Ho aspettato. Con quel meticoloso tempo che non scorre che solo noi sardi abbiamo dentro le rughe della vita. Ho atteso con quel rumoroso silenzio che abbiamo negli occhi socchiusi, quando racimoliamo pensieri per gli orizzonti distesi e lunghi. Ho aspettato perché, almeno così pensavo, qualcosa dovrà succedere. Qualcuno riuscirà a dire cose forti e nuove che non siano il solito comunicato avido e inutile di sdegno e condoglianze e che tutto questo non succederà più. Ho atteso almeno due giorni prima di guardarmi intorno e scoprire che non ci sono uomini politici in grado di fare analisi, non ci sono sociologi che riescano a raccontare schegge di questo mondo che ci sfugge, non ci sono antropologi che possano andare oltre le solite cose note e nessuno, proprio nessuno che riesca a condensare le idee, raggiungere attraverso le immagini qualcosa che va detta a gran voce. Ho aspettato perché ritenevo che non fosse uno scrittore, un semplice e piccolo acquarellista di storie e di frasi a dover dire qualcosa. Ma c’era un debito che nessuno, neppure uno scrittore, poteva dimenticare. Anche io devo ossigeno a questa terra: le devo i colori e i sapori che uso dentro i miei racconti e i miei disegni e le mie canzoni. Le devo i sorrisi della mia infanzia e della mia adolescenza. Le devo le attese davanti ad un molo per poter prendere una nave e rastrellare attimi nel “continente”. Le devo baci, abbracci e urla e lacrime, le devo vergogna quando i figli della mia terra sequestrano uomini e donne, le devo sospiri quando qualcuno tira fuori la mitica sardità e le devo polpastrelli che battono sulle sfere della memoria a ripercorrere colline che non saranno mai montagne, pastori che non saranno mai imprenditori, pecore che non saranno mai bufale, nuraghi che non saranno mai ruvidi palazzi e le devo rabbia e malinconia per Capriccioli e Baia Sardinia e Cala di Volpe e tutta la Costa dove, un giorno, saltellavano bellissime capre e non caprette disposte ad infilarsi in qualsiasi prato le venga offerto. Le devo l’odore del mirto e del lentisco e della petrolchimica, le devo troppe contraddizioni ma è la mia terra. Indiscutibilmente mia.
Ho atteso. Che i sardi strappassero questo silenzio inutile e troppo lungo. Ho atteso che le lastre di ghiaccio dentro le rughe degli anziani si sciogliessero e potessero accompagnarci dentro nuove storie da raccontare. Ho atteso. Invano. Allora, solo dopo questo sterminato deserto di parole, dentro questo canovaccio sempre uguale, di circostanza, voglio dire che a questa terra devo anche un’altra cosa: la condivisione con degli assassini, semplici ed inutili assassini che non hanno il senso della vita e della morte. E non hanno il senso della terra. Guardatevi intorno nel nero delle vostre nuove immagini, nel fumo della vostra stupidità, nei cavalli che sembrano dipinti per una nuova “Guernica”. Guardatevi intorno e guardatevi dentro e provate a miscelare qualche emozione. Non si può sempre spiegare tutto con la sardità e con l’orgoglio sardo e con la balentia e con la bandiera quattro mori e con piccole frasi che non ci fanno crescere. Voi che avete colorato di rosso fuoco questa terra, che avete deciso, deliberatamente di uccidere vostra madre non fate parte di questa terra e a voi, che siete sardi, non sarà concesso il perdono. Almeno da parte mia.
Aspetto che altri sardi possano urlarvi questo. E’ l’unico respingimento che accetto: voi, non siete figli di questa terra, perché questa terra non fa più parte di voi. Voi, assassini inutili, siete solo segmenti di un torpore complesso e, nello stesso tempo semplice: voi avete venduto la vostra terra ad altri: alla speculazione, alla rabbia, alla vendetta. Voi non potete e non dovete far parte di questi fili d’erba, di questa macchia mediterranea che vi respinge, di questi miei occhi che vi comprimono dentro un inferno cui dovreste continuare a vivere. Voi non avete più il diritto di guardare questa terra, di avere il nostro accento, di parlare la nostra lingua. Voi, per me, siete fuori dalla comunità Sardegna. Avrei voluto sentire queste poche e semplici parole da politici, sociologi, preti e sardi in genere. Non le ho sentite. Perche questi signori hanno saracinesche come occhi, cerniere a lampo come bocca, deserto che non lacrima. Ho voglia di sentirle quelle parole e le aspetto. Ma covo sconcertanti certezze. Aspetto. Da sardo ferito dentro la mia nuda e contorta terra attendo esili novità. Con lo sguardo rivolto al futuro ma con la dolcezza del passato, aspetto.
Castelsardo, 27 luglio 2009
La foto è stata scattata al carnevale estivo di Castelsardo il 26 luglio 2009. Merdules di Ottana - Foto Nikon d90.