle mai di petto, di fare i compromessi con la burocrazia, di non mettere mai in campo adeguate e coraggiose politiche di riforma, bensì di aggirare i problemi lasciando vivere, anzi vivacchiare l'esistente, creando fuori dall'amministrazione un'altra amministrazione. Questo gli studiosi lo sanno: la chiamano da tanti anni l'amministrazione parallela.
È un tema antico, persino Giolitti, per fronteggiare il terribile terremoto di Messina nel 1908, creò poteri ed uffici speciali e persino un ente pubblico, l'Unione edilizia messinese, che poi divenne Unione edilizia italiana (perché questi enti, uffici ed apparati nascono e poi si stabiliscono, mettono radici e non c'è più verso di spostarli dall'ordinamento), che sopravvisse infatti a lungo all'emergenza che aveva creato e naturalmente con esiti non certo brillanti dal punto di vista dei risultati e dell'efficienza.
In altri Paesi, quando si verifica un'emergenza, una grande catastrofe, questa serve da stimolo per migliorare l'amministrazione esistente; se ci si rende conto che l'amministrazione non funziona ci si mette mano e nel giro di pochi anni la si mette in grado di lavorare. Da noi le emergenze servono per creare continuamente nuove amministrazioni lasciando vegetare le vecchie nella loro inerzia e nel loro lassismo. La «fuga dello Stato», così è stata definita da Cassese questa tendenza; l'outsourcing, si direbbe oggi, con un linguaggio contemporaneo.
Protezione civile Spa, a quanto si capisce dal provvedimento in oggetto, avrebbe dovuto essere una sorta di braccio esecutivo del Dipartimento a sua volta gerarchicamente soggetto alla Presidenza del Consiglio: Dipartimento che già oggi è dotato di poteri autonomi oltre che di una discreta agilità esecutiva. Il Dipartimento della protezione civile che ha una breve ed abbastanza dignitosa storia alle spalle soprattutto negli anni, lo riconosciamo volentieri, in cui lo ha guidato Guido Bertolaso, non ha dato cattiva prova di sé. Fino a quando si è occupato del suo mestiere, cioè di emergenze, solo di emergenze, e non di urgenze e grandi eventi o chissà che altro, anzi è apparso perfettamente in grado di fronteggiarle.
Perché allora smontare questa macchina così soddisfacente per ricostituirla priva di regole senza capire se con gli stessi criteri organizzativi o con altre modalità. Mi viene un sospetto, signor Presidente, che i veri motivi di questa repentina fuga dallo Stato non siano nel bisogno di una maggiore efficienza, come ci si è detto, ma in altri meno nobili e più reconditi scopi. E ritorno al tema dei destinatari, che forse il mio collega Ghedini chiamerebbe «gli utilizzatori finali», del flusso di danaro pubblico gestito dalla Protezione civile. Questo Governo proseguendo con maggiore spudoratezza una linea già annunciatasi in occasione delle precedenti esperienze degli esecutivi Berlusconi, mira in realtà ad un unico scopo che io chiamerei la riforma istituzionale strisciante. Lo scopo è svuotare lo Stato, svuotare le amministrazioni dello Stato, farle funzionare ancora peggio di come funzionano adesso lasciando soltanto il guscio e trasportare tutte le funzioni che contano, specialmente quelle che implicano rapporti stretti con gli interessi privati, diciamo così, quelle che fruttano, in uno Stato parallelo costituito ad hoc senza più controlli né vincoli, direttamente gestito dalla Presidenza del Consiglio dei ministri. Lo si voleva fare con la Protezione civile, lo si farà col Piano carceri, lo si sta facendo con la polizia a vantaggio persino adesso delle agenzie private di vigilanza che vengono immesse in compiti per i quali non sono preparate e che a loro non spettano; lo si vuol fare con la difesa. È un'epidemia, signor Presidente, l'epidemia della fuga dallo Stato e nella fattispecie dalle regole dello Stato, dalla legalità, dai controlli contabili, dai giudici dello Stato e mi aspetto che prima o poi avremo una magistratura parallela che servirà per bypassare la magistratura attuale.
È in atto, se sappiamo leggerla, una grande manovra che sarebbe bene non sottovalutare e che si basa su tre punti salienti che riassumerei così. Il primo: l'Esecutivo deve avere per sé tutto il potere senza più quel sistema di pesi e contrappesi che caratterizza ovunque in Occidente il funzionamento delle democrazie contemporanee, riducendo il Parlamento, e sta succedendo, a mera camera di registrazione delle decisioni governative e deve quindi dotarsi di apparati esecutivi particolarmente efficienti.
Secondo: la riforma della pubblica amministrazione in nome dell'efficienza, mi perdonerà il ministro Brunetta se mi ascolta, è solo puro fumo negli occhi; mentre ci si trastulla sui fannulloni e si fanno grandi battaglie per mettere i cartellini agli impiegati, tutte le attività rilevanti della pubblica amministrazione tendono a passare ad altri soggetti ad essa estranei.
Terzo: l'outsourcing appunto, che un tempo era l'eccezione, diventa la regola; in quasi tutti i ministeri qualunque grande evento diventa campo per l'intervento di nuovi soggetti svincolati dalle regole e dai controlli; si utilizzano poteri eccezionali, si concentrano risorse finanziarie eccezionali e si procede con modalità di spesa eccezionali.
In realtà si sta svuotando lo Stato, si sta svuotando quella che era un tempo l'amministrazione per ministeri, quella che è descritta nella Costituzione della Repubblica.
La si sta sostituendo con soggetti di diritto privato sottoposti a controlli a consuntivo di problematica efficacia portando in questi soggetti, quasi fossero contenitori privi di una precisa missione, quante più funzioni pubbliche si riesce a portarvi (alla rinfusa, come dimostra il provvedimento, poi ritirato, sulla Protezione civile Spa).
Non a caso protestano tutti i corpi che si occupano di queste cose: vi è una protesta tra i vigili del fuoco, esprime dubbi seri la Croce rossa (che, tra l'altro, è un'organizzazione internazionale e mal tollera di essere subordinata a soggetti forti e così incontrollati), non a caso si dissociano le regioni (alcune regioni), non a caso prendono le distanze associazioni di categoria e sindacati che sul territorio esercitano preziose funzioni.
L'indeterminatezza stessa della norma genera dubbi e resistenze perché qui non si parla più di emergenza e di politiche di coordinamento in vista dell'emergenza; qui si predispongono in realtà strumenti autonomi, acefali, nelle mani - ripeto - del Presidente del Consiglio, neanche del Ministero dell'economia e delle finanze che normalmente controlla le società per azioni (questa società per azioni - che ripeto per fortuna è caduta, ma che chissà che non rispunti da qualche altra parte - dipendeva infatti direttamente dal Presidente del Consiglio).
Si tratta di strumenti impiegabili a discrezione quando il Presidente lo decida, senza più confini di materia o di scopo né gradazione di bisogni o valutazione di opportunità sottoposte a qualsivoglia controllo o autorizzazione.
L'amministrazione tradizionale - si è sempre detto - era ed è troppo circoscritta, era ed è troppo imbalsamata dalle norme, ma qui si inventa un soggetto libero di fare quello che vuole senza criteri di sorta che non siano la volontà politica del Governo, che ne detiene - soggetto unico e a sua volta incontrollato - il controllo.
Sono soggetti pericolosi, questi, quando si radicano nell'ordinamento perché alla fine, alla lunga, quando si moltiplicano tendono a scardinare l'ordinamento nei suoi gangli costituzionali.
Noi - lo ripetiamo al ministro Brunetta - siamo, come lui dice di essere, per una amministrazione che funzioni, per un'amministrazione pubblica moderna al passo con gli apparati amministrativi dei grandi Stati (d'Europa ed altrove), rispettosa della legalità ed al servizio dei cittadini, che dell'amministrazione in ultima analisi - non dovremmo mai dimenticarcelo - sono gli unici, veri padroni.
Su una sola cosa siamo in radicale dissenso e non consentiremo mai, cioè il fatto che in nome di presunte modernizzazioni o peggio strumentalizzando il giusto bisogno di efficienza espresso da tutto il Paese (dal sistema delle imprese, dall'economia, dai cittadini) si smantelli la struttura pubblica svendendo intere funzioni dello Stato e professionalità a lungo coltivate nella struttura pubblica a soggetti esterni incontrollati e incontrollabili.
Questo non lo possiamo ammettere: noi pensiamo che lo scopo, anziché di realizzare l'interesse pubblico dei molti, di soddisfare quello privato dei pochi non deve passare. Grazie.

Guido Melis, Deputato Partito Democratico. Roma 18 febbraio 2010.

I semafori della giustizia.

I semafori della giustizia. - il sito di Giampaolo Cassitta
Io ho conosciuto la tristezza. Mi è passata davanti e, a volte,  non riuscivo neppure a quantificarla. Io ho raccolto lacrime di mille occhi e non bastavano i contenitori che avevo scelto per contenerle. Io ho conosciuto la tristezza. Quella di non poter abbracciare figli, mogli e amanti; di non poter sentire l’alito forte di qualcuno che ti stesse accanto e che non fosse, necessariamente,  un estraneo: il tuo compagno di cella.
Io ho conosciuto la tristezza. Quella di contare tutti i giorni gli attimi che separavano il corpo infagottato dentro una cella da un prato colorato, da una strada trafficata, da un semaforo che potesse essere il ponte tra chi sta dentro e la libertà. Un semaforo che, per queste storie era sempre rosso. E se passavano venivano, sempre fermati. Io ho conosciuto la paura. Di non farcela, di non riuscire ad essere presentabile dopo anni di galera. La paura di non provare nessun calore al contatto fisico, la paura di non poter più fare all’amore, la paura di non poter più sorridere e regalarsi solo facce allegre di circostanza.
Io ho conosciuto la paura. Di non poter più ricominciare, di non poter più riprovare. Ho conosciuto la paura negli sguardi nascosti di detenuti che non osavano, che balbettavano davanti ad un portone che riapriva loro delle porte ormai dimenticate.
Io ho conosciuto il terrore. Quello di ritornare. Perché finita la pena c’è sempre il terrore di poter essere riarrestato, perché la polizia ti controlla, perché se hai rubato una volta magari al prossimo furto non hai un alibi, non riesci a dire dove e con chi passavi le serate, magari se hai passato una bustina – tre anni, tre anni per una bustina – di eroina chi mi dice che non lo rifaresti? Ho conosciuto il terrore di ritornare dentro il carcere dopo che il permesso  premio era finito e con lui gli abbracci e le effusioni e le dolcezze e dovevi, da solo, volontariamente, ritornare in un non luogo atroce e, per alcuni, sicuramente inutile.
Io ho conosciuto la rabbia. Quella sorda che non ha parole. Ma che ha occhi forti che si chiedono il perché della lora strana esistenza, del perché per aver spacciato dieci dosi di eroina ti danno cinque anni e se, invece, ti porti i miliardi in Svizzera ti regalano lo scudo fiscale? Io ho conosciuto la rabbia di detenuti che non hanno scudi, che i loro processi filano lisci e veloci, otto mesi per vendita di dvd falsificati. Otto mesi e rabbia da centrifugare. Io ho conosciuto la rabbia di chi sa di essere perseguitato ma non beato, di chi è costretto a presentarsi davanti ad un Giudice perché non ha garbugli o lodi o avvocati ghedinei per difendersi o scuse per non presentarsi.
Io ho anche visto il ghigno feroce di chi queste cose non le vede. Non le guarda. Sembra che non gli interessino. D’altronde il mondo è fatto in questo modo: otto mesi per un dvd falsi e milioni di euro se il tuo ghigno è feroce mentre assisti ad un terremoto. E magari ridi anche di notte, perchè il terremoto ti garantisce soldi e potere. Iena ridens.
Io ho visto questo, ho visto i signori del fare, del costruire, dell’essere veloci, li ho visti santificati, osannati e applauditi. E mi sono chiesto con gli occhi di Mohamed Fatham condannato ad otto mesi per “spaccio di dvd falsi”: " Ma questa gente quanti anni di carcere dovrebbe fare? Quanti abbracci dovrebbe dimenticare, quante lacrime dovrebbe versare, quanti permessi dovrebbe chiedere? Quante angherie dovrebbe subire?"
Nessuna. Mohamed. Nessuna. Il nostro carcere ha altri occhi e altre storie. Per gli sciacalli, per chi spolpa questo paese, ancora non c’è posto. Ma dormiremo tutti sonni tranquilli Mohamed. Perché la sicurezza è garantita. Tu sei in carcere e fuori ci sono solo galantuomini. Che passano con il rosso. Ma perchè devono salvare qualcuno. Per loro, la vita è un lunghissimo viale con un semaforo verde. Un viale che parte dall'isola della Maddalena  passando per l'Abruzzo, i grandi eventi e il ponte di Messina.  Non passano per la Sassari- Olbia perchè, ancora non ci sono morti abbastanza e gli sciacalli e le jene ridens hanno altro da spolpare. Ma arriveranno. Vedrai.

Io ho visto e ho ascoltato.
Ma non riesco a consumare parole.
Scusa Mohamed.
Scusa.
Ma neppure lacrime.
Ho sognato un mondo dove i semafori servivano a qualcosa. Il rosso per fermarsi e il verde per passare. Se c'era un'emergenza la sirena ci avvisava. Un mondo terribilmente normale. Dove chi vendeva dvd falsi prendeva una multa, meglio lo Stato, in quel mondo abbassava l'Iva sui film e le canzoni. C'era molta più musica che girava attorno, Mohamed ballava, cantava e lavorava. Non in nero.

13 febbraio 2010

Lasciamoli lavorare???

Lasciamoli lavorare??? - il sito di Giampaolo Cassitta
Ricordo che qualcuno raccontava, per far capire come funziona questo paese, che a Milano i furgoni si parcheggiano tranquillamente in seconda fila e nessuno può dire loro che sono in divieto di sosta o, peggio, ostacolano il flusso del traffico. Perché loro, in quel momento, in quel preciso momento, mentre noi protestiamo, loro stanno lavorando, stanno consegnando qualcosa, stanno ritirando qualcosa, stanno facendo girare l’economia. A nulla valgono le timide proteste di chi non ne può letteralmente più di questi signori che usano i loro mezzi come i cavalieri nelle praterie sconfinate, convinti di essere gli unici a lavorare, a produrre, a far girare questo paese. Mutatis mutandis (ama dire Bertolaso) anche chi deve ricostruire o costruire eventi ha bisogno di lavorare, di non essere intralciato, di non trovarsi davanti qualcuno che cominci a protestare, a dire che si è fermato in seconda fila. “ragazzo, facci lavorare”. Dunque, se questo è vero – e lo è, perché tutti pensano che lo sia, vogliamo metterci contro i commercianti, i geometri, gli specialisti, quelli che lavorano con DHL – è anche vero che (mutatis mutandis) di tanto in tanto dei giudici curiosi possano cominciare ad interessarsi degli strani e continui divieti di sosta, delle strane argomentazioni e frequentazioni che chi fa girare l’economia in questo paese attua. E che, quindi, cominci a capire che, in realtà, parcheggiare in seconda fila è un divieto che danneggia il traffico e, soprattutto danneggia chi, da bravo cittadino, perde il tempo a cercare un parcheggio, che gli appalti, i sub appalti senza regole e con troppa velocità, fanno girare l’economia ma fa fanno girare i cabasisi a chi, invece, rappresenta quel pezzo di parte onesta di questo paese. La domanda è semplice: se siamo d’accordo sul modo di lavorare  tutti, lo siamo anche sui giudici e quindi, ragazzi,  lasciamoli lavorare.
Ps: A margine. Oggi, aprendo i giornali mi sono ritrovato davanti una vecchia notizia, che sembrava uscita da un giornale del 1992. Un esponente politico (del PDL) viene trovato in fragranza di reato mentre riceveva mazzette. Ecco cosa succede se li lasciamo lavorare…….


Sassari, 12 febbraio 2010

libri pubblicati

<h4><span>libri pubblicati</span></h4> - il sito di Giampaolo Cassitta

Asinara, il rumore del silenzio. 2001 -2008 - due edizioni - 1 edizione economica

<h4><span>libri pubblicati</span></h4> - il sito di Giampaolo Cassitta

supercarcere Asinara. 2002 - 2005 - quattro edizioni - 1 edizione tascabile

<h4><span>libri pubblicati</span></h4> - il sito di Giampaolo Cassitta

La zona grigia. Cronaca di un sequestro di persona avvenuto in Sardegna nel 1978. Uno sconcertante sequestro.

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Il libro più amato. Un delitto che accade a Roma lo stesso giorno dell'omicidio di Aldo Moro. E i ricordi cominciano a riffiorare. Un noir cupo dentro gli anni 70.

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raccolta di racconti con prefazione di Giampaolo Cassitta

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l'ultimo cd degli humaniora - ponti non muri - included MARTA - testo di Giampaolo Cassitta - musica Gianfranco Strinna

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Giampaolo Cassitta partecipa alla campagna di raccolta fondi per i terremotati dell’Abruzzo attraverso la Caritas italiana. Per sostenere gli interventi in corso (causale "TERREMOTO ABRUZZO") si possono inviare offerte a Caritas Italiana tramite C/C POSTALE N. 347013 o tramite UNICREDIT BANCA DI ROMA S.P.A. IBAN IT38 K03002 05206 000401120727

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