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Le ferite della memoria.

Le ferite della memoria. - il sito di Giampaolo Cassitta
Era sabato.
Un sabato dolce, colorato e piatto. A Palau, davanti all’isola della Maddalena. Contorni di tranquillità e prime gocce di sole estivo. Un sabato che non voleva raccontare niente. Solo occhi per un tramonto, una serata tra amici dopo aver trascorso tutto il giorno in spiaggia.  Senza televisione. Nessun movimento, nessun rumore.
L’edicola di Palau si trova in una semplice piazzetta, vicino ad un bar. Acquisto sempre i giornali prima del caffè. Così anche quella assolata domenica.  Repubblica e La Nuova Sardegna. Come sempre, come ogni giorno. Quasi a ripassare le notizie che si conoscono, a verificare gli angoli mediatici di alcuni giornalisti o scoprire piccoli sussulti dentro la mia vita di provincia. Domenica 24 maggio 1992.
L’aria si rapprende come una scatola di plastica. Io, con il giornale che leggo e non capisco e non ci sono voci o parole intorno. Il titolo, quel titolo enorme. La foto in mezzo alla pagina di Repubblica. Parlano di Falcone, del giudice, una strage, morto, ucciso. La mafia. Capaci, una strada. Una bomba. La scorta che muore e la moglie e l’asfalto che schizza che sembra sangue nero e livido. Io, davanti a quell’edicola e al mare di Palau che non ha colore. Io che osservo quella foto e ritorno, velocemente e non per caso, all’incontro con la storia. Perché io, Falcone l’ho conosciuto. Con lui anche Paolo Borsellino e Giuseppe Ayala. Erano, nel 1985 clandestini nell’isola dell’Asinara. Costretti a vivere nella foresteria nuova (oggi intitolata Falcone e Borsellino) e pronti ad affrontare la mafia. Scrivevano del maxi processo, scrivevano quelle pagine che ancora oggi sono valide e sono definitive. Scrivevano con un coraggio immenso, scrivevano perché sapevano che le parole rappresentavano un’arma micidiale. Fumavano tanto ed è per queta ragione che l’unico lusso che si concedevano era quello di andare al bar di Cala d’Oliva per acquistarle sigarette e prendere un caffè. Così li incontrai, sguardi forti e dritti, sempre molto gentili e riservati. Solo buongiorno, per carità, ma era un buongiorno denso seppure imperscrutabile. Loro scrivevano la storia, noi eravamo semplici comparse. In quel periodo l’isola era blindata, difficile accedervi ma, anche per chi come noi ci lavorava, era difficile muoversi. Ci fermavano per più volte al giorno e la notte montava la guardia armata. Un corollario deciso e, mi rendo conto, necessario.
Lasciarono l’isola in silenzio. SI portarono le valigie di parole che sarebbero servite a capire i meccanismi della mafia. Non sarebbero serviti, purtroppo a lasciarli vivi.
La strage di Capaci. Anche questa ferita, insieme a Piazza Fontana, a Brescia, all’Italicus, a Ustica, a Bologna, a Firenze di tanto in tanto riappare. Non ci sono rimedi per suturarla del tutto.  Quel dolore, che ritorna, ha un quadro ben definito: la memoria. Per questo scriviamo, per questo ascoltiamo e coloriamo i nostri pensieri. Per non dimenticare. Come in questo caso.

Cagliari, 23 maggio 2010

Farik l'aviatore.

Farik l'aviatore. - il sito di Giampaolo Cassitta
Ho scritto questo racconto per la rivista "ponti non muri", per i bambini, contro i muri e le irpocrisie e contro ogni forma di guerra. Alla luce di quanto è avvenuto in questi giorni (due soldati e un fotografo uccisi e altri e variegati massacri) mi sembrava giusto regalarlo a tutti gli amici del mio sito e di fb. Grazie, soprattutto a la Lavinia Rosa che mi ha costretto a scrivere questa piccola storia.
 
Passavano gli aerei su un cielo asciutto e senza troppi colori. Denso e arroventato. Passavano gli aerei come mosche su una torta, con i loro pungiglioni e i rumori assordanti. Lasciavano una traccia lunghissima, come una ferita. Lui,  colorando gli occhi di deserto e lontananza, osservava caracollando sulle parole che non arrivavano. Ma aspettava e tentava di capire quel volo a cosa potesse servire. E sperava, un giorno, di poter mettere le ali per superare dune e sangue rappreso, lacrime condensate e facce da dimenticare. Un giorno. Che non arrivava.
 
Volerò un giorno. Per sorpassare questo muro che non mi appartiene. Che mi ha rubato gli anni di una vita ancora da spendere, che ha deciso, senza chiedermelo,  come finisce il mio orizzonte. Grigio e con un contorno di filo spinato.
Mio padre, Rameshid il corto, dice che il mondo non è allegro dalla parte degli israeliani. Non so se dica la verità e se davvero gli israeliani siano tristi,  ma un mio amico, Jushia l’ ebreo, ha sempre un sorriso da regalare e non sa neppure cosa sia la tristezza. Mi ha detto, un giorno, quando ancora ci si poteva incontrare,  che questo muro non è insuperabile. Ha detto che ci vuole internet e che se ci scriviamo in qualche chat possiamo parlarci e distruggere il muro. Ho risposto che ci vuole un aereo, qualcosa per superarlo e che io non ho il computer e non averlo significa avere un muro nel muro.
Mio padre, Rameshid il corto, dice che non diventerò mai un aviatore perché ci vogliono molti soldi e il mio destino è stare da questa parte del muro. Per sempre.
Hanno costruito un muro per paura. Di che cosa non si capisce. Qui si muore da tutte le parti: In Israele e in Palestina. Terre antiche,  dice un vecchio senza denti che suona tutti i giorni un’armonica. Dice lui che se ne frega del muro. Basta la musica. Da grande voglio fare l’aviatore che vola più in alto del muro e planare sulle nuvole suonando l’armonica, così riempio il cielo di musica.
Allora io, da grande, diventerò un grande aviatore che supera i muri di tutto il mondo e che suona alle stelle e coltiverò di sogni tutte le terre che vedrò da quel cielo stellato e canterò una canzone con le note di un’armonica a bocca.
 
Passavano gli aerei su un cielo asciutto e senza troppi colori. 
Non sarebbe diventato un aviatore. Perché, in fondo, il volo non appartiene all’uomo e l’aereo è solo un mezzo. Non sarebbe diventato un grande musicista in grado di distribuire note in mezzo al cielo, ma strimpellava la chitarra che qualcuno, da qualche parte del mondo, ombelico nascosto di terra, gli aveva regalato per Natale. Non aveva orti o deserti da coltivare. E il futuro era davvero incerto.
Aveva un piano però. Che non raccontava a nessuno. Faceva parte di un segreto. Una matita e un foglio bianco. Scriveva. E correggeva. Rivedeva e riscriveva. Poi, quel foglio gli sembrò perfetto. E lo spedì. Per posta aerea. Per volare in alto.
 
Caro presidente Obama,
lei che con lo stesso colore della mia pelle – più o meno – è riuscito a diventare un persona molto importante, gli chiedo un piccolo favore. Vorrei venire a New York. Per qualche giorno. Signor Presidente, vorrei andare a vedere il ponte di Brooklyn, quello che unisce il mare con la terra. Lo vorrei disegnare. Mi serve perché dalle nostre parti c’è un muro che mi limita l’orizzonte e lei, Presidente Obama ha sempre detto che dobbiamo guardare lontano. Che ne abbiamo il diritto. Io non ci riesco e non è molto giusto che un bambino non possa coltivare i propri sogni. Lei, in campagna elettorale aveva uno slogan: we can. Mi dicono che significa si può fare. Ecco, signor Obama, anche questa cosa del ponte si può fare anche perché, a Betlemme i miracoli, a volte riescono. Ciao Presidente. Aspetto.
Ah, dimenticavo, mi chiamo Farik l’aviatore. Non ho cognome, ma da queste parti non serve. Anche Gesù, quello dei miracoli, mica ne aveva uno e ha funzionato ugualmente.
 
Farik l’aviatore scruta il suo limitato orizzonte. Il ponte magari non riuscirà a costruirlo, ma ha comunicato a tutti che quel ponte gli serve per poter crescere. Le idee non si possono realizzare, a volte, ma è bello farle conoscere.
Farik l’aviatore, aspetta. Con la sua chitarra e con il suo sguardo smorzato. Aspetta di poter crescere e contare le stelle. Di tutto il firmamento.
 

Non è successo niente. Forse.

Non è successo niente. Forse. - il sito di Giampaolo Cassitta
La densità della vita che ci trasporta e ci raccoglie in piccoli attimi e ci fa rivivere la nostra storia. Che non è allegra e non è dolce. Sapore che si accavalla nelle piccole storie della quotidianità. Ampolle di ricordi che ci sovrastano. Che forza abbiamo per poter contrastare il vuoto che ci opprime? Che forza abbiamo per poter apparire nei salotti mediatici? Nessuna. L’unica densità accolta non è sangue e non è vita. L’unica densità è colla liquida che macina parole e ci rassicura. Non è successo niente.
Non è successo niente. Che significa che niente si è spostato, che niente ha respirato, che niente è defluito, che niente ha camminato, pensato, pianto. Niente. Quel sangue versato per protesta, per non rinunciare alla dignità, non è mai apparso. Mariarca Terraciano non è mai esistita. Sangue inutile cosparso nel silenzio assoluto delle nostre coscienze e nell’assoluto deserto dei salotti mediatici. Sangue per richiedere quello che le spettava, il suo stipendio. Che non arrivava. Da mesi. Attendere i diritti e chiedere di vivere e continuare a sorridere. Invece niente. Mariarca contava i giorni e diventavano sempre più duri, densi, opachi. Come il sangue. Rosso cupo. E allora decide di eliminare quel liquido dalle sue vene. Non metaforicamente. Mariarca si svena sul serio. A poco a poco. Sino all’atto finale.  Alla ricerca di una risposta. Occhi scuri che aspettano. Niente. Non è successo niente. Il liquido cammina e scorre e sono piastrine e globuli che abbandonano gli occhi e il sorriso e il corpo di Mariarca che non regge. Lei, quindi, senza nessun rumore, con la lievità che spetta alle anime dolci, se ne va e tutti si affrettano a dire non è successo niente. Il vento non c’è più a rinvigorire gli arbusti e il rosso è solo sangue che ci trasporta dentro un nulla che è tristezza. Ai funerali di Mariarca parenti e amici. Nessuno dei colpevoli,  di chi le ha rubato il sangue e la vita, di chi ha deciso, con gocciolante cattiveria, di non farle percepire lo stipendio che le spettava. Da sei mesi.
Una vita. Spezzata, derisa, uccisa. Un omicidio che non avrà nessun indagato nel registro degli uomini. Non è successo niente. Mariarca  ha versato sangue, sangue dolce, vero. Non ha usato le parole perché in questo strano mondo pieno di televisioni, blog, giornali, vite in diretta, versare il sangue per uno stipendio non è una grandissima notizia. Non è successo niente. Mariarca se l’è portata il vento. Quello falso, quello delle pale eoliche di Cappellacci, di Verdini e di coloro che acquistano tutto con i soldi. L’acqua, il vento, i sorrisi, gli abbracci. Tranne il sangue. Quello, purtroppo serve solo mischiare le parole di chi non può parlare. Come Mariarca.
Non è successo niente. Ma quel sangue racconta invece che qualcosa è successo. Che abbiamo perso. Tutti. Irrimediabilmente.  E che qualcuno, alla figlia di dieci anni di Mariarca qualcosa le deve pur raccontare. Una storia di sangue, di tristezza e di impotenza. Una storia sbagliata.

Castelsardo, 16 maggio 2010.
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La ballata delle liste

La ballata delle liste - il sito di Giampaolo Cassitta
Il vento è calato e non muove più gli arbusti. Forse per stanchezza. Forse.
Ho gli occhi che non leggono. E che non guardano più dentro gli anfratti della memoria. 
E’ la tristezza  a dettare le nuove priorità. E’ il vuoto che si gonfia irrimediabilmente. E per chi, come me, ha fatto della sua vita un ideale si sente fuori.
Out.
Senza nessuna possibilità.
Io, per esempio ho letto con stupore gli elenchi della Loggia P2 e ne ho imparato i nomi quasi a memoria. Molti di loro hanno continuato a dettare le agende di questo paese e uno degli iscritti alla loggia massonica P2 è l’attuale presidente del consiglio. Ho letto con orrore le liste degli 84 nomi che hanno concluso la loro vita il 2 agosto 1980 dentro la stazione di Bologna. Dove, quel giorno, dentro un’estate dolce e assolata siamo cresciuti e abbiamo cominciato a convivere con le rughe della storia.
Che non erano vecchiaia ma rabbia repressa. E abbiamo aggiunto altre liste: dalla strage di Piazza Fontana a quella della Piazza della Loggia e l’aereo che volava alto sui cieli di Ustica e il Moby Prince che doveva arrivare in Sardegna.
La mia terra.
Abbiamo letto liste per anni e per anni abbiamo dovuto ricordare nomi e vie e autostrade: da Capaci a Via D’Amelio, a via Fani, a via Caetani.
Liste e vie.
E uomini.
E sangue.
E misteri.
Oggi, invece ci sono altre liste di gente che non potrà cavalcare la storia e forse, neppure un piccolo teatro di varietà. Leggo con leggerezza di Bertolaso e dei suoi appartamentini nel centro di Roma o di Monorchio e di Scajola. Liste tristi e piatte che non hanno nessun colore. E sembrano non avere nessun nesso con quelle che da 1969 ad oggi abbiamo quasi imparato a memoria.
Eppure non è cosi. Attenzione. Il vento è calato nelle palpebre di chi non vuol capire. Ma queste nuove liste sono il risultato del vuoto che si è voluto creare intorno alle precedenti.
Nessuno, infatti, pare ricordare le stragi. Quelle con le quali abbiamo convissuto. Oggi ci sono altre liste. A me, sinceramente le cose non quadrano. O cominciano a quadrare nonostante questa pace di vento.
Di questo ho paura.

Castelsardo, 14 maggio 2010.
 

L'acqua del mare e dei piccoli laghi

L'acqua del mare e dei piccoli laghi - il sito di Giampaolo Cassitta
Fuggono le voci e si intersecano in grovigli che non conosciamo.
Fuggono e non ritornano.
Hanno anima trasparente, non hanno peso e neppure una misura.
Questo siamo e questo dobbiamo osservare. I lamenti falsi di chi dovrebbe solo vergognarsi di rappresentarci ed invece continua ad apparire, a rintuzzare, a mischiare le parole, a pasticciare le verità. 
Io non so se sia possibile costruire trame di romanzi così raffinati, così assurdi e difficili da sostenere. Lo fanno, per me e per molti scrittori,  gli Scajola, i Bondi, i Bertolaso (che ruba battute anche a Paolo Rossi, quella di Monica, per esempio, è satira a livello purissimo).
Noi osserviamo  increduli da una finestra assolata fuggire le voci e condensare le parole.
Ed aspettiamo.
Non abbiamo neppure al forza di costruire, intenti come siamo a urlare sguaiatamente che non siamo d’accordo. Ma nessuno sente e nessuno registra. Sono piccole prove di forza da una parte e di impotenza dall’altra.
Provate a guardarvi intorno.
Sembra che, leggendo facebook o moltissimi blog, nessuno voglia vedere queste facce terribili di maramaldi, di gaglioffi, di perditempo, di ladri, di traditori,  ma poi, dietro le nostre immense colline di parole, appare  un mare di silenzio.
Quella è la misura del loro potere.
Noi siamo padroni dei rivoli  di parole che finiscono, eternamente nel loro mare.
Questo hanno capito.
Non gli interessano le dighe, i laghi dolcissimi o le verdi colline.
A loro interessa il mare.
Tutto.
Sanno navigare e sanno che l’acqua macina gli anni e leviga gli umori.
Noi, con i nostri intellettualismi puntigliosi stiamo a dipingere tele bisunte.
Siamo noi che dovremmo modificare la strategia.
E dovremmo farlo al più presto.

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Asinara, il rumore del silenzio. 2001 -2008 - due edizioni - 1 edizione economica

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supercarcere Asinara. 2002 - 2005 - quattro edizioni - 1 edizione tascabile

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La zona grigia. Cronaca di un sequestro di persona avvenuto in Sardegna nel 1978. Uno sconcertante sequestro.

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Il libro più amato. Un delitto che accade a Roma lo stesso giorno dell'omicidio di Aldo Moro. E i ricordi cominciano a riffiorare. Un noir cupo dentro gli anni 70.

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raccolta di racconti con prefazione di Giampaolo Cassitta

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l'ultimo cd degli humaniora - ponti non muri - included MARTA - testo di Giampaolo Cassitta - musica Gianfranco Strinna

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