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Quaranta frustate per un jeans. La nuova indecenza.

Quaranta frustate per un jeans. La nuova indecenza. - il sito di Giampaolo Cassitta
 
Due notizie apparentemente lontane tra di esse, anzi diametralmente opposte, hanno colpito la mia calda e docile domenica d’agosto. La prima pubblicata  su tutti i quotidiani - eslcusi quelli servili al capo – ed è legata alla notte parigina di Patrizia D’Addario, la seconda l’ho trovata solo sull’Unità ed è la storia – davvero assurda – di una giornalista, Lubna Hussein,  che in Sudan rischia  quaranta frustate perché indossava i pantaloni.
Capisco il caldo e capisco la voglia di gossip che soprattutto d’estate assale tutti i quotidiani. Capisco che oggi, per esempio, è il ventinovesimo anniversario della strage di Bologna e, anche in questo caso,  solo l’Unità dedica quasi per intero la sua prima pagina con un grande servizio al suo interno a questo triste avvenimento poco “estivo”, capisco che non ci sono delitti irrisolti e irrisolvibili e che Bruno Vespa con i suoi plastici è finalmente in ferie. Tutto è comprensibile ma, sinceramente,  non riesco a capacitarmi sul perché nel nostro paese si possa diventare famosi solo se si è serial killer, capo-mafia, figlio di principi cacciati in esilio ed ora  anche puttane (che poi si dica escort è una nuova moda ma, sempre puttane rimangono, mestiere glorioso e utile, per carità, ma proviamo a dire le cose come stanno) ed invece, moltissimi di  noi non sanno chi  è stato a piazzare la bomba nella stazione di Bologna il 2 agosto 1980. Sull’unità di oggi, i ragazzi che nel 1980 non erano ancora nati affermano, intervistati,  che la strage fu opera delle brigate rosse. O della mafia. O di entrambi. Ma sanno invece molto bene chi sia Fabrizio Corona e Noemi e Belen e tutti quelli che passano e passeranno per l’isola dei famosi.
Lubna Hussein ha 34 anni, è un’attivista politica molto attenta ai diritti delle donne, è una opinionista che scrive nelle pagine di Al Sahafa, un periodico sudanese e viene arrestata, il 3 luglio 2009 (non nel 700) con dodici altre donne colpevoli, tutte, di aver indossato dei semplici pantaloni. Dieci di esse finiscono per accettare una punizione pecuniaria di 250 sterline sudanesi, circa  un centinaio di euro (il prezzo di un jeans dalle nostre parti). Hubna e altre due donne scelgono invece un’altra strada: quella di arrivare ad un processo vero e proprio. Senza sconti. Rifiuta la pena minima di 10 frustate e decide di fare della sua storia un caso nazionale. Lubna riesce a spedire 500 messaggi agli amici che si moltiplicano e attende il processo che si celebrerà il 4 agosto. Il caso sconfina e diventa internazionale. E’ accusata di “atti indecenti”. Perché in Sudan una donna che porta i pantaloni è additata come “indecente”. In quello Stato governa tale Bashir, incriminato dall’Aja per genocidio. Il buon presidente offre a Lubna l’indulta che lei, tranquillamente rifiuta.
Ecco, comincia a dipanarsi l’aria e alcune considerazioni sono davvero obbligatorie: dalle nostre parti una puttana (escort, pardon, escort) può raccontare le sue notti piccanti con il Presidente del Consiglio, può viaggiare con un manager (suo fratello è il manager. Quando ero piccolo io era tutto più semplice, le escort erano puttane e i manager delle escort erano “papponi” e rischiavano la galera….) e sperare di partecipare ad un reality show o ad una puntata di “carabinieri” (che quella,a quanto pare, non si nega a nessuno). Tutto questo non è osceno. In Sudan, una giornalista seria, rischia quaranta frustate perché indossa i pantaloni. C’è qualcosa che non quadra. In Sudan e dalle nostre parti. L’oscenità, come il comune senso del pudore, è diventato qualcosa di non comprensibile. Almeno accavallando queste due notizie.

Castelsardo, 2 agosto 2009 a 29 anni dalla strage alla stazione di Bologna

Cogliere il futuro. Dentro il passato 28 luglio 2009

Cogliere il futuro. Dentro il passato  28 luglio 2009 - il sito di Giampaolo Cassitta
Sono passato. Dopo il fuoco. Sono passato a raccogliere i latrati degli antichi. A ripercorrere le strade di mio nonno. Badde Frustana, vicino a Siligo e Ploaghe. Pozzomaggiore, Florinas e Codrongianus. La Madonna di Saccargia. Crogiuoli di suoni che si accavallavano. Ma non erano i colori che conoscevo. Sono passato molto veloce. Come i pensieri che mi perseguitavano. E ogni pietra aveva un segno del passaggio di chi, quando io dentro questa terra ancora non c’ero, riusciva ad osservarla e maledirla, perché la pietra non produceva pascolo o meloni, ma non la eliminava. La spostava, a volte lievemente, a volte con forza, a volte la usava per un muretto a secco: ci ripara dalla cattiveria, diceva mio nonno. Il muretto a secco che oggi non ha più contorni: è solo una linea più scura dentro una collina  inchiostro.
Adesso siamo qui, a raccontarci, come sempre, le nostre piccole cose, il nostro canto del cigno, il nostro battere e levare, la sommessità di tutto ciò che abbiamo intorno. E che non riusciamo a focalizzare. Violentati in casa nostra da gente di famiglia. Questa la nostra condizione. E non è una bella cosa. Adesso non c’è posto per la rabbia. Si sciolgono le rappresentazioni isteriche, quella incontenibile voglia di andarsene, di abbandonare. Adesso, ci troviamo a parlare a bassa voce nei bar di paese. A scalpitare dentro le vecchie cose: di chi l’aveva predetto, che il turismo ci avrebbe portato alla rovina, che è tutta colpa della petrolchimica, che i sardi sono agnelli che hanno dimenticato la figura del lupo, che bisogna bruciare chi brucia, che da soli ci dobbiamo trovare e dobbiamo risolverla. Alla nostra maniera. Come se fosse semplice. Come se fosse ovvio. Alla maniera di chi e di che cosa? E da quando abbiamo deciso di duellare in piazza o sulle strade, a sole alto e occhi socchiusi? E da quando abbiamo deciso di tornare indietro? Un indietro, lasciatemelo dire,  che è sbagliato. Ce ne sono altri di percorsi a ritroso. Ce ne se sono altri di camminamenti. Sono quelli che ci raccontano di riprenderci la terra, magari lentamente, ma di riprendercela. Non possiamo continuare a popolare le coste,  noi che per secoli abbiamo deciso che quel mare, proprio perché si muoveva troppo, non era cosa così sicura. Noi dobbiamo riprenderci la terra. Noi dobbiamo voltare pagina. Questo è il punto di partenza. La chimica, il terziario sono, ormai,  cammini vecchi e senza troppe radici. La rivoluzione culturale passa dai piccoli sentieri dei nostri nonni. Dal loro saper scrutare l’orizzonte. Da loro saper cogliere il futuro. Dentro un forte passato.
 
 
Cagliari, 27 luglio 2009

Il silenzio e l'attesa. - 26 luglio 2009

Il silenzio e l'attesa. - 26 luglio 2009 - il sito di Giampaolo Cassitta
Ho aspettato. Con quel meticoloso tempo che non scorre che solo noi sardi abbiamo dentro le rughe della vita. Ho atteso con quel rumoroso silenzio che abbiamo negli occhi socchiusi,  quando racimoliamo pensieri per gli orizzonti distesi e lunghi. Ho aspettato perché, almeno così pensavo, qualcosa dovrà succedere. Qualcuno riuscirà a dire cose forti e nuove che non siano il solito comunicato avido e inutile di sdegno e condoglianze e che tutto questo non succederà più.  Ho atteso almeno due giorni prima di guardarmi intorno e scoprire che non ci sono uomini politici in grado di fare analisi, non ci sono sociologi che riescano a raccontare schegge di questo mondo che ci sfugge, non ci sono antropologi che possano andare oltre le solite cose note e nessuno, proprio nessuno che riesca a condensare le idee, raggiungere attraverso le immagini qualcosa che va detta a gran voce. Ho aspettato perché ritenevo che non fosse uno scrittore, un semplice e piccolo acquarellista di storie e di frasi a dover dire qualcosa. Ma c’era un debito che nessuno, neppure uno scrittore, poteva dimenticare. Anche io devo ossigeno a questa terra: le devo i colori e i sapori che uso dentro i miei racconti e i miei disegni e le mie canzoni. Le devo i sorrisi della mia infanzia e della mia adolescenza. Le devo le attese davanti ad un molo per poter prendere una nave e rastrellare attimi nel “continente”. Le devo baci, abbracci e urla e lacrime, le devo vergogna quando i figli della mia terra sequestrano uomini e donne, le devo sospiri quando qualcuno tira fuori la mitica sardità e le devo polpastrelli che battono sulle sfere della memoria a ripercorrere colline che non saranno mai montagne, pastori che non saranno mai imprenditori, pecore che non saranno mai bufale, nuraghi che non saranno mai ruvidi palazzi e le devo rabbia e malinconia per Capriccioli e Baia Sardinia e Cala di Volpe e tutta la Costa dove, un giorno,  saltellavano bellissime capre e non caprette disposte ad infilarsi in qualsiasi prato le venga  offerto. Le devo l’odore del mirto e del lentisco e della petrolchimica, le devo troppe contraddizioni ma è la mia terra. Indiscutibilmente mia.
Ho atteso. Che i sardi strappassero questo silenzio inutile e troppo lungo. Ho atteso che le lastre di ghiaccio dentro le rughe degli anziani si sciogliessero  e potessero accompagnarci dentro nuove storie da raccontare. Ho atteso. Invano. Allora, solo dopo questo sterminato deserto di parole, dentro questo canovaccio sempre uguale, di circostanza, voglio dire che a questa terra devo anche un’altra cosa: la condivisione con degli assassini, semplici ed inutili assassini che non hanno il senso della vita e della morte. E non hanno il senso della terra. Guardatevi intorno nel nero delle vostre nuove immagini, nel fumo della vostra stupidità, nei cavalli che sembrano dipinti per una nuova “Guernica”. Guardatevi intorno e guardatevi dentro e provate a miscelare qualche emozione. Non si può sempre spiegare tutto con la sardità e con l’orgoglio sardo e con la balentia e con la bandiera quattro mori e con piccole frasi che non ci fanno crescere. Voi che avete colorato di rosso fuoco questa terra, che avete deciso, deliberatamente di uccidere vostra madre non fate parte di questa terra e a voi, che siete sardi, non sarà concesso il perdono. Almeno da parte mia.
Aspetto che  altri sardi possano urlarvi questo. E’ l’unico respingimento che accetto: voi, non siete figli di questa terra, perché questa terra non fa più parte di voi. Voi, assassini inutili, siete solo segmenti di un torpore complesso e, nello stesso tempo semplice: voi avete venduto la vostra terra ad altri: alla speculazione, alla rabbia, alla vendetta. Voi non potete e non dovete far parte di questi fili d’erba, di questa macchia mediterranea che vi respinge, di questi miei occhi che vi comprimono dentro un inferno cui dovreste continuare a vivere. Voi non avete più il diritto di guardare questa terra, di avere il nostro accento, di parlare la nostra lingua. Voi, per me,  siete fuori dalla comunità Sardegna. Avrei voluto sentire queste poche e semplici parole da politici, sociologi, preti e sardi in genere. Non le ho sentite. Perche questi signori hanno  saracinesche come occhi, cerniere a lampo come bocca, deserto che non lacrima. Ho voglia di sentirle quelle parole e le aspetto. Ma covo sconcertanti certezze. Aspetto. Da sardo ferito dentro la mia nuda e contorta terra attendo esili novità. Con lo sguardo rivolto al futuro ma con la dolcezza del passato,  aspetto.

Castelsardo, 27 luglio 2009
La foto è stata scattata al carnevale estivo di Castelsardo il 26 luglio 2009. Merdules di Ottana - Foto Nikon d90.
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Il fuoco nella mia terra

Il fuoco nella mia terra - il sito di Giampaolo Cassitta
Io ho visto fiaccole che non erano sincere e che non illuminavano volti o pensieri. Ho visto fumo, fumo denso che non erano nuvole gonfie di acqua. Ho visto occhi che non scrutavano quando parlavano davanti ad un microfono inutile e dicevano che quell’uomo era morto per salvare il suo gregge. Ho visto pecore gonfie e tosate e nere con una lingua che non era disposta a belare e fili d’erba che non sapevano più crescere. Ho visto alberi che non avevano rami e non pascolavano foglie. Ho visto gente che fuggiva da questa storia che voleva,a tutti i costi, trovare una risposta. Ho visto attese e forti parole che masticavano il vuoto. Ho sentito che tutto questo, da molte parti si chiama fuoco.
E non è vero.
Io ho visto tutto questo e l’ho chiamato orrore, l’ho chiamato odio, l’ho chiamato vigliaccheria. Se si arriva ad usare il calore del fuoco, l’amore del fuoco, la bellezza del fuoco per costruire cenere,non si hanno pulsazioni, non si conoscono lacrime né sorrisi e neppure dolcezze. Perché si è deboli e inutili. Chi ha bruciato la mia terra, stasera, non ha il mio perdono perché non ha distrutto solo i miei ricordi di Badde Salighes o di Capo Pecora e Is Arenas ed altro ancora. Quell’azzurro, quel verde, quel sapore e profumo di mirto mi rimane perchè l'ho vissuto e ne conservo gli attimi intensi vissuti dentro quei luoghi. Chi ha bruciato la mia terra ha distrutto la possibilità che i miei figli e i miei nipoti potessero vedere, annusare, amare o semplicemente scegliere qualcos’altro.
Adesso non lo potranno fare.
Questo non perdono a tutti quei deboli e inutili e stupidi e stantii e piccoli uomini che hanno deciso, in un attimo, di ferire la mia terra e tutti i sardi.

Castelsardo, 23 luglio 2009 dopo aver attraversato la Sardegna, aver visto troppo fuomo e fuoco, essere rimasto intrappolato sulla superstrada 131 e non aver più lacrime da regalare.
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Il rosso, ilgiallo e il blu. Dentro Barcellona, tra Gaudì e Mirò. Ma senza birra

Il rosso, ilgiallo e il blu. Dentro Barcellona, tra Gaudì e Mirò. Ma senza birra - il sito di Giampaolo Cassitta
Sfogliando i giornali cerco notizie che mi appassionino. L’unico risultato che riesco ad ottenere è il rumore sordo del foglio che sfiora le mie mani e le parole che scompaiono veloci insieme alle fotografie. Niente. Siamo d’estate. Si attende, in questo pozzo ampio e statico, un omicidio che squassi l’orizzonte, un qualcosa di grave che possa imprigionare le prime pagine gonfie di scaramucce, di sciocchezze da quartiere, di snervante attesa per la partenza di Ibrahimovic, lo svedese dell’Inter e l’arrivo di Eto’o. Un camerunense. Io un piccolo sussulto lo colgo. Da docile interista. Siamo una squadra che non conosce il razzismo. Almeno nelle scelte dei calciatori. Poi si fischia Ballottelli, l’unico italiano (insieme a Santon, è vero) della rosa. Mah. Non mi sembra, però una notizia planetaria, interessante se non per i pochi intimi (che non sono pochi, ma non rappresentano la totalità degli italiani) di tifosi interisti. Ed allora primeggiano alcune notizie utili per tutti i tempi e tutte le stagioni (dell’ Escort non parlo, ai miei tempi mai amate, ho sempre preferito l’Alfa 33) che però hanno un loro fascino. Ce le racconta il quotidiano la Repubblica in due servizi interessanti e che portano un po’ di freschezza in questa calura moscia di notizie afose e sdrucciole.
Barcellona è la terra promessa dei ragazzi italiani, ovvero la città dove è possibile sognare e il sorpasso della birra sul vino.
Barcellona è, per molti versi la mia città dei colori. Amo Mirò, Gaudì, Picasso, sono nato ad Alghero provincia Catalunya. Sono quindi felice per la scelta che molti italiani attuano nei confronti di un mondo decisamente a colori, decisamente felice, decisamente esagerato. Barcellona è la via della seta per chi conosce solo il cotone, è la rambla desolata dopo che sono passate le parole, è una paella oleosa ma forte nelle piccole osterie dentro il porto, a Barceloneta, il cuore della Barcelona catalana. Barcellona è una città da vedere, sentire dentro, una città dove ci sono Almodovar e i ramarri, la Spagna e i toreri,Picasso e le trigonometrie dei volti delle sue donne, la leggiadria degli occhi di chi osserva, alla fine della rambla il mare. Che poi, guarda caso, è quello nostro e guarda a noi. Alla Sardegna soprattutto. Ad Alghero. Barcellona per me e per gli algheresi è un po’ la chiusura del cerchio.
Sulla birra invece sono decisamente preoccupato. La bevo. Solo d’estate e non in grandi quantità. Dicono che abbia sorpassato, in Italia, il vino. La birra, si legge nell’articolo è leggera, gustosa, chic. Ed è bionda. Ho sempre preferito il vino. Rosso. Passionale. Forte. Denso. Come la mia terra. Come il sud. E come Barcellona. Perché se vogliamo trovare i colori giusti alla Catalogna questi sono il rosso rubino e il giallo dolce d’un vino secco. Perché il vino è Montalban, che dentro la sua Barcellona continua a navigare. Perché è gioia e disperazione e il vino è sempre serio: non ha schiuma da regalare.
Non c’erano grandi notizie da ricordare oggi sui quotidiani. Ma la lettura degli articoli su Barcellona e sulla birra mi hanno messo di buonumore.
E’ bello stasera un bicchiere di rosso. Confonde le idee e le rende più fluide. Come il blu infinito di Mirò.

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Asinara, il rumore del silenzio. 2001 -2008 - due edizioni - 1 edizione economica

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supercarcere Asinara. 2002 - 2005 - quattro edizioni - 1 edizione tascabile

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La zona grigia. Cronaca di un sequestro di persona avvenuto in Sardegna nel 1978. Uno sconcertante sequestro.

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Il libro più amato. Un delitto che accade a Roma lo stesso giorno dell'omicidio di Aldo Moro. E i ricordi cominciano a riffiorare. Un noir cupo dentro gli anni 70.

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