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Bali, lo scoglio dell'anima

Bali, lo scoglio dell'anima - il sito di Giampaolo Cassitta
 
Ritorno al mio mondo. Nel senso che riprendo, lentamente, a camminare dentro il mio fuso orario, le mie strade, i miei semafori, la mia gente. Che sento, sensibilmente meno mia. Che sento sempre un po’ lontana. Almeno questi sono gli effetti dei viaggi. Lo aveva fatto il Messico, Cuba, il Venezuela, l’Europa e anche Bali. Ogni viaggio non è mai definitivo, è vero, ma è comunque una storia con contorni diversi, dove c’è sempre qualcosa di cui stupirsi, di cui discutere, qualcosa che ti rimane dentro. Ho pensato a lungo, in questi giorni a questo passaggio, a quello cioè che un viaggio ti lascia e se quello che tu ritenevi importante è indelebile nel ricordo, oppure basta un altro viaggio per farlo dimenticare. In questo senso la metafora del movimento è importante. Noi ci muoviamo per conoscere e conosciamo le cose grazie ai movimenti. Niente è fermo, immobile. Ogni cosa possiede le proprie oscillazioni. Che penetrano nei nostri ricordi sino a modellare la nostra coperta delle conoscenze, il nostro sapere che si colma di storie e di pensieri che raccattiamo negli angoli del mondo. E questo mondo, “il nostro conosciuto” che sembra immenso, pian piano si rimpicciolisce e raccoglie altri piccoli mondi che non sono un contorno ma si mischiano fino a confondersi con il nostro “Mondo conosciuto”. Ecco cosa è un viaggio ed ecco cosa è stato Bali.
Bali sono i colori del Messico e di Cuba ma molto più diradati, assemblati all’interno di spazi minimalisti. Bali è l’azzurro dei caraibi e della Sardegna, con spruzzi di solitudine più ampia. Bali è il rispetto per la danza, per il movimento sinuoso, è un tango che non suona, è una milonga più lenta, più lontana, più ancestrale, Ubud è una cultura densa, fatta di colori duri, antichi, draghi che contemplano gli spiriti, spiriti che si intersecano con i pensieri, scimmie che sono sacre e fanno pesare questa loro sacralità. Bali è movimento che non scorre, motorini che schizzano in vie tortuose, piccole, monili che si raccolgono in centinaia di negozi sparsi in una via dove ti fermano le ragazze per un massaggio e i ragazzi per un passaggio in taxi. Anche in questo piccolo scoglio tra mille isole è arrivato il dollaro e l’euro e accettano tutto, trattando e a prezzi ragionevoli per noi occidentali, ma questo è il momento meno poetico. Poi le risaie, verdi come i campi delle langhe e dell’Irlanda o della strada che ci portava a Budapest, contadini che sembrano sbucati da vecchi film sul Vietnam con i loro cappelli di paglia a punti, così vintage, così “in movimento” come la terra che calpestano e che terrazzano, come l’acqua che scorre in abbondanza, come il mare che ha gli stessi colori del lungomare dell’Avana e le trasparenze di Cancun e i silenzi di Copenaghen. Tutto passa dentro un viaggio, come un film con troppi fotogrammi. E le isole Gili sono puntini quasi impossibili da disegnare nelle cartine geografiche della tua conoscenza. Trawalgan, più piccola dell’Asinara e, paradossalmente, con gli stessi silenzi. Più rarefatti. Perché non ci sono le auto e si mangia solo pesce fresco come ad Acitrezza e Carloforte, si aspetta il tramonto o si rincorre l’alba, come il vecchio film di Nanni Moretti, Ecce bombo. Tutto molto lineare, quasi scontato, ma mai inutile. E poi Kuta e le spiagge enormi, lunghissime, infinite,  che sono l’oceano visto in Portogallo o il Poetto con onde anomale. Mare che si muove solo a scatti ed è lontano dagli scogli della Cornovaglia e di Alghero o Castelsardo. Donne arabe con i loro veli a nascondere i tramonti che tutti aspettano sulla spiaggia, come se fosse la cosa più vitale ed importante, come se fosse l’ultima delle cose. E quando ti siedi e aspetti, ti rendi conto che è proprio l’unica cosa bella e importante di quella giornata piena di templi che si affacciano sul mare che sembriamo a Barcellona per le curve di Gaudì o a Venezia per l’acqua che sovrasta sui monumenti. Quest’isola piccola ed immensa, nei miei dieci giorni è diventata lo scoglio dell’anima e fa parte, come tutti gli altri viaggi, del mio “personale mappamondo” cui si sono aggiunti nuovi occhi e nuovi colori.
 
Cagliari, 13 aprile 2010
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Passerete sulla terra leggeri

Passerete sulla terra leggeri - il sito di Giampaolo Cassitta
Ho scolpito l’orizzonte dentro un vaso di terracotta.
E’ maledettamente piccolo, ho pensato. 
Mi devo accontentare. E’ mio. Terribilmente mio.
Non è facile scrutare ogni mattina orizzonti che si muovono e si spostano e non è facile scrutare ogni mattina barche che camminano sulla tua acqua. E tu non le conosci.
Ho provato a ricamare parole dentro una sabbia soffice, con la consapevolezza che sarebbero sparite. Ma ero felice almeno di poter scrivere. Perché raccogliere frasi  regala un sapore denso. Il mio. Perché è una delle poche cose che so fare.
Ho annusato l’aria che tirava dalla mia finestra e ho capito che la primavera non sarebbe arrivata troppo presto. Anzi, ho afferrato che dentro questa storia siamo in un inverno perenne. Me ne sono accorto perché nelle mie storie non c’erano le rondini e le cicogne. Forse non passano da queste parti da molto tempo.
Ho scavato dentro i ricordi. E mi son ritrovato piccolo, indifeso, senza forza,  ma con l’orgoglio della sopravvivenza. Che oggi sento di non avere più.
Ho raccolto tutta la mia pazienza e l’impazienza adolescente e i libri che ho letto, che ho scritto, che avrei voluto leggere e scrivere, che leggerò e scriverò. Mi son seduto sull’altare della coscienza e davanti a tutte quelle pagine mi son detto: è la cosa giusta. Continuare a non essere servo, a non chinare mai la testa, a sorseggiare orgoglio quotidianamente e ad amare le regole che sono il sale del vivere comune.
Ho socchiuso gli occhi e davanti a parole vuote di servi sciocchi ho semplicemente sorriso. Passerete sulla terra leggeri e senza dignitose tracce. Essere principi serve ad ingrassare il corpo, avere princìpi è utile per rifocillare l’anima e la mente. Essere servi e sorridere ad  ogni nefandezza significa non essere innocenti ed  essere, semplicemente, terribilmente, indissolubilmente complici.


Dedicato ancora a chi crede alle regole uguali per tutti  e ha la passione per la lotta politica. Quella vera.

Cagliari, 7 gennaio 2010
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Le regole, il rispetto e le comiche finali

Le regole, il rispetto e le comiche finali - il sito di Giampaolo Cassitta
Non sono mai stato bravo a far di conto. Anzi, a dire il vero ero molto disattento. Essendo, da piccolo, dotato di esagerata fantasia, non riuscivo a capire i teoremi, le parentesi tonde, i monomi,  gli alfa figurato enne, le frazioni, le radici quadrate, i logaritmi. Vivrò ugualmente, mi dicevo. Ed in parte è vero. Fu una professoressa alle scuole superiori che mi disse, quasi sorridendo: “la matematica è perfezione. E bisogna amarla senza discussione. Ma il procedimento per arrivare alla perfezione ha la sua creatività. Dovresti imparare le regole. E’ quello la bellezza della matematica. Non il risultato. Se impari le regole e i processi che ci sono dietro, imparerai a vivere.”
Le regole. Nel corso degli anni, per mestiere,  ho avuto a che fare con le regole. Ed oggi, praticamente ci vivo dentro le regole. Le rispetto e le devo far rispettare. La lezione della mia professoressa è ancora valida: una volta imparate le regole, tutto diventa più facile. E chi ama la matematica arriva al risultato esatto, perfetto. Chi invece si distrae o non sa far di conto, anche se ha seguito tutto il protocollo, non arriverà al risultato perfetto.
Io, chiaramente, imparai le regole, ma il risultato era, ahimè, sempre sbagliato. Ma un mio amico, oggi famoso commercialista,  mi disse che era facile arrivare al risultato. Bastava truccare qualcosa  nei vari passaggi. E se dentro una parentesi vi era un – 3 lui lo faceva diventare + 3 o spostava numeri tra le parentesi tonde  e le quadre. In maniera infinitesimale. Difficile da scoprire. Era bravo. Bravissimo. Ma la professoressa era molto più brava. E più onesta. Un giorno mise un sei striminzito a me che non avevo ottenuto il risultato perfetto e un quattro a lui perché aveva barato. “Avete entrambi seguito la procedura. Uno ha sbagliato i conti e l’altro ha camuffato gli errori. Preferisco premiare chi sbaglia con inconsapevolezza piuttosto che chi arriva al risultato cambiando i numeri”.
Fu la mia più grande lezione adolescenziale. Continuai a prendere il sei striminzito in matematica. Ma imparai che le regole andavano rispettate. Sempre.
Penso che i signori che starnazzano oggi, perché hanno infranto le regole che loro stessi si erano dati,  siano un po’ parenti del mio compagno di classe, ottimo commercialista. Ma non so se né lui ne loro riescano a capire la differenza tra chi le regole le rispetta sempre e chi invece, tenta di camuffarle, spostando numeri e numeretti. Siamo alle comiche finali. E la cosa sorprendente è che non c’è proprio niente da ridere.
 
Cagliari, 4 marzo 2010.
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Le nebbie di Avalon (l'isola fantastica) che nascondono gli operai della Vinyls

Le nebbie di Avalon (l'isola fantastica) che nascondono gli operai della Vinyls - il sito di Giampaolo Cassitta
Il grigio stamattina avvolge tutto. Sembra essere dentro le nebbie di Avalon. Minacciose, dense, imperscrutabili. Da Castelsardo si nota solo un’ombra lontana. Scoglio che sfugge ad un mare plumbeo e irriconoscibile. Non c’è vento ma non c’è neppure assenza di vento.  Non c’è nitidezza ma non è detto che tutto sia limaccioso o impenetrabile. E’ una giornata di quelle difficili da incasellare. E’ una giornata dove l’Asinara ha deciso quasi di nascondersi. Quasi. Come una cometa che lontano appare. Eppure dentro il ventre di un’isola solitaria ci sono voci che non andrebbero soffocate. Eppure non si sentono. Hanno vagiti lontani, sono verbi che non si con Marcello Fois quando ringrazia Cappellacci sul fatto che respiri e che gli abbia – lui, da  intellettuale mediocre – suscitato un segno di vita (grazie Marcello) ma non basta. Il cammino è lungo e gonfio di insidie ma è anche paludoso e mediocre. Almeno in Sardegna. Credevo che avrebbe suscitato l’interesse nazionale l’idea di alcuni operai che occupano, in senso davvero disperante e forte, un’isolotto di per sé occupato da piccoli burocrati che amano il soffice e caldo cuscino delle poltrone di raso rosso. Non mi interesso del problema, sembrano dire, l’importante è che possa controllare quel problema da seduto. E seduto bene. Questo Cappellacci dovrebbe spiegare agli operai della Vynils che da qualche giorno vivono all’Asinara e dovrebbe, inoltre, spiegare perché di un’isola parco se ne debba occupare sempre la politica e i politicanti. Quelli, per intenderci che non sono riusciti neppure a rispondere al telefono degli operai, non solo ad andarci a fargli visita. Non basta la solidarietà. Quindi non bastano neppure queste mie parole. Che servono, comunque, a mantenere alto il profilo di questa lotta che, seppure con le armi della modernità,  è una lotta antica, figlia della nostra terra. Perché gli operai hanno occhi socchiusi quando aspettano le risposte: sono gli stessi occhi dei nostri nonni e dei nostri parenti costretti ad emigrare e a non cantare e a non parlare in terre straniere senza voci amiche. La nostra terra, sempre punto di partenza di un altrove che non riusciamo mai a dipanare, di un altrove che è estraneo e che non ci fa più respirare. Questa lotta è un punto di partenza, è un urlo di gente che non ha più forza ma ha la voglia di continuare a combattere, è voglia di provare a disegnare un orizzonte che non si fermi davanti ad una nave carica di emigranti. Questo è il significato della lotta, questo è il punto da cui dobbiamo partire, diradando le nebbie che ci sovrastano. 
Il problema dei sardi non sono i sardi. Sono certi sardi come Cappellacci, come coloro i quali hanno sguardi corti, che sorridono e sono tristi dentro, che vorrebbero e non riescono, che credono e non sanno, invece, di essere profondamente  atei. Non hanno il senso della forza e non riconoscono quando la disperazione ha bisogno di essere ascoltata. Non è più il tempo di ascoltare e attendere. Non è più il tempo di dire: ce ne occuperemo.  Provate a scrutare con lenti diverse il vostro piccolo orizzonte: dentro le nebbie di Avalon compare una terra antica che ha voci che non si possono disperdere. Quella terra è l’Asinara che ha il rumore degli operai e del sudore di un lavoro non bellissimo ma che è vita e futuro. Non disperdiamo i rumori che arrivano lontani. Io, ho solo parole da regalare. Ma sono parole che hanno un peso. Che vogliono avere un peso.  Il peso forte della vita che non può essere sopravvivenza. Ognuno faccia il proprio mestiere. Mi aspetto da coloro i quali hanno una risposta a tutti i problemi di questa terra che, con umiltà prendano una barca e superino le nebbie e la lontananza e provino a parlare ai cuori gonfi degli operai della Vinyls che staranno ad ascoltare.  E’ il tempo del coraggio. E delle scelte di campo.
Da Firenze, dove mi trovo per lavoro, l’Asinara, almeno per me, è sempre un’isola vicinissima. A sinistra del mio cuore.

Firenze, Aeroporto Amerigo Vespucci, 1 marzo 2010

Il rumore del silenzio - dedicato agli operai della Vinyls in lotta all'Asinara.

Il rumore del silenzio - dedicato agli operai della Vinyls in lotta all'Asinara. - il sito di Giampaolo Cassitta
Il silenzio si infrange con molti rumori. Ma non con gli occhi della disperazione. Del dover alzare ogni giorno una voce che nessuno ha voglia di sentire, che nessuno ha voglia di commentare, che nessuno ha voglia di fare propria. E allora ci si butta dentro un silenzio che ha un rumore di antiche voci e di occhi che non scrutano più quel mare che la compone e la scompone. Ecco, allora gli operai della Vinyls ascoltato il rumore di niente che lacera le bocche dei politici,  hanno deciso di immergersi in un silenzio più vero, apparentemente più atroce. Sono arrivati all’Asinara, non in Nicaragua e hanno cominciato ad osservare tutta la loro solitudine. E da oggi il quotidiano La Nuova Sardegna raccoglie le loro voci dentro un muro denso di ipocrisia, di facce che invitavano, solo lo scorso anno a sorridere. Si è scoperto, poi, che il telefono di Putin non esisteva (solo il lettone) e che i sorrisi erano quelli dei servi. Ci siamo trovati così a lacerare quel silenzio imbarazzante delle istituzioni e delle loro vane promesse solo cercando di vivere nello show quotidiano di nani e ballerine. Gli operai, per esistere, hanno dovuto inventarsi le piazze virtuali oppure manifestazioni eclatanti perché la paura di perdere il posto di lavoro era ed è reale in questo paese dove tutto è stato banalizzato a semplice reality.
All’Asinara, dunque. Per difendere il lavoro in un’isola che ha dato lavoro, per quasi cento anni a dei detenuti, che è stata calpestata da cuori pesanti, di gente che aveva commesso terribili reati ma che dentro quell’isola, dentro quei colori riusciva, in qualche modo, ad alleggerire il  fardello. Gli operai della Vinyls nel loro primo giorno di isola erano curiosi, solitari, dentro un vento che li ha accompagnati per quasi tutta la giornata.
All’Asinara dunque. Lembo di terra dimenticata e regalata a piccoli padroni per i giochi di potere. Anche qui, dovevamo sorridere, dovevamo ricominciare a sperare. CI siamo ritrovati, dopo dieci anni, con un’isola vuota e devastata con un solo obiettivo: distruggere la memoria. C’è qualcosa in comune tra l’Asinara e gli operai della Vinyls: oltre al silenzio assordante delle istituzioni e dei politici c’è la voglia di macerare al più presto questa storia, chiuderla velocemente affinchè non se ne parli. Eliminare i ricordi e le storie e le vite. Questo è la loro strategia. Perversa. Ma verosimile.
Osserverò da lontano quella terra che ho vissuto intensamente per tredici anni e non è stata nemica. La terra è neutra. Dipende dagli uomini. Come sempre. Adesso ci sono operai con un cuore leggero ma duro, che osservano il mare con occhi senza orizzonti. Davvero il rumore del silenzio si deve infrangere. Che l’Asinara vi sia amica e che sia futuro e non passato e che si possa, attraverso questo forte  gesto, poter riabbracciare l’altra terra dove vi sono mogli e vi sono figli che vorrebbero disegnare nuovi e dolci orizzonti.
 
Sassari, 28 febbraio 2010

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<h4><span>libri pubblicati</span></h4> - il sito di Giampaolo Cassitta

Asinara, il rumore del silenzio. 2001 -2008 - due edizioni - 1 edizione economica

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supercarcere Asinara. 2002 - 2005 - quattro edizioni - 1 edizione tascabile

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La zona grigia. Cronaca di un sequestro di persona avvenuto in Sardegna nel 1978. Uno sconcertante sequestro.

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Il libro più amato. Un delitto che accade a Roma lo stesso giorno dell'omicidio di Aldo Moro. E i ricordi cominciano a riffiorare. Un noir cupo dentro gli anni 70.

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raccolta di racconti con prefazione di Giampaolo Cassitta

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