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Perchè non voto alle primarie del PD

Perchè non voto alle primarie del PD - il sito di Giampaolo Cassitta
Qualcuno mi chiede se domenica andrò a votare perle primarie e, soprattutto, per chi voterò. La prima domanda è lecita, posto che per una volta non sono stato lettore del PD (alle ultime elezioni, da candidato all’Italia dei Valori ho votato per il mio caro amico Patrizio Rovelli) ma per anni ho sempre votato da quelle parti (ammetto che il mio primissimo voto, nel lontano 1977 fu per i Radicali di Marco Pannella) passando da Democrazia Proletaria al Partito Comunista Italiano, Pds, Ds e anche un voto per Rifondazione. Insomma, potrei votare  se qualcuno non me lo vieta (rammento che le regole del gioco sono legate ad affermare di essere un elettore PD e io, finora, PD non l’ho mai votato) e altrimenti pazienza, non sarà certamente il mio voto a determinare il futuro di un partito che vedo piuttosto complicato e, senza mezzi termini in questo momento   non è il mio partito. Non mi rappresenta. E per spiegare il perché di questa “non rappresentanza attuale” devo necessariamente affrontare la seconda domanda: per chi voterei. Sicuramente non per Fransceschini per una serie di motivazioni variegate,  ma che si condensano su un aggettivo per me lapalissiano: troppo democristiano. Ignazio Marino potrebbe essere quello che una volta poteva rappresentare l’area migliorista del PCI, ma non è riuscito ad entusiasmarmi anche se, devo ammettere,  mi piace il suo impegno verso l’etica e la questione morale. Rimane Pierluigi Bersani che  mi è piaciuto, a pelle, fin da quando era presidente della Regione Emilia Romagna e non era famosissimo nel circuito nazionale. Un vero organizzatore e, probabilmente, un vecchio comunista. Nel senso generale del termine. Quindi?  Mi sa che per me, passato da un voto antico per i radicali (ero, in quel periodo, in aperto contrasto con la sezione del PCI di Alghero ….) a Democrazia Proletaria e infine approdato, per colpa di Enrico Berlinguer al PCI che, dentro questo PD non c’è posto. Non so, mi è sempre piaciuto mischiare i colori, ma solo nella pittura: in politica per me, il rosso è rosso e il nero è nero. Senza mezzi termini.
Morale: mettiamola in questo modo: Non andrò a votare perché non sono un elettore organico del PD. Sono sempre stato un po’ troppo a sinistra e un po’ troppo creativo per un partito troppo serio, troppo buono, troppo disponibile, troppo sbiadito e poco disposto a rifondarsi per davvero. Capisco i “chissenefrega” di tutti ma, come dire, ci tenevo a dire che, dopo queste piccole considerazioni, non andrò a votare per le primarie. Rimango fedele ad una mia idea della politica che, è condensata negli articoli  da me scritti durante la mia avventura di "candidato" e che si trovano tutti nell’archivio di questo sito: http://www.giampaolocassitta.it/1/archivio_elezioni_2009_600445.html 
Per il resto buon voto a tutti.

Cagliari, 21 ottobre 2009
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Dove eravamo rimasti? (dedicato a Enzo Tortora) - 13 ottobre 2009

Dove eravamo rimasti? (dedicato a Enzo Tortora) - 13 ottobre 2009 - il sito di Giampaolo Cassitta
Dunque, dove eravamo rimasti?
Era il 20 febbraio del 1987 quando Enzo Tortora, dopo altalenanti vicende giudiziarie in un processo definito “sommario” veniva prima condannato e successivamente assolto dall’accusa di essere un camorrista. Era il 20 febbraio 1987 e lui, con il suo aplomb inglese di sempre ricominciò il suo “Portobello”. Ma era invecchiato e visibilmente provato ed era, questo lo sapevo perché me lo aveva raccontato lui, molto incazzato. Quel giorno, quel famoso giorno del ritorno disse che lui era lì, in televisione per “per parlare per conto di quelli che parlare non possono, e sono molti, e sono troppi; sarò qui, resterò qui, anche per loro.”
Morì il 18 maggio del 1988 a Milano, a seguito di un tumore polmonare un tumore che molti hanno ritenuto di origine psicologica dovuto, probabilmente all’ingiusta detenzione.
Enzo Tortora lo conobbi un giorno di Maggio del 1985, all’Asinara, quando, a sorpresa, annunciò la sua visita come europarlamentare. Voleva rendersi conto di cosa fosse  la Cajenna e voleva vedere Raffaele Cutolo. Ricordo di lui, essenzialmente due cose: il suo bel parlare e la voglia di dimostrare la sua innocenza e il fatto che fosse strettamente vegetariano e questo comportò un cambio di programma in quanto al detenuto della foresteria era stato ordinato di cucinare bene il “porcetto sardo” per un ospite comunque illustre. Sorrise e chiese dei pomodori che il detenuto si affrettò a portare. Beveva solo acqua e mi regalò, dedicandomelo, il suo libro. Risposi che l’avrei letto e tenuto nella biblioteca dei detenuti. Sorrise e ammise che quello era un bel gesto. Parlammo a lungo della situazione detentiva in Italia, della custodia preventiva, della necessità di modificare il processo (che cambiò solo dopo la morte di Tortora) e sulla possibilità di dover cercare, a tutti i costi la verità. Ma mai, in nessun momento provò a pensare di volersi sottrarre al processo. “Se mi condannano,” affermò sul tavolo della foresteria nuova all’Asinara, “accetterò la sentenza seppure ingiusta. Macosa posso fare? Posso solo professare la mia innocenza”.
Il 17 settembre 1985, qualche mese dopo il nostro incontro Enzo Tortora fu condannato a dieci anni di carcere, a seguito di accuse – mai provate – di alcuni pentiti. Il 31 dicembre 1985 Enzo Tortora si dimise  da europarlamentare, rinunciando all’immunità e restando agli arresti domiciliari in casa. Il 15 settembre 1986 Tortora venne assolto con formula ampia, per non aver commesso il fatto. Senza nessuna prescrizione, nessuno scudo e nessun lodo. Solo difendendosi dentro il processo.
Ci incontrammo una sera ad Alghero, dopo che tutto era finito, in un ristorante con alcuni amici a festeggiare la sua “libertà”. In quell’occasione mi disse che era arrabbiato ma non tanto con i giudici quanto con chi aveva architettato questa strana e maledetta storia. Ma su una cosa continuò ad essere chiaro e lo disse in maniera risoluta: “Dobbiamo difenderci dalle false accuse e dobbiamo ricercare la verità, ma non dobbiamo avere paura di chi giudica, solo di chi nasconde le prove e compra verità per accusare gli altri.” E congedandosi, quella sera ad Alghero mi chiese se il suo libro fosse ancora in biblioteca all’Asinara e si informò di Cutolo. Lo rassicurai sul libro e dissi che Cutolo ormai non c’era più. “Cambiano molte cose”, disse sorridendo “ma tu non cambiare. Aiuta a comprendere la giustizia anche a chi è colpevole. Perché è difficile digerire la galera”. Furono, per me, le sue ultime parole. Non lo vidi, se non in televisione quella sera del suo rientro. Il giorno della sua morte mi sentii sicuramente più solo.
Dunque, dove eravamo rimasti?
Potrebbe essere questo un buon pezzo per incominciare ma, mi rendo conto,  che stiamo dentro ad un’altra storia. Ho voluto parlare di Tortora che è stato  considerato, a ragione, perseguitato da una giustizia inquisitoria, per poter dire che è difficile credere alla giustizia, ai giudici, alle prove, ai testimoni, alle diverse verità che si raccontano dentro le aule dei processi. Ma non si può, nella maniera più assoluta sottrarsi dalla giustizia che ci siamo scelti.  
Dunque, dove eravamo rimasti?
Molto lontano dall’oggi. Ho combattuto il vecchio processo, quello che ha condannato, sbagliando, Tortora e quello che ha condannato, sempre sbagliando, Mallocci ed altri detenuti dell’anonima sequestri del Giudice Lombardini, così come ho scritto nel mio libro “la zona grigia”, ma ho ben appreso che il nuovo processo aveva molte garanzie per l’imputato. L’ho appreso anche dai racconti dei detenuti che dentro i processi ci vivono. Ma non posso credere che pur di non essere condannati ci si inventino delle leggi “ad personam”. E’ un affronto per chi la galera la vive tutti i giorni e per chi dalla galera, come Tortora,  ha combattuto per dimostrare la sua innocenza. E c’è riuscito.
Molti non conoscono la storia di Enzo. Questo grappolo di piccoli ricordi è dedicato a lui e alla giustizia. Quella senza prescrizioni e senza lodi. Quella difficile e terrena giustizia che occorre, a volte con difficoltà, comunque difendere e cambiarla affinché  sia più equa e più giusta. Quella giustizia che persegue un solo concetto: che deve essere uguale per tutti.
 
Cagliari, 13 ottobre 2009.

Battere e levare per colorare il grigio

Battere e levare per colorare il grigio - il sito di Giampaolo Cassitta
Battere e levare per colorare il grigio.
 
Chissà perché, leggendo la lettera di Luigi De Magistris,  ho pensato a me stesso. Probabilmente perché anche io, in molte occasioni ho rivolto – metaforicamente - appelli di questo genere che ho chiamato, per prudenza e per mestizia, riflesso di me allo specchio, autoritratto di un lavoratore depresso, analisi di una storia difficile, anamnesi di un mestiere complesso. Perché chi lavora con gli uomini e per gli uomini non gode della bellezza e della perfezione dei numeri. Ma ha la possibilità di poter mettere a fuoco certi passaggi della propria carriera o del proprio lavoro che gli permette, seppure sommariamente, di essere in pace con se stesso. Almeno per un attimo. Ho sentito un rumore sordo dentro il cuore mentre leggevo la lunga lettera aperta al presidente della Repubblica: erano battiti che conoscevo bene ed erano in perfetta sintonia con le parole che leggevo con calma apparente. Anche io ho scelto in maniera forte il mestiere che faccio, perché amavo occuparmi di uomini, ero davvero curioso di poter “capire” un universo difficile e triste come il carcere, con la segreta speranza di poter, seppure imprevedibilmente, intaccare quella crosta delle cose dette, fatte, ripetute nel tempo. Volevo, con la mia creatività,  creare un piccolo mondo a colori in un luogo dove il grigio è l’unica possibilità certificata. E mantengo la stessa rabbia, la stessa tensione attiva di molti anni fa, quando non capivo perché accadevano cose a me, in quel momento incomprensibili. Con gli anni ho cominciato a capire e ho provato a raccontare il mondo che mi ero scelto. In qualche modo usando la scrittura, decidevo di modificare quello che i meccanismi, il potere, il gioco sottile e subdolo dei poteri forti non faranno mai modificare. Ho letto e ripropongo sul mio blog la lettera di Luigi De Magistris con la consapevolezza pasoliniana che non è possibile vivere dentro un marciume prestabilito: da qualche parte si deve poter cambiare. Spero che De Magistris lo faccia con la politica. Io, continuerò a colorare il mondo con le parole. Che non è poco. Almeno credo. E, ho ancora la forza intellettuale – e la presunzione – di poter continuare il mio lavoro. Non è una critica (De Magistris non me ne voglia) ma ho sempre pensato che è bello vivere in officina a sentire il rumore del motore e l’odore del grasso. Anche se oggi son passato a disegnare le scocche posso contribuire a migliorare l’abitacolo e lo stile di guida.
Cagliari, 1/10/2009
 
Tratto da “Il fatto quotidiano” 01/10/2009
De Magistris: “Punito perchè ho fatto solo il mio dovere”.

Al Sig. Presidente della Repubblica
Piazza del Quirinale ROMA

Signor Presidente, scrivo questa lettera a Lei soprattutto nella Sua qualità di Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura. E’ una lettera che non avrei mai voluto scrivere. E’ uno scritto che evidenzia quanto sia grave e serio lo stato di salute della democrazia nella nostra amata Italia.

E’ una lettera con la quale Le comunico, formalmente, le mie dimissioni dall’Ordine Giudiziario.

Lei non può nemmeno lontanamente immaginare quanto dolorosa sia per me tale decisione. Sebbene l’Italia sia una Repubblica fondata sul lavoro – come recita l’art. 1 della Costituzione – non sono molti quelli che possono fare il lavoro che hanno sognato; tanti il lavoro non lo hanno, molti sono precari, altri hanno dovuto piegare la schiena al potente di turno per ottenere un posto per vivere, altri vengono licenziati come scarti sociali, tanti altri ancora sono cassintegrati. Ebbene, io ho avuto la fortuna di fare il magistrato, il mestiere che avevo sognato fin dal momento in cui mi iscrissi alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università “Federico II” di Napoli, luogo storico della cultura giuridica. La magistratura ce l’ho nel mio sangue, provengo da quattro generazioni di magistrati. Ho respirato l’aria di questo nobile e difficile mestiere sin da bambino. Uno dei giorni più belli della mia vita è stato quando ho superato il concorso per diventare uditore giudiziario. Una gioia immensa che mai avrei potuto immaginare destinata a un epilogo così buio. E’ cominciata con passione, idealità, entusiasmo, ma anche con umiltà ed equilibrio, la missione della mia vita professionale, come in modo spregiativo la definì il rappresentante della Procura Generale della Cassazione durante quel simulacro di processo disciplinare che fu imbastito nei miei confronti davanti al Csm. Per me, esercitare le funzioni giudiziarie in ossequio alla Costituzione Repubblicana significava tentare di dare una risposta concreta alla richiesta di giustizia che sale dai cittadini in nome dei quali la Giustizia viene amministrata. Quei cittadini che – contrariamente a quanto reputa la casta politica e dei poteri forti – sono tutti uguali davanti alla legge. Del resto Lei, signor Presidente, che è il custode della Costituzione, ben conosce tali inviolabili principi costituzionali e mi perdoni, pertanto, se li ricordo a me stesso.

I modelli ai quali mi sono ispirato sin dall’ingresso in magistratura – oltre a mio padre, il cui esempio è scolpito per sempre nel mio cuore e nella mia mente – sono stati magistrati quali Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ed è nella loro memoria che ho deciso di sventolare anch’io l’agenda rossa di Borsellino, portata in piazza con immensa dignità dal fratello Salvatore. Ho sempre pensato che chi ha il privilegio di poter fare quello che sogna nella vita debba dare il massimo per il bene pubblico e l’interesse collettivo, anche a costo della vita. Per questo decisi di assumere le funzioni di Pubblico Ministero in una sede di trincea, di prima linea nel contrasto al crimine organizzato: la Calabria. Una terra da cui, in genere, i magistrati forestieri scappano dopo aver svolto il periodo previsto dalla legge e dove invece avevo deciso (ingenuamente) di restare.

Ho dedicato a questo lavoro gli anni migliori della mia vita, dai 25 ai 40, lavorando mai meno di dodici ore al giorno, spesso anche di notte, di domenica, le ferie un lusso al quale dover spesso rinunciare. Sacrifici enormi, personali e familiari, ma nessun rimpianto: rifarei tutto, con le stesse energie e il medesimo entusiasmo.

In questi anni difficili, ma entusiasmanti, in quanto numerosi sono stati i risultati raggiunti, ho avuto al mio fianco diversi colleghi magistrati, significativi settori della polizia giudiziaria, un gruppo di validi collaboratori. Ho cercato sempre di fare un lavoro di squadra, di operare in pool. Parallelamente al consolidarsi dell’azione investigativa svolta, però, si rafforzavano le attività di ostacolo che puntavano al mio isolamento, alla de-legittimazione del mio lavoro, alle più disparate strumentalizzazioni. Intimidazioni, pressioni, minacce, ostacoli, interferenze. Attività che, talvolta, provenivano dall’esterno delle Istituzioni, ma il più delle volte dall’interno: dalla politica, dai poteri forti, dalla stessa magistratura. Signor Presidente, a Lei non sfuggirà, quale Presidente del CSM, che l’indipendenza della magistratura può essere minata non solo dall’esterno dell’ordine giudiziario, ma anche dall’interno: ostacoli nel lavoro quotidiano da parte di dirigenti e colleghi , revoche e avocazioni illegali, tecniche per impedire un celere ed efficace svolgimento delle inchieste.

Ho condotto indagini nei settori più disparati, ma solo quando mi occupavo di reati contro la Pubblica amministrazione diventavo un cattivo magistrato.

Posso dire con orgoglio che il mio lavoro a Catanzaro procedeva in modo assolutamente proficuo in tutte le direzioni, come impone il precetto costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale, corollario del principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. La polizia giudiziaria lavorava con sacrifici enormi, perché percepiva che risultati straordinari venivano raggiunti. Le persone informate dei fatti testimoniavano e offrivano il loro contributo. Lo Stato c’era ed era visibile, in un territorio martoriato dal malaffare. Le inchieste venivano portate avanti tutte, senza insabbiamenti di quelle contro i poteri forti (come invece troppe volte accade). Questo modo di lavorare, il popolo calabrese – piaccia o non piaccia al sistema castale – lo ha capito, mostrandoci sostegno e solidarietà. Non è poco, signor Presidente, in una Regione in cui opera una delle organizzazioni mafiose più potenti del mondo. E che lo Stato stesse funzionando lo ha compreso bene anche la criminalità organizzata. Tant’è vero che si sono subito affinate nuove tecniche di neutralizzazione dei servitori dello Stato che si ostinano ad applicare la Costituzione Repubblicana. Non so se Ella, Signor Presidente, condivide la mia analisi. Ma a me pare che - dopo la stagione delle stragi di mafia culminate nel 1992 con gli attentati di Capaci e di via D’Amelio e dopo la strategia della tensione delle bombe a grappolo in punti nevralgici del Paese nel 1993 - le mafie hanno preso a istituzionalizzarsi. Hanno deciso di penetrare diffusamente nella cosa pubblica, nell’economia, nella finanza. Sono divenute il cancro della nostra democrazia. Controllano una parte significativa del prodotto interno lordo del nostro paese, hanno loro rappresentanti nella politica e nelle Istituzioni a tutti i livelli, nazionali e territoriali. Nemmeno la magistratura e le forze dell’ordine sono rimaste impermeabili. Si è creata un’autentica emergenza democratica, da sconfiggere in Italia e in Europa.

Gli ostacoli più micidiali all’attività dei servitori dello Stato sono i mafiosi di Stato: quelli che indossano abiti istituzionali, ma piegano le loro funzioni a interessi personali, di gruppi, di comitati d’affari, di centri di potere occulto. Non mi dilungo oltre, perché credo che al Presidente della Repubblica tutto questo dovrebbe essere noto.

Ebbene oggi, Signor Presidente, non è più necessario uccidere i servitori dello Stato: si creerebbero nuovi martiri; magari, ai funerali di Stato, il popolo prenderebbe di nuovo a calci e sputi i simulacri del regime; l’Europa ci metterebbe sotto tutela. Non vale la pena rischiare, anzi non serve. Si può raggiungere lo stesso risultato con modalità diverse: al posto della violenza fisica si utilizza quella morale, la violenza della carta da bollo, l’uso illegale del diritto o il diritto illegittimo, le campagne diffamatorie della propaganda di regime, si scelga la formula che più piace.

Che ci vuole del resto, signor Presidente, per trasferire un magistrato perbene, un poliziotto troppo curioso, un carabiniere zelante, un finanziere scrupoloso, un prete coraggioso, un funzionario che non piega la schiena, o per imbavagliare un giornalista che racconta i fatti? E’ tutto molto semplice, quasi banale. Ordinaria amministrazione.

Per allontanare i servitori dello Stato e del bene pubblico, bisogna prima isolarli, delegittimarli, diffamarli, calunniarli. A questo servono i politici collusi, la stampa di regime al servizio dei poteri forti, i magistrati proni al potere, gli apparati deviati dello Stato. La solitudine è una caratteristica del magistrato, l’isolamento è un pericolo. Ebbene, in Calabria, mentre le persone rispondevano positivamente all’azione di servitori dello Stato vincendo timori di ritorsioni, spezzando omertà e connivenze, pezzi significativi delle Istituzioni contrastavano le attività di magistrati e forze dell’ordine con ogni mezzo.

Quello che si è realizzato negli anni in Calabria sul piano investigativo è rimasto ignoto, in quanto la cappa esercitata anche dalla forza delle massonerie deviate impediva di farlo conoscere all’esterno. Il resto del Paese non doveva sapere. Si praticava la scomparsa dei fatti. Quando però le vicende sono cominciate a uscire dal territorio calabrese, l’azione di sabotaggio si è fatta ancor più violenta e repentina. Invece dello sbarco degli Alleati, c’è stato quello della borghesia mafiosa che soffoca la vita civile calabrese. L’azione dello Stato produceva risultati in termini di indagini, restituiva fiducia nelle Istituzioni, svelava i legami tra mafia “militare” e colletti bianchi, smascherava il saccheggio di denaro pubblico perpetrate da politici collusi, (im)prenditori criminali e pezzi deviati delle Istituzioni a danno della stragrande maggioranza della popolazione, scoperchiava un mercato del lavoro piegato a interessi illeciti, squadernava il controllo del voto e, quindi, l’inquinamento e la confisca della democrazia.

Sono cose che non si possono far conoscere, signor Presidente. Altrimenti poi il popolo prende coscienza, capisce come si fanno affari sulla pelle dei più deboli, dissente e magari innesca quella democrazia partecipativa che spaventa il sistema di potere che opprime la nostra democrazia. Una presa di coscienza e conoscenza poteva scatenare una sana e pacifica ribellione sociale. Lei, signor Presidente, dovrebbe conoscere – sempre quale Presidente del CSM - le attività messe in atto ai miei danni. Mi auguro che abbia assunto le dovute informazioni su quello che accadeva in Calabria per fermare il lavoro che stavo svolgendo in ossequio alla legge e alla Costituzione. Avrà potuto così notare che è stata messa in atto un’attività di indebito esercizio di funzioni istituzionali al solo fine di bloccare indagini che avrebbero potuto ricostruire fatti gravissimi commessi in Calabria (e non solo) da politici di destra, di sinistra e di centro, da imprenditori, magistrati, professionisti, esponenti dei servizi segreti e delle forze dell’ordine. Tutto ciò non era tollerabile in un Paese ad alta densità mafiosa istituzionale. Come poteva un pugno di servitori dello Stato pensare di esercitare il proprio mandato onestamente applicando la Costituzione? Signor Presidente, Lei - come altri esponenti delle Istituzioni - è venuto in Calabria, ha esortato i cittadini a ribellarsi al crimine organizzato e ad avere fiducia nelle Istituzioni. Perché, allora, non è stato vicino ai servitori dello Stato che si sono imbattuti nel cancro della nostra democrazia, cioè nelle più terribili collusioni tra criminalità organizzata e poteri deviati? Non ho mai colto alcun segnale da parte Sua in questa direzione, anzi. Eppure avevo sperato in un Suo intervento, anche pubblico: ero ancora nella fase della mia ingenuità istituzionale. Mi illudevo nella neutralità, anzi nell’imparzialità dei pubblici poteri. Poi ho visto in volto, pagando il prezzo più amaro, l’ingiustizia senza fine.

Sono stato ostacolato, mi sono state sottratte le indagini, mi hanno trasferito, mi hanno punito solo perché ho fatto il mio dovere, come poi ha sancito l’Autorità Giudiziaria competente. Ma intanto l’obiettivo era stato raggiunto, anche se una parte del Paese aveva e ha capito quel che è accaduto, ha compreso la posta in gioco e me l’ha testimoniato con un affetto che Lei non può nemmeno immaginare. Un affetto che costituisce per me un’inesauribile risorsa aurea.

Ho denunciato fatti gravissimi all’Autorità giudiziaria competente, la Procura della Repubblica di Salerno: me lo imponeva la legge e prima ancora la mia coscienza. Magistrati onesti e coraggiosi hanno avuto il solo torto di accertare la verità, ma questa ancora una volta era sgradita al potere. E allora anche loro dovevano pagare, in modo ancora più duro e ingiusto: la lezione impartita al sottoscritto non era stata sufficiente. La logica di regime del “colpirne uno per educarne cento” usata nei miei confronti non bastava ancora a scalfire quella parte della magistratura che è l’orgoglio del nostro Paese. Ci voleva un altro segnale forte, proveniente dalle massime Istituzioni, magistratura compresa: la ragion di Stato (ma quale Stato, signor Presidente?) non può tollerare che magistrati liberi, autonomi e indipendenti possano ricostruire fatti gravissimi che mettono in pericolo il sistema criminale di potere su cui si regge, in parte, il nostro Paese.

Quando la Procura della Repubblica di Salerno – un pool di magistrati, non uno “antropologicamente diverso”, come nel mio caso – ha adottato nei confronti di insigni personaggi calabresi provvedimenti non graditi a quei poteri che avevano agito per distruggermi, ecco che il circuito mediatico-istituzionale, ai più alti livelli, ha fatto filtrare il messaggio perverso che era in atto una “lite fra Procure”, una guerra per bande. Una menzogna di regime: nessuna guerra vi è stata, fra magistrati di Salerno e Catanzaro. C’era invece semplicemente, come capirebbe anche mio figlio di 5 anni, una Procura che indagava, ai sensi dell’art. 11 del Codice di procedura penale, su magistrati di un altro distretto. E questi, per ostacolare le indagini, hanno a loro volta indagato i colleghi che indagavano su di loro, e me quale loro istigatore. Un mostro giuridico. Un’aberrazione di un sistema che si difende dalla ricerca della verità, tentando di nascondersi dietro lo schermo di una legalità solo apparente.

Questa menzogna è servita a buttare fuori dalle indagini (e dalla funzioni di Pm) tre magistrati di Salerno, uno dei quali lasciato addirittura senza lavoro. Il messaggio doveva essere chiaro e inequivocabile: non deve accadere più, basta, capito?! Signor Presidente, io credo che Lei in questa vicenda abbia sbagliato. Lo affermo con enorme rispetto per l’Istituzione che Lei rappresenta, ma con altrettanta sincerità e determinazione. Ricordo bene il Suo intervento – devo dire, senza precedenti – dopo che furono eseguite le perquisizioni da parte dei magistrati di Salerno. Rimasi amareggiato, ma non meravigliato. Signor Presidente, questo sistema malato mi ha di fatto strappato di dosso la toga che avevo indossato con amore profondo. E il fatto che non mi sia stato più consentito di esercitare il mestiere stupendo di Pubblico ministero mi ha spinto ad accettare un’avventura politica straordinaria. Un’azione inaccettabile come quella che ho subìto può strapparmi le amate funzioni, può spegnere il sogno professionale della mia vita, può allontanarmi dal mio lavoro, ma non può piegare la mia dignità, nè ledere la mia schiena dritta, nè scalfire il mio entusiasmo, nè corrodere la mia passione e la volontà di fare qualcosa di utile per il mio Paese. Nell’animo, nel cuore e nella mente, sarò sempre magistrato.

Nella Politica, quella con la P maiuscola, porterò gli stessi ideali con cui ho fatto il magistrato, accompagnato dalla medesima sete di giustizia, i miei ideali e valori di sempre (dai tempi della scuola) saranno il faro del nuovo percorso che ho intrapreso. Darò il mio contributo affinchè i diritti e la giustizia possano affermarsi sempre di più e chi soffre possa utilizzarmi come strumento per far sentire la sua voce.

E’ per questo che, con grande serenità, mi dimetto dall’Ordine giudiziario, dal lavoro più bello che avrei potuto fare, nella consapevolezza che non mi sarebbe più consentito esercitarlo dopo il mandato politico. Lo faccio con un ulteriore impegno: quello di fare in modo che ciò che è successo a me non accada mai più a nessuno e che tanti giovani indossino la toga non con la mentalità burocratica e conformista magistralmente descritta da Piero Calamandrei nel secolo scorso, come vorrebbe il sistema di potere consolidato, ma con la Costituzione della Repubblica nel cuore e nella mente.

Lo sciopero del libro.

Lo sciopero del libro. - il sito di Giampaolo Cassitta
Può essere una "boutade" ma anche le biblioteche entrano in sciopero.Meglio (o peggio, come credete) sono i bibliotecari ad entrare in sciopero. E questa, chiaramente non è una bellissima notizia. Su Facebook la mia carissima amica MArilena Puggioni mi ha chiesto di pubblicare sul mio profilo il primo ottobre questo messaggio e ho deciso di metterlo anche sul mio blog. Perchè lo condivido tutto.  

Castelsardo, 26 settembre 2009
Una ROAD MAP per le biblioteche sarde
Prima giornata di sciopero dei bibliotecari della Sardegna

La promozione della pubblica lettura è ritenuta da tutti uno dei servizi sociali fondamentali, tanto più importante ed essenziale in territori come la Sardegna da sempre costretti a soffrire marginalità e ritardi.
Le Biblioteche sarde sono da sempre l'esempio di ciò che si può efficacemente offrire ai cittadini nel campo dell'informazione, della cultura, della formazione continua, della diffusione dei servizi telematici e delle nuove tecnologie.
Ciononostante, noi bibliotecari dobbiamo con rammarico constatare che la nostra azione e il nostro lavoro non hanno assunto presso i legislatori e le istituzioni pubbliche di riferimento un carattere strutturale, vale a dire, precisamente configurato e riconosciuto; siamo perciò costretti a segnalare ancora una volta con forza i problemi che attanagliano il nostro settore e di conseguenza il nostro stesso futuro lavorativo.
Da oltre 22 anni il 60% delle Biblioteche, il 100% dei Sistemi bibliotecari cioè gran parte dei servizi di gestione e catalogazione sono in affidamento ad operatori privati organizzati in cooperative e società; dopo tutto questo tempo sarebbe stato doveroso che l'azione e il lavoro nostro e delle nostre società, assumesse un impianto istituzionale adeguato; al contrario, questa realtà, invece di essere valorizzata, promossa, riconosciuta, dopo un ventennio assume sempre più carattere provvisorio
Negli ultimi cinque anni e con un crescendo di ritardi ed improvvisazione, il settore è stato condizionato dal punto di vista legislativo ed economico da troppe proroghe e da continui ritardi nei pagamenti; dieci gli atti di rinvio parziale adottati dal 2004 ad oggi dalla Regione Sardegna: il numero evidenzia, da solo, in modo emblematico, il peso sopportato dai lavoratori e oggi peraltro divenuto insostenibile.
La legislatura appena iniziata non sembra essere nata sotto diversi auspici:
- la Legge finanziaria 2009 aveva letteralmente dimenticato lo stanziamento riguardante i progetti delle biblioteche per gli anni 2009, 2010, 2011, 2012.
- il recente "Collegato" (D.L. 32/A Art. 9 c. 5), preannunciato come risolutivo, ha "riparato" appena alla dimenticanza precedente ma non ha voluto neanche prendere in considerazione i nuovi maggiori costi derivanti dall'applicazione del CCNL Federculture per non parlare della surrettizia modifica dell'art.21 della L.R. 14/2006 che introduce e prefigura (forse in contrapposizione a noi) un ruolo del volontariato nel settore culturale.
Eppure basterebbe, sarebbe bastato poco per risolvere tale situazione; sarebbe bastato riconoscere alle aziende il loro ruolo di soggetti creatori di valore aggiunto; il loro ruolo fondamentale nell’organizzazione e nella gestione delle risorse umane, tutto quello cioè che in questi anni è stato fatto ed ha portato al sistema bibliotecario regionale che oggi conosciamo ed apprezziamo e di conseguenza, una volta per tutte, provvedere all'erogazione di equi, giusti e certi finanziamenti.
Le crisi ricorrenti del settore ruotano invece da anni intorno ad una grande anomalia: il legislatore pretende di far funzionare il comparto delle biblioteche senza nessun riconoscimento dei costi aziendali, ma remunerando il solo costo del lavoro (peraltro in base a tariffe ormai da anni arretrate).
Paradossalmente non è in gioco una partita di tipo economico; quello che chiediamo corrisponde infatti al costo di poche centinaia di metri di marciapiede. E' in gioco un principio, un tabù che politici, amministratori, funzionari non hanno inteso finora superare quasi che nella vita normale ci si possa permettere di entrare in un qualsiasi esercizio commerciale e pretendere di pagare i prodotti al solo prezzo di costo.
La situazione appare irrimediabilmente complicata; tutte le diseconomie del settore sono state puntualmente scaricate sulle cooperative; la competitività è completamente esaurita; a rischio vi sono le aziende e i lavoratori.
Per tutte queste ragioni non sembri eccessivo evocare una road map per le biblioteche sarde; chiedere un immediato e definitivo confronto tra le parti (Consiglio e Giunta regionale, Enti locali, cooperative e lavoratori) è per noi un obiettivo irrinunciabile.

Quanto detto vale per dichiarare lo stato di agitazione del settore che vedrà una prima giornata di mobilitazione il giorno 1 ottobre a Cagliari (Ore 10,00 Sala della Società Umanitaria in Viale Trieste 118).

Cooperativa Ampsicora – S. Vero Milis
Cooperativa Agorà – Cagliari
Cooperativa Comes – Sassari
Società Tesauro – Cagliari
Cooperativa La Lettura – Oristano
Cooperativa Il Frontespizio – Cagliari
Cooperativa SCILA – Carbonia
Cooperativa Lilith – Carbonia
Cooperativa Athena – Tempio
Cooperativa Gli Scapigliati – Cabras
Cooperativa Aleph – Cagliari
Cooperativa Il Libro – Sassari
Società Oleaster – Baunei
Cooperativa Liberos95 – Ozieri
Cooperativa servizi bibliotecari – Nuoro
Buddusò servizi – Buddusò






Gentile Assessore
Sedici cooperative e società occupate nella gestione di Biblioteche ed Archivi della Sardegna hanno deciso di proclamare una giornata di mobilitazione per il prossimo 1 ottobre. La nostra iniziativa non vuole avere carattere polemico ne nasconde risvolti di tipo politico.
Con questo spirito la invitiamo a partecipare ed intervenire al dibattito che si terrà il giorno 1 ottobre alle ore 10.00 presso la Sala della Società Umanitaria in Via Trieste, 118 a Cagliari. Il documento che alleghiamo spiega sufficientemente le ragioni del disagio che oltre trecento lavoratori vivono oramai da troppo tempo. Noi confidiamo nel suo interessamento e sulla sua presenza.
21 settembre 2009
Cooperativa Ampsicora – S. Vero Milis
Cooperativa Agorà – Cagliari
Cooperativa Comes – Sassari
Società Tesauro – Cagliari
Cooperativa La Lettura – Oristano
Cooperativa Il Frontespizio – Cagliari
Cooperativa SCILA – Carbonia
Cooperativa Lilith – Carbonia
Cooperativa Athena – Tempio
Cooperativa Gli Scapigliati – Cabras
Cooperativa Aleph – Cagliari
Cooperativa Il Libro – Sassari
Società Oleaster – Baunei
Cooperativa Liberos95 – Ozieri
Cooperativa servizi bibliotecari – Nuoro
Buddusò servizi – Buddusò

codice a sbarre

codice a sbarre - il sito di Giampaolo Cassitta

Codice a Sbarre
Raccolta di libri per le Biblioteche Carcerarie Sarde


Codice a sbarre, raccolta di libri per le biblioteche carcerarie sarde, è un’iniziativa ideata e promossa dalle associazioni Presìdi del Libro della Sardegna e dall’AIB – Sezione Sardegna.

Si rivolge a tutti coloro che desiderano fare dono di un libro nuovo, usato, in italiano o in qualsiasi lingua si pensi possa essere utile e gradita ai destinatari della raccolta.

La campagna prenderà il via nel mese di settembre ed avverrà in occasione di incontri e presentazioni organizzati dalla rete dei Presìdi del Libro, dalle biblioteche, dalle librerie e dagli enti che vorranno sostenere il progetto.

Ad ottobre l’iniziativa proseguirà all’interno di Ottobre, piovono libri!, con l’importante collaborazione dell’ALSI - Associazione Librai Sardi Indipendenti.

 

libri pubblicati

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Asinara, il rumore del silenzio. 2001 -2008 - due edizioni - 1 edizione economica

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supercarcere Asinara. 2002 - 2005 - quattro edizioni - 1 edizione tascabile

<h4><span>libri pubblicati</span></h4> - il sito di Giampaolo Cassitta

La zona grigia. Cronaca di un sequestro di persona avvenuto in Sardegna nel 1978. Uno sconcertante sequestro.

<h4><span>libri pubblicati</span></h4> - il sito di Giampaolo Cassitta

Il libro più amato. Un delitto che accade a Roma lo stesso giorno dell'omicidio di Aldo Moro. E i ricordi cominciano a riffiorare. Un noir cupo dentro gli anni 70.

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raccolta di racconti con prefazione di Giampaolo Cassitta

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l'ultimo cd degli humaniora - ponti non muri - included MARTA - testo di Giampaolo Cassitta - musica Gianfranco Strinna

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Giampaolo Cassitta partecipa alla campagna di raccolta fondi per i terremotati dell’Abruzzo attraverso la Caritas italiana. Per sostenere gli interventi in corso (causale "TERREMOTO ABRUZZO") si possono inviare offerte a Caritas Italiana tramite C/C POSTALE N. 347013 o tramite UNICREDIT BANCA DI ROMA S.P.A. IBAN IT38 K03002 05206 000401120727

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