Ritorno al mio mondo. Nel senso che riprendo, lentamente, a camminare dentro il mio fuso orario, le mie strade, i miei semafori, la mia gente. Che sento, sensibilmente meno mia. Che sento sempre un po’ lontana. Almeno questi sono gli effetti dei viaggi. Lo aveva fatto il Messico, Cuba, il Venezuela, l’Europa e anche Bali. Ogni viaggio non è mai definitivo, è vero, ma è comunque una storia con contorni diversi, dove c’è sempre qualcosa di cui stupirsi, di cui discutere, qualcosa che ti rimane dentro. Ho pensato a lungo, in questi giorni a questo passaggio, a quello cioè che un viaggio ti lascia e se quello che tu ritenevi importante è indelebile nel ricordo, oppure basta un altro viaggio per farlo dimenticare. In questo senso la metafora del movimento è importante. Noi ci muoviamo per conoscere e conosciamo le cose grazie ai movimenti. Niente è fermo, immobile. Ogni cosa possiede le proprie oscillazioni. Che penetrano nei nostri ricordi sino a modellare la nostra coperta delle conoscenze, il nostro sapere che si colma di storie e di pensieri che raccattiamo negli angoli del mondo. E questo mondo, “il nostro conosciuto” che sembra immenso, pian piano si rimpicciolisce e raccoglie altri piccoli mondi che non sono un contorno ma si mischiano fino a confondersi con il nostro “Mondo conosciuto”. Ecco cosa è un viaggio ed ecco cosa è stato Bali.
Bali sono i colori del Messico e di Cuba ma molto più diradati, assemblati all’interno di spazi minimalisti. Bali è l’azzurro dei caraibi e della Sardegna, con spruzzi di solitudine più ampia. Bali è il rispetto per la danza, per il movimento sinuoso, è un tango che non suona, è una milonga più lenta, più lontana, più ancestrale, Ubud è una cultura densa, fatta di colori duri, antichi, draghi che contemplano gli spiriti, spiriti che si intersecano con i pensieri, scimmie che sono sacre e fanno pesare questa loro sacralità. Bali è movimento che non scorre, motorini che schizzano in vie tortuose, piccole, monili che si raccolgono in centinaia di negozi sparsi in una via dove ti fermano le ragazze per un massaggio e i ragazzi per un passaggio in taxi. Anche in questo piccolo scoglio tra mille isole è arrivato il dollaro e l’euro e accettano tutto, trattando e a prezzi ragionevoli per noi occidentali, ma questo è il momento meno poetico. Poi le risaie, verdi come i campi delle langhe e dell’Irlanda o della strada che ci portava a Budapest, contadini che sembrano sbucati da vecchi film sul Vietnam con i loro cappelli di paglia a punti, così vintage, così “in movimento” come la terra che calpestano e che terrazzano, come l’acqua che scorre in abbondanza, come il mare che ha gli stessi colori del lungomare dell’Avana e le trasparenze di Cancun e i silenzi di Copenaghen. Tutto passa dentro un viaggio, come un film con troppi fotogrammi. E le isole Gili sono puntini quasi impossibili da disegnare nelle cartine geografiche della tua conoscenza. Trawalgan, più piccola dell’Asinara e, paradossalmente, con gli stessi silenzi. Più rarefatti. Perché non ci sono le auto e si mangia solo pesce fresco come ad Acitrezza e Carloforte, si aspetta il tramonto o si rincorre l’alba, come il vecchio film di Nanni Moretti, Ecce bombo. Tutto molto lineare, quasi scontato, ma mai inutile. E poi Kuta e le spiagge enormi, lunghissime, infinite, che sono l’oceano visto in Portogallo o il Poetto con onde anomale. Mare che si muove solo a scatti ed è lontano dagli scogli della Cornovaglia e di Alghero o Castelsardo. Donne arabe con i loro veli a nascondere i tramonti che tutti aspettano sulla spiaggia, come se fosse la cosa più vitale ed importante, come se fosse l’ultima delle cose. E quando ti siedi e aspetti, ti rendi conto che è proprio l’unica cosa bella e importante di quella giornata piena di templi che si affacciano sul mare che sembriamo a Barcellona per le curve di Gaudì o a Venezia per l’acqua che sovrasta sui monumenti. Quest’isola piccola ed immensa, nei miei dieci giorni è diventata lo scoglio dell’anima e fa parte, come tutti gli altri viaggi, del mio “personale mappamondo” cui si sono aggiunti nuovi occhi e nuovi colori.
Cagliari, 13 aprile 2010