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Un bel fatto

Un bel fatto - il sito di Giampaolo Cassitta

Poche notizie dentro i nostri telegiornali. Poche e inutili. Non voglio neppure analizzare il perché. Perché è banale e le banalità le ho sempre poco amate. Dunque occorre andare a leggere dentro i quotidiani e, anche qui, a dire il vero, le notizie latitano. Quelle vere, intendo. Da tre giorni è uscito  “Il fatto quotidiano” e,  posso dire,  di aver letto tutti i numeri. Non  è un giornale di news, per intenderci, è soprattutto un giornale di approfondimento. Nel senso che non insegue la notizia dell’ultimo minuto, piuttosto scarnifica e analizza  maniera non banale notizie che non compaiono da altre parti. E allora? Allora è importante che ci sia uno strumento che ci racconti quello che gli altri non dicono perché non possono o non vogliono dire. E, in ogni caso, è un nuovo quotidiano di opposizione. Che opposizione direte voi. Opposizione alle malefatte dei malfattori. Dei gaglioffi e dei prepotenti. Che, guarda caso, stanno dalla parte del partito della libertà. E per me, lasciatemelo dire, la libertà ha un valore immenso, visto che convivo quotidianamente con uomini che la libertà non  se la possono gestire.  Il fatto quotidiano è una bellissima  prova di  libertà. Perché regala ossigeno. Di quello puro.  Buona lettura a tutti.

 

Roma, Aeroporto di Fiumicino, 25 settembre 2009  in attesa di un volo Alitalia/Airone perennemente in ritardo per motivi tecnici…..

Farabutti, fannulloni, bang bang....

Farabutti, fannulloni, bang bang.... - il sito di Giampaolo Cassitta

Rimango ormai senza troppe parole da regalare davanti a questo modo assurdo di monologare da parte di alcuni che si ergono a cavalieri della tavola rotonda,  a fustigatori di tutti i mali di noi poveri italiani. Il risultato è, davvero, una pena immensa, un deserto abnorme di  assurdità.  Ho sempre sostenuto che essere uomini di Stato significasse (e significa) rappresentare lo Stato, essere lo Stato, incarnare i cittadini, il popolo e avere il senso dello Stato facesse parte di uomini che vivevano all’interno di una democrazia compiuta, che rispettassero le idee di tutti e che contrastassero  con accortezza, con veemenza, con orgoglio le proprie ma che riuscissero, perlomeno,   a far srotolare quelle degli altri. E sul concetto di “altri” uno Stato serio, democratico e adulto si dovrebbe confrontare. E i loro rappresentanti, di contrappunto, dovrebbero essere lo specchio di questa adulta democrazia dove il confronto significa, soprattutto,  affrontare con  e non, come sembra oggi  affrontare contro tutto e tutti.  Che poi è la vecchia storia del bambino imbranato che mai giocherebbe in nessuna squadra di calcio ma, ahinoi, il pallone è suo e tutti, quindi, accettiamo che lui faccia parte del gioco. Vecchia storia mai  superata e di questi tempi incerti difficilmente superabile.

Viviamo in anni oscuri e ci occupiamo delle frattaglie. Una volta, almeno, ci si scontrava, per esempio, per capire chi fosse Antilope Kobbler, chi tramasse dentro le fila della P2, cosa diavolo fosse il Piano Solo e perché le Brigate rosse avessero deciso di attaccare il “cuore dello Stato”. Sono un vecchio e becero idealista, questo si. Ma non sono un farabutto e neppure un “coglione” di berlusconiana memoria. Ora, dire che la sinistra elitaria e parassitaria prepara un colpo di stato e vada a morire ammazzata a me sembra un’iperbole e, detta da un Ministro della Repubblica come Renato Brunetta, un’uscita di cattivo gusto, una  cavalcata di parole assolutamente gratuita, fuori senso e fuori luogo. Non so che dire. Non ho mai amato un’agorà incessante e urlante, non ho mai amato l’immediatezza delle frasi ed è per questo, probabilmente che sono e sarò un pessimo politico. Da intellettuale però, dopo aver riflettuto, con sincera calma e assoluta tranquillità dico al Ministro Brunetta -  che, si ricordi, rappresenta anche la minoranza del Paese  e dunque anche gli “altri” - : Ma perché? Perché tutto questo livore contro il pensiero altro? Perché questa cattiveria contro gli “altri” in generale e la sinistra in particolare? Perché questa canea di giornalisti di destra che urlano titoli illeggibili sui loro quotidiani? Perché, come si dice dalle mie parti non torniamo a “Su connottu?”, al conosciuto, alla tranquillità dei discorsi. Perché dobbiamo sempre puntualizzare, incentivare l’odio, usare un linguaggio da caserma, da infoiati, perché dobbiamo pensare di essere sempre e perennemente dentro uno stadio, un’arena? Già, perché? E se la colpa fosse delle notizie? E della lettura? In questo mondo di plastica tutti parlano, tutti inviano feroci messaggi e nessuno scrive. Ministro Brunetta e tutti gli altri che dicono di rappresentare questo Stato: lasciate perdere gli SMS e ritornate alla lettura. Non è tempo di grida, peraltro sempre poco ascoltate da Manzoni in poi, è tempo di guardarsi negli occhi e non negli stinchi e chiedersi se tutto questo ha un senso. Non buttiamola sull’western, vi prego, altrimenti anche io, seppure poco incline alle urla e alle parolacce,  son costretto ad usare termini antichi e gioiosi ma completamente superati: “Gaglioffi, maramaldi e malviventi” che, come dire,  fanno da controcanto a “fannulloni, farabutti e coglioni  ma  rappresentano un mondo piuttosto impalpabile e irreale,  pieno di houch, crash  e bang bang. Questo mondo, il nostro presente, caro Ministro Brunetta è gonfio di disoccupati, inoccupati, extracomunitari che chiedono asilo, cassintegrati, giovani arrabbiati. Altro che fannulloni o sinistra elitaria e parassitaria. In questo nostro Paese  più che al colpo di stato tutti pensano ad  un altro colpo, quello di vincere al Superenalotto grazie e soprattutto alla vostra propaganda, quella di far credere che viviamo in un mondo bellissimo e colorato e chi dissente è, chiaramente, un farabutto.

 

Castelsardo, 20 settembre 2009

strane missioni di pace

strane missioni di pace - il sito di Giampaolo Cassitta

 

Quello che segue faceva parte di un lavoro mai concluso, sulla missione in Iraq, da parte del nostro contingente e soprattutto era legato alla strage di Nassirya del 12 novembre 2003. Poi quel lavoro è rimasto sospeso (come tante cose che finiscono nei cassetti dell’abbandono di chi scrive) e mi sembrava davvero superato dagli eventi.

Mi ero, come sempre, sbagliato. Quei ragazzi sono ricomparsi, con le loro storie e i loro quesiti e hanno bussato alla mia porta, chiedendomi di toglierli dal cassetto. Avevo deciso che queste storie, probabilmente non potevano trovare un posto nel mio nuovo progetto. Adesso nutro quasi la certezza che dovrò rivederle. Perché le storie hanno un loro stranissimo percorso. Si nascondono, si sovrappongono, si concludono. Ma non si dimenticano. E questa storia dei ragazzi di Kabul è molto simile a quella di Nassirya. Sono trascorsi sei anni e noi, siamo ancora qui a contare i morti di una missione di pace. Le storie non si dimenticano si diceva. Ma a volte non si capiscono. E la parola pace, dentro questa vicenda ha il rumore forte che produce il gessetto sulla lavagna. Stride.

 

Castelsardo, 19 settembre 2009

 

 

 

Giornata decisamente fiacca.

Senza sussulti.

I colori hanno un’anima diversa da queste parti.

Troppo forti.

Troppo densi.

Come dire. Troppo colorati.

I pensieri hanno invece rumori sottili che penetrano come la polvere del deserto.

Arrivano che non te ne accorgi neppure. Sono lamine ghiacciate che colpiscono e senti prima il freddo del dolore.

Il Maresciallo aveva pochi occhi per noi stamattina. Anche poche parole.

Noi avevamo deciso di non andare troppo per il sottile.

Poche parole per tutti.

“Siamo strumenti di pace, ricordatevelo sempre”. Così il maresciallo. Dice sempre queste frasi quando decide di non parlare.

Strumenti.

Di pace.

Margherita dice sempre che bisogna stare attenti alle parole, perché le parole hanno colori e suoni e contorni. Così dice quando mi guarda con gli occhi umidi che costruiscono pochi rumori, che sono dolci abbracci come quelle canzoni di Ramazzotti che ascoltiamo quando andiamo al mare dentro una brezza che solo in Sardegna si respira e la strada, anche con molte curve, corre senza troppi intoppi perché quella strada, almeno quella, la conosciamo e Margherita allora, solo allora accenna al fatto che quattro mesi sono tanti ed inutili.

Dice proprio così Margherita.

Inutili.

Se la sentisse il mio maresciallo. 

Siamo strumenti di pace, Margherita.

Dovrei dirglielo.

Ripeterglielo.

Senza troppi giri di parole.

Ma io so che poi lei mi risponderà, perché Margherita sembra nata per regalare risposte: siete solo strumenti.

Margherita dovresti conoscerlo il mio maresciallo. Non mi sono piaciuti mai i soldati. Anche io sono un soldato. I soldati veri intendo. Che significa? Sono un falso soldato io? Quattro mesi sono troppi e inutili. Passeranno. Tutto passa. Il maresciallo dice che è il prezzo che dobbiamo pagare. Nessuno ha chiesto niente al tuo maresciallo. Lui ha fatto il Kosovo. Nel senso che l’ha creato? Nel senso che c’è stato. Io sono stata in Spagna. Non è la stessa cosa.  Per te non è mai la stessa cosa. Quattro mesi sono pochi e non sono solo. In guerra si è sempre soli. Noi siamo un gruppo. Si muore in guerra. Lo so. Stai attento. Penserò a te.

Il mare, quello che si colora come crede e quando vuole, quel mare dolce e cattivo, che regala spruzzi e odore e dolci capelli che si muovono e la gonna soffice di Margherita che si perde dentro quell’azzurro e i baci che ci rendono tutti più salati.

Solo giallo polvere. In Iraq non c’è nessun ricordo del mio mare.

Giallo polvere.

Passa dentro le orecchie il vecchio pezzo di Ramazzotti. Sentirlo in branda porta l’odore del mare dentro. E di Margherita.

 

Marco ha ricevuto posta. Non ha parlato. Neppure sorriso. Ha ricevuto una cartolina molto colorata. Io telefono soltanto. Ho scritto sempre poco e sempre per me stesso. Ho paura delle parole. Mi imbarazzano.  Marco ascolta sempre in silenzio qualsiasi rumore e non ha mai sorriso al Maresciallo e nemmeno al caporale e nemmeno ai bambini iracheni e nemmeno agli americani.

Marco non sorride. Conta i giorni. Con molta inquietudine. Li conta a voce alta. Dice sempre che per lui non è una missione. Sono soldi.

Abbasso sempre gli occhi quando parla di soldi. Non è vergogna. Penso che Marco abbia solo paura. Dovrebbe telefonare alla sua donna. Dice che vive a Venezia, anzi a Mestre, perché a Venezia ci vivono i ricchi e le persone tristi. Io ascolto sempre con attenzione quando Marco parla di Venezia. Dico sempre che se Margherita è d’accordo lo vado a trovare quando la missione è finita. Marco non risponde. Dice che Venezia è in agonia, che gli unici colori della città sono i foulard dei giapponesi. Io sorrido e immagino Venezia gonfia di giapponesi dentro i ponti, le gondole e Piazza S. Marco e i piccioni. Anche loro con i foulard colorati. Rossi e gialli e verdi e blu.

Lui vive a Mestre. Che, a come la racconta,  è molto più brutta di Venezia. Anzi,  aggiunge che Mestre è molto più brutta di qualsiasi città che io immagino. Io dico che non ho troppe città da immaginare. Che in Sardegna abbiamo Cagliari e Sassari ma Sassari è più piccola. Marco mi dice che sono fortunato perché vivo dentro i colori. Mi piace questa cosa dei colori. Anche a Margherita è sempre piaciuta.

Ha una casa nuova. Non troppo grande. Il mutuo. La compagna lavora  a tempo. In un call-center. Odia i telefoni. Perché ci lavora tutto il giorno. Ecco perché scrive. Ecco perché manda sempre cartoline colorate. Quattro mesi sono soldi.

Questo dice Marco.

Soldi.

Che detto così suona blasfemo.

 

E’ una missione.

Di pace.

  

Marco non risponde.

 

©by Giampaolo Cassitta and Agenzia Kalama -2003/2009


Un albergo senza uscita

Un albergo senza uscita - il sito di Giampaolo Cassitta

Buonasera signori. Io sono il portiere dell’albergo. Lo so, un albergo strano, diverso dal solito. Io ho le chiavi per farvi entrare ma non quelle per farvi uscire. Insomma, la vostra dipartita non dipende da me. E neppure dal buon Dio. Diciamo che ci sono molti fattori. Io ho le chiavi di molte camere. Che, se fosse un albergo normale, sarebbero ben definite: il numero 100 corrisponde al primo piano , il 200 al secondo e così via. Ma da queste parti la numerazione è, come dire, più creativa: noi i corridoi del nostro albergo li chiamiamo braccia o lati: braccio destro, braccio sinistro, lato destro, lato sinistro, oppure sezioni  o padiglioni o braccetti o tanti altri strani nomi. A volte anche esotici o di città o di venti. Insomma io ho le chiavi di molte stanze e di molti alberghi  dove entrano molte persone sempre accompagnate da qualcuno, mai da sole. Perché di fatto nei nostri alberghi non si prenota. Mai. Dicono porti male. Ma c’è una cosa stranissima, che non accade  in nessun altro albergo del mondo: da noi un posto per il cliente lo troviamo sempre.  Mica possiamo mandarlo via o da un’altra parte. Mai. Noi usiamo, come dire, far dividere la stanza con qualcun altro, tanto a che serve una stanza d’albergo?

Io sono uno strano portiere. Ho le chiavi. Grandi chiavi. Che non consegno mai ai nostri clienti. Direte: avranno il badge che inseriscono nella fessurina  fuori della camera. No, neppure quello. I nostri clienti entrano perché li accompagniamo noi e chiudiamo dolcemente. Più o meno.  Il gioco sottile è che i nostri clienti non hanno le chiavi soprattutto per uscire. E non possono scegliersi le persone che dormono nella loro stanza. Tutto è lasciato un po’ al caso, alla necessità, alla creatività.

Io sono il portiere dell’albergo. Di un albergo chiamato carcere. L’unico albergo che non va in overbooking, Tutto è prenotabile, per tutti c’è posto. Siamo disposti a tutto e non facciamo neppure tanta pubblicità.

Io sono il portiere di questo strano albergo, dove non consono i clienti che arrivano e li devo sempre identificare.  Loro vorrebbero non entrare ma io non posso farli uscire anche se dentro l’albergo  non c’è più posto e poi, lo ripeto sempre, ma perché siete venuti da queste parti, che non c’è proprio niente da vedere?

Io sono il portiere dell’albergo. Ma le prenotazioni non le gestisco io. Sono l’unico portiere al mondo che non ha le chiavi dietro il banco. Ne basta una per piano o sezione o braccio. Sono anche l’unico portiere che non risponde al telefono. Perché nel nostro albergo i telefoni non ci sono. Sono anche un portiere che osserva in silenzio e, se per caso, dovesse entrare una coppia siatene certi: nel nostro albergo non dormiranno mai insieme. E’ una delle nostre piccole e forti certezze. I maschietti con i maschietti, le femminucce con le femminucce. Niente party o incontri galanti.

Io sono il portiere dell’albergo. Aspetto un nuovo giorno. Un giorno dove nessun cliente si affacci alla nostra porta. So che non accadrà. E, in silenzio comunque spero che il mio albergo possa un giorno fallire e io essere licenziato. Bello no? Andrei in Australia, portiere di un albergo a ore…..

 

Cagliari, 10 settembre 2009

La campanella del precario non suona più - 7 settembre 2009

La campanella del precario non suona più - 7 settembre   2009 - il sito di Giampaolo Cassitta

Le strade scorrono lente. Non ci sono rumori che sopraggiungono. Cammina con occhi socchiusi, distratti a contare le mattonelle di un marciapiede consunto. Ci era passata da piccola, con la mamma che le aveva appena acquistato lo zainetto per la scuola. Prima elementare. E lei, con le treccine perfette e il grembiule decisamente troppo bianco – da primo giorno di scuola – e la mano che teneva stretta quella più forte di una madre dolcemente agitata, si apprestava a varcare la soglia di un edificio forse troppo severo per dei bambini con in tasca pillole di allegria e leggiadra speranza.  Era il suo primo giorno di scuola, di una campanella che suonava e che sarebbe suonata per giorni e per anni, di una bidella paciosa e forte con un grembiule nero o di un bidello rude e smilzo che mangiava sempre una mela rossa, a qualsiasi ora della giornata, e di un’altra che le ricordava gli occhi  di sua madre e un’altra ancora che lavorava a maglia con un tavolino verde davanti. E la maestra, allora unica, allora forte, allora degna di essere una madre a volte meno apprensiva, a volte troppo vecchia o troppo giovane, perché supplente, una parola nuova, diversa da precaria che sarebbe stata coniata negli anni successivi. E i suoi compagni, pantaloni corti e mani in saccoccia e fiocchi azzurri sempre mal rifatti e fiocchi rosa sempre in ordine per le ragazzine e i giochi inutili e favolosi di quando si hanno sei anni che sembrano tanti visti con gli occhi dei bambini e sono davvero pochi per i nonni che accompagnano con solerte impegno i loro nipotini.

E la campanella arrivava sino alle scuole medie e lei, al posto delle treccine portava capelli sciolti, al vento, come si usavano tra le adolescenti e i primi sguardi a quei ragazzi che non portavano più i pantaloni corti e i primi baci da immaginare e poi, magari, da costruire dietro un androne della scuola, in palestra, ad una festa ad abbracciarsi ascoltando “Questo piccolo grande amore”.

E la campanella, più forte e densa alle superiori e i bidelli con gli occhi stanchi e molta meno pazienza di quel primo giorno alle elementari. E i suoi capelli meno docili e più adulti, come il suo seno e il suo sorriso . E  la sua mamma che scompariva perché i baci erano più intensi e duraturi.

E la campanella dell’università, che non aveva suoni e non c’era nessun bidello ad azionarla e non c’erano gli stessi umori di qualcosa che ormai era andato. Si diventava grandi e l’accompagnava un Eskimo innocente, un’ideologia forte che voleva un mondo migliore, diverso, più colorato.

E la campanella che suonava per il suo primo nuovo giorno ad attendere gli studenti in piedi, su una cattedra che aveva sempre visto da una prospettiva essenzialmente diversa: quella di chi ascolta. E le prime lezioni e vedrai che arriverà un concorso e i primi duraturi impegni, magari potrebbe mettere famiglia, avere un figlio da accompagnare a scuola e la campanella e il rumore di una sveglia e i concorsi che non arrivano, che non ci sono,  e i supplenti che hanno cambiato nome: precari, come questo tetro cielo che non risplende sul suo orizzonte, come quei discorsi che non riesce più a sostenere con il marito e con la figlia.

Le strade scorrono lente. Non ci sono rumori che sopraggiungono. Cammina con occhi socchiusi, distratti a contare le mattonelle di un marciapiede consunto. Ci era passata da piccola, con la mamma che le aveva appena acquistato lo zainetto per la scuola.

La campanella ha deciso di non suonare per lei. Non è neppure più precaria che, in questo paese sgomento e rassegnato, essere precari era già qualcosa.  Luisa è disoccupata. Niente campanelle, niente gradini di scuola, niente bidelli, niente diari e quadernoni e lezioni da raccontare. Niente.  

Luisa non ha futuro dentro questo paese oscuro dove tutto si consuma velocemente, al ritmo della televisione o di uno scatto per un istant book. Luisa leggeva libri e non sapeva che nei libri era meglio metterci la faccia. Meglio, il proprio corpo.  La campanella avrebbe continuato a suonare, magari  non quella   della scuola.  Ma quella di un Parlamento forse si.

 Le strade scorrono lente. Non ci sono rumori che sopraggiungono. Luisa si guarda intorno e decide, per la prima volta in vita sua di fare qualcosa di eclatante. Sputa per terra, a questa vita, alle promesse mai mantenute, ad un sindacato che non ascolta, ad una vita che si è scucita,  a quella velocità del far carriera a tutti i costi. Sputa per terra,  ma si guarda intorno. Luisa è troppo educata per farlo davanti agli altri. A tutti quelli che hanno sputato sulla cultura. E hanno confezionato questo strano paese  che non ha più la forza di reagire. E di capire.

A tutte le Luise e gli Antonio e Marta e Francesco, precari e nuovi disoccupati  che sono migliaia e che non hanno troppe prospettive davanti ai loro occhi.  Perché loro, per questo governo, purtroppo, non esistono. Cancellati. In un attimo, come Luisa quando puliva con una grigia cimosa la sua lavagna per ripartire con una nuova lezione. Che per lei e per quelli come lei quest’anno  non ci sarà .

 

Cagliari, 7 settembre 2009

libri pubblicati

<h4><span>libri pubblicati</span></h4> - il sito di Giampaolo Cassitta

Asinara, il rumore del silenzio. 2001 -2008 - due edizioni - 1 edizione economica

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supercarcere Asinara. 2002 - 2005 - quattro edizioni - 1 edizione tascabile

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La zona grigia. Cronaca di un sequestro di persona avvenuto in Sardegna nel 1978. Uno sconcertante sequestro.

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Il libro più amato. Un delitto che accade a Roma lo stesso giorno dell'omicidio di Aldo Moro. E i ricordi cominciano a riffiorare. Un noir cupo dentro gli anni 70.

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raccolta di racconti con prefazione di Giampaolo Cassitta

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l'ultimo cd degli humaniora - ponti non muri - included MARTA - testo di Giampaolo Cassitta - musica Gianfranco Strinna

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