Home > blog

blog

La forza degli operai. Pasolini e dintorni.

La forza degli operai. Pasolini e dintorni. - il sito di Giampaolo Cassitta
Dicono che ce la faremo. Dicono. Ma il futuro sembra avere colori molto tenui. Dicono che la colpa non è la loro. Ma degli altri. Come sempre. Ho sentito questo mantra da una vita. Grani di rosario che tutti hanno snocciolato. Tutti. Ed è questo che non mi è mai piaciuto. Mia madre, fin da piccolo,  mi ha sempre insegnato che la colpa se uno prende un brutto voto è perché ci ha messo sicuramente del suo. Facevo finta di non essere d’accordo. Ma era così. Le mie insufficienze erano mie e non del mio vicino di banco o della classe o della scuola o della società, o dell’Europa. Mia e di nessun altro. Adesso, invece si spostano sempre i problemi. Si nascondono o, addirittura, evaporano. Ma solo momentaneamente. Gli operai esistono. Non sono ancora scomparsi. Hanno modificato la loro lotta, hanno provato ad urlare più forte e hanno sempre figli da mantenere e ancora vorrebbero il figlio Dottore. Pensi cara Contessa, sono rimasti così: dolci, aspri  e sognatori. Solo che sono cambiati i tempi e i sindacati dicono  che devono accettare quello che il padrone ordina. Pur di lavorare. Cancellano gli orizzonti. E la gente ha paura. Non è più un problema di chiedere l’aumento di salario. Il problema è mantenerlo quel maledetto salario. E l’operaio, davanti a questo strano modo di vedere le cose da parte del sindacato,  comincia a pensare che forse, molto probabilmente, ci sono molte cose che non quadrano. Lo pensa mentre guarda sua figlia che non riesce a mandare all’asilo, sua moglie che rinuncia da tempo al parrucchiere, sua madre che osserva le mattonelle del suo appartamento per non mostrare le lacrime e suo padre che non ama l’umidità sopra le guance e preferisce non parlare e non incontrare quel figlio muto e solitario. Già, ma tutto questo chi lo racconta? Dove sono finiti gli scioperi di una volta? Le bandiere rosse e sapesse contessa e corre corre la locomotiva?
commenti (18)

il sorriso delle galere.

il sorriso delle galere. - il sito di Giampaolo Cassitta
Chissà perché la gente pensa che un istituto penitenziario sia un luogo “essenzialmente triste”. Intendiamoci, in buona parte un carcere  è un luogo di “penitenza laica”, dove la mancanza di un bene prezioso come la libertà porta a disegnare orizzonti piccoli e molto circoscritti, ritaglia molti silenzi e induce alla riflessione e alla durezza. In carcere, solitamente, si hanno pensieri ruvidi, le parole sono carta vetrata e i sorrisi centellinati. Ma, nei sottili rigagnoli di un’esistenza vissuta pericolosamente, c’è spazio anche per osservare il colore del cielo e dipingerlo di speranze. In quelle occasioni – che poi non sono così rare, almeno negli istituti all’aperto – i denti prendono il vento e l’aria e la luce e respirano e, come d’incanto, sorridono.
I detenuti, per certi versi giocano molto con l’ironia e l’autoironia. Quelli, almeno, che sono “definitivi”, che hanno concluso la parentesi con il processo, cominciano con una pesantezza  veloce (è l’ossimoro della speranza) a raccontarsi, a raccontare e provare ad alleggerire uno zaino ancora troppo pesante.
Quindi, in carcere si ride. A volte di gusto, a volte per gusto. Ci sono momenti davvero memorabili che meritano un ricordo tra gli aneddoti.
Ed è sempre la colonia, il carcere all’aperto – in questo caso l’Asinara – che riporta ad una memoria che è difficile da conservare in un mondo ormai cablato a fibre ottiche che non sa regalare fotogrammi  ai  piccoli ricordi. Come il detenuto “sconsegnato”, ovvero libero di girare nelle campagne dell’isola che chiamava “delinquenti” i propri colleghi di sventura oppure quello che chiedeva, con la famigerata domandina “un orologio Swacht di qualsiasi marca” o ancora, dopo una accesa discussione con l’educatore urlava che in carcere non c’era via di sciampo. A volte, quindi, erano incidenti di percorso ma che diventavano momenti colorati, utili per andare avanti. Come il bloc notes che ci venne in mente in tipografia nel carcere di Alghero. Avevamo appena finito di stampare un libro e dovevamo buttare i ritagli di carta. Ci venne l’idea di assemblarli e costruire dei piccoli bloc-notes. “Come li chiamiamo?” chiese qualcuno. “Avanzi di galera” rispose qualcun altro. E così nacquero i post-it avanzi di galera.
Giocare con le parole e con la stessa sfortuna. Come possiamo chiamare i prodotti delle colonie agricole sarde? Ci fu un giro molto lungo di sguardi e arrivò, per primo “pecora nera”. D’altronde si doveva vendere formaggio. Ma era troppo scontato. Si passò a “buoni dentro” aggiungendo, quasi perfidamente “cattivi fuori”. Poi altri giochi  come “prodotti al fresco” sino ad arrivare a Galeghiotto, un gioco neppure troppo difficile per ricordare Galeotto,una parola che, personalmente mi ricorda Tex Willer e Topolino, Braccio di Ferro, qualcosa che mi riporta alla mia dolcissima adolescenza. Ecco, abbiamo deciso di usare qualcosa di sorridente ma non di irriverente: abbiamo pensato ad una mela del colore forte che ricorda la Sardegna e abbiamo aggiunto Galeghiotto di Sardegna e una fogliolina con i quattro mori. Un po’ di buon campanilismo e un pizzico di orgoglio. D’altronde anche se lavorano moltissimi extracomunitari i prodotti sono della nostra forte terra.
Galeghiotto di Sardegna, prodotti al fresco negli Istituti penitenziari di Isili, Mamone e Is Arenas.Ma non bastava. Mancava un pezzo di serietà. Ed ecco lo slogan che accompagna i prodotti e che ritengo sia la sintesi e il senso vero del carcere: “vale la pena” ma solo se la pena ha un senso. Con un sorriso, con il gioco di riderci addosso, ma non troppo, dispensando qualità e scommettendo sull’uomo, Solo allora  ne vale davvero la pena.
 
Cagliari, 16 giugno 2010
commenti (17)

Vale la pena.

Vale la pena. - il sito di Giampaolo Cassitta

Ci sono scommesse semplici e, tutto sommato,  prevedibili. Ci sono poi quelle impossibili e che pochi fanno e chi le fa è considerato un audace o un pazzo. A seconda dei punti di vista. Ci sono poi scommesse difficili ma che possono, con strane alchimie, realizzarsi. La cosa più difficile, quando questo accade, è tentare di spiegarlo.
Un pallonetto lanciato da metà del campo di calcio, difficilmente entra in rete. Quasi impossibile. Ecco: il quasi regala la possibilità recondita all’azione. Uno ci prova. Forse non ci riesce. Anzi, quasi sicuramente non ce la farà.  Ma, se ci dovesse riuscire dovrà tentare di spiegare come, con quale piede, con quale traiettoria, con quale potenza, con quale lucidità ed infine quanta emozione gli ha regalato quel tiro apparentemente impossibile e terribilmente semplice. Quel gol che era una scommessa. Che poi è sempre la stessa storia: la scommessa è una sfida e le sfide si costruiscono per misurarsi con se stessi o con gli altri,  ma si fanno soprattutto per vincerle,  anche se si deve avere la consapevolezza di poterle perdere.

Ho vissuto sempre di sfide. Per mestiere. Ho vinto qualche volta e moltissime volte ho perso. Perché lavorare con gli uomini non è semplice. E lavorare per i detenuti è sicuramente più complesso. Ho sempre pensato, però, che vincere una sfida con gli ultimi della classe è come vincere un campionato di calcio con il Perugia o con il Pizzighettone. Difficile, quasi impossibile, e io ho sempre cavalcato l’onda del “quasi”.
Ritengo che i detenuti, quelli che finiscono dentro per piccole cose, per aver sbagliato le intersecazioni delle scelte, per non aver compreso come si dosa la giustizia o perché, più semplicemente, sono extracomunitari,  possano dimostrare di essere migliori di come vengono dipinti e ho sempre combattuto affinché potessero dimostrarlo. Con una considerazione che ho sempre fatto e che è diventata lo slogan del mio impegno: “ se facciamo qualcosa, non ci devono dire che è bella per pietà, perché siamo detenuti, ma perché quella cosa è la migliore.”
L’ultima delle sfide è appena partita. Non so se riusciremo a vincere. La squadra è variopinta, convinta ma ancora non convince, duttile e maneggevole ma non partecipante. Insomma, è una sfida quasi impossibile. Quindi proponibile. Tentiamo di vendere, per la prima volta, dei prodotti di un carcere nella grande distribuzione. Non lo aveva fatto, finora, nessuno. Per farlo, dovevamo presentare prodotti di qualità, di altissima qualità. Ed è per questo che abbiamo scelto la conversione al biologico.  Ma non solo. Abbiamo scommesso su giovani che volessero provare a vincere questa sfida e abbiamo trovato occhi attenti al cambiamento tra apicoltori, artieri ippici, casari e addetti agli allevamenti che si sono uniti a quelli dei formatori e dei detenuti. Hanno tagliato rami, inciso alberi, sistemato arnie, strigliato cavalli, pascolato pecore e capre, hanno munto e pastorizzato il latte che è diventato ricotta e formaggio ed è diventato crema e i favi son diventati miele e polline e le bacche son diventate mirto e i pomodori si sono essiccati e il tiro da lontano, da metà campo è entrato in rete. Gol. Scommessa vinta. Difficile segnare da quella distanza. Bisognava provarci. Lo abbiamo fatto. Abbiamo costruito un logo giocando con le parole, perché il gioco è uno strumento serissimo e abbiamo deciso di sorridere, perché anche sorridere aiuta a crescere. Tutto questo lo abbiamo anche documentato su un sito che prossimamente racconterà anche storie galeghiotte che regaleranno sprazzi di “innocente” normalità. Vi informerò sulle prossime mosse e, di tanto in tanto, fate un salto su www.galeghiotto.it . Ne vale la pena.
 
 Cagliari, Castelsardo 13-14 giugno 2010
 
commenti (13)

la democrazia degli sms

la democrazia degli sms - il sito di Giampaolo Cassitta
Il silenzio riesce a costruire parole. Quelle che non si scrivono, per esempio.  Quelle che non compaiono sui giornali o quelle che non vengono pronunciate in nessun programma televisivo.
Quelle facce mute che non hanno nessuna espressione, quegli articoli che non si scrivono e sono rimpiazzati da altre storie, altri fatti. Quelli che la gente vuole. Quelli che la gente, con il televoto, ha deciso di regalarsi dentro questa falsa normalità.
A volte credo che siamo sommersi  dalle notizie. Molte delle quali sono inutili. Non sono quelle che colorano le nostre grigie esistenze. Perché è di quello che viviamo. Sentire qualcosa che fa parte di un lontano  ma che potrebbe essere, invece, il nostro “vicino”. 
Fateci caso. Le storie, quelle troppo lontane non ci interessano. Finiscono subito nell’oblio dopo pochi giorni. Un terremoto, uno tsunami rispecchiano i nostri occhi nello spazio di un attimo: milioni di pixel che passano dentro il nostro LCD in salotto; una lettura quasi disattenta di qualche quotidiano, un sms da inviare per mettere a posto la nostra coscienza e poi il buio che infrange dentro questa storie e questa vite che sembrano non appartenerci.
Anche l’isola dei famosi ci stava fuggendo di mano .Sguinzagliava verso un lontano irraggiungibile, non era fatta per noi. Ecco che, allora, decidiamo di inserire qualche famoso “più piccolo” e qualche “normale” che, nello spazio di un attimo famoso potrà diventarlo.  E il popolo sovrano vede questa storia vicino al suo divano, al suo orto di casa, prende il telefonino e, con la stessa naturalezza con la quale aveva spedito un sms per il terremoto, per l’alluvione, per la croce rossa, comincia a spedire decine di messaggini per eliminare quello che ritiene debba sparire dall’orizzonte del suo televisore, dalla sua stanza,  dal suo egoistico ed egocentrico mondo fluorescente di pixel.  E ci si sente felici o affranti. A seconda se il tuo prescelto lascerà l’isola o ci rimarrà. Ecco il concetto della democrazia: avere subito il risultato. Immediato. Non come quell’euro per lo tsunami o il terremoto e magari se lo mangiano i soliti. Eliminare l’avversario è, invece, un gioco cinico che serve ad irrobustire la cattiveria, veicolandola in binari meno barbari e, tutto sommato, virtuali. Un sms, un grido di rabbia, una spinta dalla torre costa un euro, ovvero circa 2000 delle vecchie lire. Mica poco. Meglio, forse pochissimo per il terremoto, troppo per decidere le sorti di un personaggio che peraltro è stato pagato per recitare una parte che non è sua. Una storia di plastica.
Questa gente, “la gente” per la sua “democrazia attiva” spende circa dieci  euro a settimana  (molti, infatti, inviano tantissimi sms) mai si sognerebbe di spendere dieci euro per assistere ad una commedia teatrale dove gli attori recitano una parte, ma non è una storia di plastica. Ecco perché la finanziaria “taglia” sulla cultura. Perché al popolo sovrano quella cultura non serve.
Se eliminassero gli sms, allora si che ci sarebbe la rivolta popolare. Mi avvolgo di tristezza mentre spengo, per protesta il mio cellulare.

Cagliari, 5 giugno 2010

adesso basta.

adesso basta. - il sito di Giampaolo Cassitta
Ho due parole in tasca, ragazzo. Sono poche, lo so, ma non le possiamo sprecare. Non abbiamo neppure troppo tempo. Dobbiamo ottimizzare. Abbiamo sprecato troppi sorrisi e ammiccamenti e carezze sfiorate e strette di mano. E abbiamo usato metafore per spiegare ai nostri figli quello che di cattivo hanno costruito i nostri padri. Abbiamo prodotto film, promosso appelli, ci siamo guardati negli occhi e ci siamo detti che è inutile,  davvero inutile colorare il cielo di sangue, che è inutile ma davvero inutile uccidersi per una causa che non si comprende. Perché non c’è nessuna causa in grado di giustificare nessuna goccia di sangue e nessuna lacrima gettata per un dolore atroce. Abbiamo scritto ,inveito, abbiamo partecipato a marce per una pace che tutti vogliono ma nessuno acquista eppure è un prodotto che aiuta a vivere meglio. Ho due parole in tasca, ragazzo. Sono poche,ma sono quelle che mi sono rimaste. Non c’è pensiero che possa far passare un genocidio, non c’è titolo di giornale che si possa permettere di urlare  che queste sono morti giuste. Non può esistere tutto questo e non possiamo continuare.
Ho solo due parole in tasca, ragazzo, parole dure che ti regalo e che non serviranno, ma questo mi è rimasto nel deserto dell’indifferenza: BASTA. SMETTETELA. Da qualsiasi parte del muro vi possiate schierare  la vostra scelta non potrà giustificare morte e disperazione in nome della pace. BASTA. SMETTETELA. Non ci sono altre parole che possono accompagnare il genocidio delle idee. Che possa risorgere il pensiero, che vi possa risorgere almeno per un attimo. Un pensiero laico che serva a usare quelle uniche due parole che mi sono rimaste: BASTA. SMETTETLA.
Così. Semplicemente.   

Castelsardo, 1 giugno 2010 dopo gli ennesimi spari alla pace.

libri pubblicati

<h4><span>libri pubblicati</span></h4> - il sito di Giampaolo Cassitta

Asinara, il rumore del silenzio. 2001 -2008 - due edizioni - 1 edizione economica

<h4><span>libri pubblicati</span></h4> - il sito di Giampaolo Cassitta

supercarcere Asinara. 2002 - 2005 - quattro edizioni - 1 edizione tascabile

<h4><span>libri pubblicati</span></h4> - il sito di Giampaolo Cassitta

La zona grigia. Cronaca di un sequestro di persona avvenuto in Sardegna nel 1978. Uno sconcertante sequestro.

<h4><span>libri pubblicati</span></h4> - il sito di Giampaolo Cassitta

Il libro più amato. Un delitto che accade a Roma lo stesso giorno dell'omicidio di Aldo Moro. E i ricordi cominciano a riffiorare. Un noir cupo dentro gli anni 70.

<h4><span>libri pubblicati</span></h4> - il sito di Giampaolo Cassitta

raccolta di racconti con prefazione di Giampaolo Cassitta

<h4><span>libri pubblicati</span></h4> - il sito di Giampaolo Cassitta

l'ultimo cd degli humaniora - ponti non muri - included MARTA - testo di Giampaolo Cassitta - musica Gianfranco Strinna

<h4><span>libri pubblicati</span></h4> - il sito di Giampaolo Cassitta

Giampaolo Cassitta partecipa alla campagna di raccolta fondi per i terremotati dell’Abruzzo attraverso la Caritas italiana. Per sostenere gli interventi in corso (causale "TERREMOTO ABRUZZO") si possono inviare offerte a Caritas Italiana tramite C/C POSTALE N. 347013 o tramite UNICREDIT BANCA DI ROMA S.P.A. IBAN IT38 K03002 05206 000401120727

il sito di Giampaolo Cassitta

viene a trovarmi su facebook e condividi la mia amicizia

il sito di Giampaolo Cassitta

il sito di Giampaolo Cassitta

il sito degli humaniora

il sito di Giampaolo Cassitta

Il sito e il suo autore aderiscono al gruppo "Nessuno tocchi Saviano

il sito di Giampaolo Cassitta

il progetto avazni di galera della cooperativa apriti sesamo

il sito di Giampaolo Cassitta

l'elogio del mangiare piano, a passi tardi e lenti .

il sito di Giampaolo Cassitta

vai sul sito di galeghiotto. Prodotti nelle colonie penali della Sardegna

siamo lettori del

<h4><span>siamo lettori del</span></h4> - il sito di Giampaolo Cassitta

il blog del fatto quotidiano

<h4><span>siamo lettori del</span></h4> - il sito di Giampaolo Cassitta

siamo fan del misfatto