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Il privato è politico - 6 settembre 2009

Il privato è politico -  6 settembre 2009 - il sito di Giampaolo Cassitta

Ci Sarebbero molte cose da dire. E da scrivere.  E’ necessario, quindi, effettuare delle scelte. O parlare delle notizie di attualità, pubbliche (le sconcerie del   Boss) o di quelle private (scuola, disoccupazione, guerra). Mi è piaciuta, infatti, la battuta neppure tanto ironica  di Roberto Benigni che relega le cose serie in cose private e i fatti privati in pubbliche virtù. Perché questo è un paese all’incontrario dove si festeggia, ormai da tempo,  la non notizia, alla pari del “non compleanno” del mondo di Alice nel paese delle meraviglie. Ma io non sono Alice e le meraviglie, sinceramente, sono ormai cosa logora e relegata alle visioni oniriche di una fanciullezza ormai perduta.

Del boss non ne parliamo, anche perché è diventato lo sport nazionale e internazionale e rischierei di unirmi ad un coro ormai ben collaudato e che canta all'unisono il finale  della tragedia di quest’uomo ridicolo. (Ma ne siamo sicuri? Ecco, su questo ho dei dubbi ma se ho deciso di non parlarne, non ne parlo). E dei suoi servi? Ciò che stupisce, in questo paese, è la mancanza di uomini con la schiena dritta, di gente che possa non dico dissentire,ma perlomeno dire qualcosa contro il capo, magari simpatica, magari austera, magari inutile, ma dirla.

Il ritorno dal silenzio delle mie vacanze non ha portato niente di nuovo e allora dobbiamo rassegnarci a discutere di queste piccolezze oppure provare a fare un discorso serio, alla Roberto Benigni: lasciare il pubblico (lui e i servi) e pensare al privato: gli altri piccoli problemi che, secondo questo governo, non interessano a nessuno: scuola, lavoro, giovani, carceri, potere.

Ecco, direi di ripartire dal privato, da questo privato e riconiare una vecchia frase che andava di moda negli anni 70: il privato è politico. Bene, cominciamo a far politica, perché se ne ravvisa la fortissima necessità.

Castelsardo, 6 settembre 2009

Le trombe hanno suonato per noi.

Le trombe hanno suonato per noi. - il sito di Giampaolo Cassitta
E’ difficile riuscire a digerire una storia come questa. Ci piacerebbe, per pragmatismo, per accezione comune, per prassi, per amore delle cose che finiscono tutte bene,  che questa storia fosse diversa. Perché aveva le stigmate della storia maledetta ma non troppo, aveva in seno molta cattiveria ma legata sostanzialmente all’atto in sé e non, come invece è accaduto, ad una storia dove dobbiamo tutti provare a guardarci dentro. La cappella di Don Ettore è stata bruciata (almeno sembrerebbe e, da garantista, mantengo per coerenza  il dubbio giuridico sino alla condanna definitiva) da Giuseppe Mazza, educatore che lavorava in collina con Don Ettore da moltissimo tempo. Giuseppe è il presidente  volontario dell’associazione sarda contro l’emarginazione (A.S.C.E.) Dal 1984 al 1994 prima come ospite e poi come collaboratore ha lavorato con  Padre Salvatore Morittu nella comunità mondo x di Siligo. Ha lavorato anche presso la comunità Kalossene e presso la casa di cura del Beato Don Luigi Palazzolo sino ad approdare, nel 2001 alla Collina, da Don Cannavera. La biografia (tratta dal suo personale profilo su facebook) racconta di una storia a lieto fine, di un percorso travagliato (è stato ospite prima di diventare collaboratore da Padre Morittu) ma che raccoglie anni di dura lotta con se stessi. E’ difficile riuscire a digerire una storia come questa. Soprattutto è difficile raccontarla a chi, da sempre, a queste storie non ci crede e non ci ha mai creduto. Tanto, i delinquenti rimangono delinquenti, la rieducazione non esiste, il lupo, al massimo, si traveste da agnello, ma sempre lupo rimane. E’ difficile digerirla ma è altrettanto difficile, per me, provare ad analizzarla, senza le falci della retorica, dell’ovvio, del già analizzato, del sociologico semplice o complesso, di giudizi che non siano preconfezionati. Allora tento un percorso assolutamente laico che non tenga conto del perdono (che lascio ben volentieri a Don Ettore Canavera) e neppure del pietismo spicciolo che questa storia potrebbe regalare. Tento la strada della rappresentazione di un fatto che può essere anche qualcos’altro. Tento cioè la figura retorica dell’allegoria: provo ad imbastire un discorso che, oltre al suo significato letterale, presenta anche un significato più profondo, allusivo e nascosto. Un uomo non è solo ciò che fa o produce. Non è neppure un abisso imperscrutabile. Non possiamo però giocare soltanto con l’allegoria dell’uomo e del suo destino che è una nave che attraversa il mare in tempesta. Non possiamo cioè essere semplicistici. Giuseppe è una strada che abbiamo percorso, sono curve che conosciamo e che abbiamo tentato di addolcire. Giuseppe è una parola che non giunge mai completamente. E’ un eco che ci raggiunge anche lontano.  Giuseppe è anche la sconfitta. La sua e la nostra. Di Ettore, di Salvatore Morittu, di quelli che come me scommettono sugli uomini. Giuseppe è l’anafora della pedagogia degli adulti: sei un ragazzo su cui mi voglio fidare, sei un ragazzo su cui è difficile fidarsi. Sei tutto e il niente. Sei quello che vorremmo e non accade. Dunque qualcosa di indefinito e indefinibile. E allora?
Allora partiamo da un’altra prospettiva, perché nella vita, negli abissi che produciamo,  c’è sempre un modo altro  di vedere e analizzare le cose e Giuseppe, guarda caso, ci ha costretti a farlo. Ci ha voluto dire che quella cappella, per quanto forte, bella, intensa, figlia di parole che si incrociano, di fili apparentemente difficili da capire ma che  riescono a coesistere nella stessa matassa delle idee, quella cappella è la nostra maledetta contraddizione: è quello che Pasolini chiama scandalo, lo scandalo della contraddizione: quello dell’essere con te e contro di te; con te nel cuore in luce, contro te nelle buie viscere. (Le ceneri di Gramsci) Giuseppe è il nostro scandalo che si rivela ed è la nostra tiepida contraddizione: forse, ed è un forse che suona metallico, è la nostra delusione, il nostro fallimento. Ma è anche un momento di ritorno, perché solo la morte è un punto di non ritorno (in senso chiaramente laico) e sembra di vedere in Giuseppe (e in tutti noi) ancora Pasolini e il protagonista di Teorema: Io non riesco più a riconoscere me stesso perché quello che mi faceva uguale agli altri è distrutto.
Dunque la distruzione della collina è il passaggio fondamentale per ripartire e il fatto che sia stato Giuseppe, la nostra contraddizione,  è il modo migliore per riprovare. Partire dall’errore. Noi non siamo alberi forti che addomesticano  il vento.  Abbiamo sentito il rumore delle foglie e abbiamo osservato. Abbiamo deciso che il tappeto di foglie era il manto da cui ripartire. Son cadute tutte le foglie dall’albero. Tutte. E Giuseppe era nel mucchio. Non era solitario. Era nel mucchio. Con tutte le altre foglie.  Brutto mestiere scommettere sugli uomini. Bruttissimo. Ma è arido e senza emozioni chi decide di non farlo.
E’ difficile riuscire a digerire una storia come questa. Se non pensando a costruirne un’altra. Partendo proprio da questa: la cappella, icona stanca di troppa agiatezza intellettuale è stata distrutta perché potessimo confrontarci e Giuseppe, educatore, con la sua distruzione,  ci ha regalato un modo pedagogico di vedere le cose: non è facile costruire ed è  certamente più difficile ricostruire.
Ma molto più soddisfacente.
 
Cagliari, 20 agosto 2009.

Per chi suonano le trombe

Per chi suonano le trombe - il sito di Giampaolo Cassitta
Sono uno che conosce Don Ettore Cannavera e la sua collina. Lo conosco da anni perché ci accumuna il lavoro e quella voglia folle  di essere “plurali”. Come la sua cappella. Così poco  cattolica ma fortemente intrisa delle parole di Cristo, così poco ebrea ma densa di shalom e di pace, così poco musulmana ma con i segni forti di una religione antica.  E di icone russe, dell’ortodossia, di Budda e di segnali laici, delle lotte argentine, dei zapateros, dei silenzi che solo gli ultimi sanno riconoscere. Una cappella dove, ogni giovedì, chi vuole, può recarsi ad ascoltare parole che cospargono un silenzio immateriale di suoni che non sono omelie sontuose di religioni stanche, ma purezza per lo spirito laico che sovrasta tutti i partecipanti. Siano cattolici o musulmani o ebrei. O atei.
La notizia che la cappella è stata volutamente bruciata mi ha lasciato senza parole. E’ uno sfregio a tutte le anime e a tutti i colori dipinti dentro questo ventre di terra. Non è un attentato religione, semmai alle religioni. Ma non può essere tutto riportato ad un gesto legato solo a questo. Non è così. E’ un attentato a quello sguardo “plurale” che Ettore Cannavera, così come Salvatore Morittu, hanno lanciato dentro l’aridità antica delle nostra isola. E’ un messaggio che deve svegliare le coscienze, che deve far sentire squilli di tromba lontani, che deve far riflettere.
“Hanno distrutto i ricordi dei ragazzi”, ha detto Don Ettore quando l’ho precipitosamente raggiunto al telefono. Era in viaggio per una vacanza con i suoi ospiti, verso il mare. “Non solo”, ho aggiunto. “Hanno voluto ferire la memoria e il pensiero plurale di quelli che frequentavano la cappella ”.
Non sempre ci sono disegni  razionali in tutti i gesti che si compiono. A volte sono solo piccoli segnali. Può essere un grido di aiuto. Destinato a tutti quelli che quella cappella hanno frequentato e frequenteranno perché, ne sono certo, Ettore ricostruirà quello che il fuoco ha divorato. Eppure, quelle fiamme che storicamente sono purificatrici, che servono a bruciare le streghe, gli eretici, usate sempre da chi vive nel più bieco oscurantismo questa volta, soprattutto questa volta, sono state usate per  lanciare un segnale, magari inconsciamente e magari non volutamente. Quelle trombe, echi lontani, hanno suonato per tutti: cattolici e musulmani e buddisti e ortodossi e induisti  e ebrei e atei; hanno suonato per chi ascoltava e aveva la capacità di sentire  gli altri, quegl’altri che fanno parte del plurale della vita; hanno suonato perché il gesto di mischiare le parole e le storie e le religioni fa paura, perché affronta l’individualismo, l’integralismo, il deserto dell’egoismo; quelle trombe hanno suonato affinché qualcuno le sentisse. Non possiamo affermare che non abbiamo inteso. Che non abbiamo capito. Quelle trombe hanno suonato anche per noi e ci hanno raccontato che la vita ha senso di essere vissuta se la si guarda con sguardo plurale, se siamo capaci ad ammirarne i colori, se siamo bravi a non confondere gli uomini esclusivamente  con i loro credi, se siamo così forti da non aver paura degli sguardi di tutti. Anche di chi, con questo gesto, ha voluto ferirci.  Invito tutti a portare un ricordo dentro la nuova cappella. Un vostro ricordo rassoderà la memoria perduta  e ci riallaccerà alla vita. Lo chiedo anche a chi ha voluto incendiare quella cappella. Soprattutto a lui. Venga, ci aiuti a ridarle vita, partecipi alle serate del  giovedì di con le sue parole o i suoi silenzi. I gesti, se accompagnati da un ripensamento, non vanno condannati, ma compresi.  
Un abbraccio affettuosissimo a Don Ettore e ai suoi ragazzi, a tutti quelli che dentro quella cappella ci sono stati e ci saranno.
Ps: Chiederò agli Humaniora a portare le loro voci  i loro suoni  accompagnati dalle mie parole all’inaugurazione della nuova cappella.
Castelsardo, 8 agosto 2009
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I gesti che non hanno lacrime da consumare

I gesti che non hanno lacrime da consumare - il sito di Giampaolo Cassitta
Ha ucciso la moglie e i due figli per poi togliersi la vita. Un uomo da poco rimasto senza lavoro ha compiuto una vera e propria strage la scorsa notte a Gornate Olona, in provincia di Varese. Secondo una prima ricostruzione, Maurizio Delciero, ha ammazzato nel sonno la mogie 41enne Marta, e i due figli, Fabio di 9 e Mattia di 5 anni. Poi, forse rendendosi conto della gravità del suo gesto o già premeditato da prima, si è chiuso nella sua auto dopo aver collegato un tubo tra il tubo di scarico del motore e l'abitacolo. A far scattare la molla potrebbe essere stata la richiesta della donna di separazione giunta dopo il recentissimo licenziamento dalla ditta dove lavorava. Le indagini sono condotte dai carabinieri del Compagnia di Saronno.
7 Agosto 2009
 
Ho osservato con sincero disincanto l’ultimo telegiornale. Poche immagini riflesse dentro ai miei occhi. Pochi annunci da ricordare. Nessuno ha vinto i cento milioni di euro al superenalotto. Neppure io che ci avevo investito ben quattro euro. Che per me non sono pochi. Quattro litri di latte, sei chili e mezzo di pasta o un pacco di Marlboro.
Ho osservato con sincero dolore il mio vecchio televisore goffo e non ultrapiatto come quello dei miei amici che lo hanno acquistato a rate. Marta me lo rinfaccia spesso. E non solo il televisore. Ma anche i nitendo che Fabio e Mattia non hanno. E neppure le Nike che Fabio e Mattina non calzano. E neppure i cellulari che Fabio 9 anni ancora non possiede. Ma anche la macchina, la skoda grigio topo che abbiamo e che è troppo da operai e morti di fame e comunisti e stupidi e falliti. Questo dice Marta senza parlare.
Ho osservato con immenso  amore quei capelli che non conoscono il parrucchiere e rimangono pasticciati sul cuscino. Marta dorme. Mattia dorme, Fabio dorme. Non ci sono più le parole metalliche del televisore, non ci sono più rumori intorno al palazzo. Tutti in ferie. Tutti. Tranne me. Licenziato. Perché qualcosa nel mondo non ha funzionato. E’una questione di bottoni spinti troppo velocemente, ha detto il padrone. E noi siamo in mezzo a questi bottoni sbagliati. Marta non parla e ha deciso di tornare da sua madre. Si porta i bambini. E’meglio per tutti, mi ha detto stamattina. Meglio è una parola che non conosco da tempo.
Ho osservato con terribile amore quella vita che ansimava nel sonno e ho deciso di fermare le immagini di tutti.Di Marta, di Mattia e di Fabio. Troppi colori smorti dentro l a nostra strana vita.  Ho giocato quattro euro al super enalotto e li ho persi. Gli ultimi spiccioli di un’esistenza. C’è rimasta della benzina nella skoda sotto casa. Non serve a correre verso le vacanze. La userò per restare fermo. Vicino alla mia famiglia.
Ho osservato con atroce silenzio il bianco fosco  dei miei occhi. E non ho trovato acqua per le lacrime.
 
Castelsardo, 7 agosto 2009.

Un paese di nominati. A pagamento

Un paese di nominati. A pagamento - il sito di Giampaolo Cassitta

Il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto è indagato per ricettazione dalla procura di Pescara, in seguito alla pubblicazione del memoriale della ex moglie dell'esponente del Pdl e parlamentare Sabatino Aracu. Ne dà notizia l'Espresso sul numero di domani in edicola.
La donna non ha prove, ma afferma di ritenere sulla base di una serie di elementi che suo marito "abbia consegnato all'onorevole Cicchitto, anche per sostenere la propria candidatura, somme certamente non inferiori a 500 mila euro". Dice di avere saputo dallo stesso Aracu, "che quest'ultimo effettuava consegne di denaro nelle mani di Cicchitto per importi annui di almeno 500 mila euro. La cosa avveniva a Roma e la dazione consisteva in somme in contanti".
Con l'onorevole Cicchitto, aggiunge la Maurizio, "abbiamo trascorso una vacanza estiva in Sardegna. Il deputato di Fi, anche in mia presenza, assicurava a mio marito che gli avrebbe conservato l'incarico di coordinatore regionale del partito in considerazione delle attenzioni riservategli". Attenzioni che avrebbero trovato puntuale conferma nella vicenda riguardante la candidatura di Filippo Piccone. "Ricordo che mio marito", scrive la ex moglie di Aracu, "si fece dare da costui l'importo di 600 mila euro per ottenere la candidatura al Senato. Di tale somma 150 mila euro circa vennero consegnati all'onorevole Cicchitto. Il tutto mi è stato riferito da mio marito".

(Lettura dei quotidiani del 7 agosto 2009)
Il buon Cicchitto, il prode Cicchitto, il duro Cicchitto, il ciambellano di corte, colui il quale è specializzato, davanti a tutti i microfoni del TG1 a gironzolare sui termini e sui concetti riuscendo a non dire assolutamente nulla. Il falco Cicchitto è ora accusato di aver confezionato candidature ad hoc. L’accusa viene sempre da una donna (!) e l’amorevole Cicchitto assicurava il marito della signora che sarebbe rimasto coordinatore regionale del partito.
Sono un garantista per scelta e per coscienza e penso che l’Onorevole Cicchitto sia innocente sino a prova contraria ma, lasciatemelo  dire, questa è una storia dove l’odore è diverso da quello del lentisco, del mirto e del mio maestrale. Possibile che in questo paese di nominati (dal grande fratello al parlamento) tutto debba risolversi con la vecchia partita doppia del dare avere? Possibile che tutto sia a pagamento? Donne comprese?
E’ un paese che non ha più spazio per l’avventura perché ne ha lasciato troppo al bla bla dei cortigiani urlanti e servi.
L’Onorevole Cicchitto è sicuramente vittima di un complotto, ma spero, anzi me lo auguro di cuore, che sia condannato  almeno al  silenzio dei microfoni, se quello degli innocenti non è possibile. 

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Asinara, il rumore del silenzio. 2001 -2008 - due edizioni - 1 edizione economica

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supercarcere Asinara. 2002 - 2005 - quattro edizioni - 1 edizione tascabile

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La zona grigia. Cronaca di un sequestro di persona avvenuto in Sardegna nel 1978. Uno sconcertante sequestro.

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Il libro più amato. Un delitto che accade a Roma lo stesso giorno dell'omicidio di Aldo Moro. E i ricordi cominciano a riffiorare. Un noir cupo dentro gli anni 70.

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raccolta di racconti con prefazione di Giampaolo Cassitta

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l'ultimo cd degli humaniora - ponti non muri - included MARTA - testo di Giampaolo Cassitta - musica Gianfranco Strinna

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