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La pace sia con voi. Natale 2009. Piccola opportunità

La pace sia con voi. Natale 2009. Piccola opportunità - il sito di Giampaolo Cassitta
“La pace sia con voi”, così concluse, aspettando con consumata fede e con il tuo spirito della folla all’interno della sua parrocchia. Lo spirito accolse con soddisfazione le ultime parole e, insieme alla carne,  salutò l’altare con dovuta genuflessione al centro - davanti al crocifisso  - e scomparve verso la sacrestia. Sulla panca disadorna, appoggiata ad un tavolo che era apprezzabile per la sua inquietante nudità, vi era un ragazzino dall’apparente età di dieci anni che, probabilmente, aspettava il parroco o era riuscito ad infilarsi in sacrestia subito dopo la benedizione e gli auguri rituali. Quelli di Natale. Don Isidoro osservò il bambino e il bambino regalò uno sguardo dolce, presente, forte. I loro occhi si incontrarono. Ci furono istanti senza pensieri. Solo sguardi. Il prete, con un certo imbarazzo,  cominciò a spogliarsi della veste talare usata per la messa  ma non disse niente. Il bambino, senza mai distogliere lo sguardo da ciò che Don Isidoro faceva, non disse niente.
Nessuno diceva niente.
Poi ci fu un rumore. Quasi impercettibile. Che sembrava quasi il lamento dell’anima di qualcuno. Era la voce che usciva, parole che lentamente riempivano gli spazi.
 “Che cosa è il Natale?”
Così disse il bambino abbassando gli occhi e controllandosi le sue scarpette sporche che soltanto adesso il prete notava. Parole apparentemente senza senso e che sembravano fin troppo scontate. Ma Don Isidoro guardò le scarpe e osservò meglio il bambino. Aveva pantaloni corti e calzini srotolati e gambe piccole, fredde, inconsistenti. Una maglietta verde senza scritte.
E non aveva sguardo. Solo occhi.
Il bambino aggiunse: “Tu, che fai nascere un bambino nel freddo di una stalla, tu che sei felice di tutto questo, lo sai quanto freddo c’è dentro una stanza senza riscaldamento, senza una bicicletta colorata, senza un cuore che ti scalda? Tu che insieme agli altri  uomini chiamate tutto questo natale, mio padre lo chiama miseria e io vorrei una casa come tutti gli altri.”
Questo disse il bambino. Senza particolare accento e senza apparente rabbia. Solo una lastra di pietà riusciva a scalfire quel silenzio che si era creato dopo il piccolo racconto.
“Natale è una festa”, disse Don Isidoro “che serve agli uomini per dimostrare la loro falsa e apparente bontà. Ci sono uomini forti, potenti, che vengono una volta all’anno davanti all’altare e sono convinti di essere felici, a posto con qualsiasi tipo di coscienza; poi rientrano velocemente a casa a consegnare i regali per i loro figli o nipoti o mogli o amanti dimenticandosi la nudità del Natale, quella festa piccola e dolce, fatta di poche cose ma di molta e genuina  allegria”.
“Voi ogni anno costruite  questa strana festa che celebra la povertà?” Così rispose il bambino.
“Beh, è una tradizione”, disse Don Isidoro. “Per esempio,”chiese Don Isidoro al bambino con gli occhi enormi, “Natale è un momento forte che serve per esprimere un desiderio. Tu, che vorresti per un giorno del genere? Magari posso accontentarti”.
“E’ difficile che tu possa farlo” rispose il bambino, “ ma io ci provo lo stesso. Vorrei che tutti avessero un televisore rotto e un vocabolario”.
“Che significa? Non posso regalare a tutto il mondo un televisore e per giunta rotto. E che c’entra poi, il vocabolario?” chiese il prete sempre più incuriosito di quello che il bambino diceva.
“Prova ad immaginare se, per un attimo, tutti dovessero avere, a casa, un televisore rotto, che non funziona. Sarebbero costretti a parlarsi e visto che è da molto che ormai non lo fanno  più non troverebbero le parole. Sarebbe necessario un vocabolario per ricominciare.”
“Sei uno strano bambino”, disse il prete. Ma il bambino non c’era più. Andato. Sparito. Si precipitò a cercarlo all’interno della chiesa. Niente. Uscì per le strade. Niente. Tornò in sacrestia. Si sedette. Decise di ritornare a casa.  Guardò il televisore spento. Lo guardò con un piccolo sorriso. Ritenne che, quel giorno,  il televisore si era guastato. Natale senza parole usate e logorate da tutto e da tutti. Senza falsi auguri, sorrisi, panettoni, trenini musicali, attenzione al pranzo, applausi per tutti i cantanti. E prese un libro. Il vocabolario. Aprì a caso. Lettera O, quasi al centro. E cerco la parola che più segnava questa giornata e l’incontro con il bambino. Opportunità. E decise di continuare a leggere. Per riscoprire il vero significato delle parole.
Il bambino, nel freddo della sua stalla, sottilmente sorrideva. Opportunità pensava. E’ una bellissima parola. Che aiuta a crescere ma che bisogna saper cogliere in tempo.  
 
 
Buon Natale. Buona ricerca nelle parole quotidiane, quelle che aiutano a riflettere.
 
Giampaolo Cassitta
Natale 2009
 
 

fine pena mai 1/11/2009

fine pena mai  1/11/2009 - il sito di Giampaolo Cassitta
La neobrigatista Diana Blefari Melazzi, in carcere per l'omicidio del professor Marco Biagi nel 2002, si è suicidata. Ieri sera, dopo che le era stata notificata la sentenza della Cassazione che confermava l'ergastolo, ha tagliato le lenzuola, le ha annodate con cura facendo un cappio e si è impiccata nella cella di Rebibbia. Secondo alcune indiscrezioni negli ultimi tempi aveva cominciato a collaborare. Gli inquirenti la dovevano sentire su Massimo Papini, 34 anni, romano, arrestato un mese fa con l'accusa di partecipazione a banda armata delle Br-partito comunista combattente, indagato anche dalla Procura di Bologna per la partecipazione all'omicidio di Marco Biagi.
(La repubblica, 1 novembre 2009)
La notizia  mi riporta a parlare di carcere. Lo faccio non solo perché è il mio mestiere, ma anche e soprattutto perché il carcere, il mondo oscuro, le antiche scale, i rumori di sottofondo, le parole che non si dicono, gli sguardi che non si registrano, le urla che non si compiangono, sono molto lontani dalla realtà di tutti i giorni.
Nella comunità penitenziaria un suicidio, per esempio, è un gesto  che si misura  con una grande dose di ansia, perché è difficile comprendere tutte le motivazioni che hanno determinato la scelta. Posto che è sempre difficile (e la letteratura è colma di esempi suicidi) capire perché si decide di smettere di vedere, respirare, sorridere, piangere, bloccare probabilmente definitivamente tutto quello che razionalmente abbiamo davanti nel nostro quotidiano, un suicidio in carcere ha un rumore diverso, perché ci costringe a capire non solo il gesto ma cosa c’era dietro quel gesto: una storia maledetta, il più delle volte o, comunque, una storia di difficile lettura. Diana Blefari aveva dentro gli occhi una sequenza di immagini dure, legate alla morte di Marco Biagi. E aveva un ergastolo da scontare. L’adrenalina delle sentenze, ancora non definitive, inducevano alla speranza. La Cassazione ha deciso, improrogabilmente che l’ergastolo cominciava. E nella tua cartella sarebbe apparsa la famosa frase “fine pena mai”. Che è qualcosa di “troppo” definitivo.
Ho conosciuto molti ergastolani. Alcuni rassegnati, altri con la voglia di sperare, con una segreta speranza di poter cancellare quel “mai.” Ci fu un detenuto, un giorno, che mi raccontava la sua storia (omicidio e occultamento di cadavere) con molta tranquillità. Mi diceva che era giusto pagare per un delitto così orribile ma non per tutta la vita. Era d’accordo per una condanna a cento anni, a duecento, ma che nella posizione giuridica ci fosse “il fine pena” e non la parola “mai”.
Negli ultimi anni l’informatica ha aiutato, in qualche maniera il mio detenuto ergastolano. Infatti, adesso non esiste la parola mai, perché il fine pena va inserito necessariamente in un campo numerico. Per tutti gli ergastolani il fine pena ha un numero: 12/12/9999. Una data assurda, certo, come probabilmente è assurdo l’ergastolo.
Diana Blefari ha deciso che tutto questo non portava speranze. La Cassazione le aveva regalato una vita in bianco e nero. Ha deciso di cancellare il bianco. In un attimo. Come lei, aveva deciso di oscurare la vita di Marco Biagi. Un attimo.
Ritengo che il suicidio sia sempre una notizia sconvolgente, che ci costringe a riflettere, a guardare il gesto con una grande dose di pietà. In carcere, quel gesto enfatizza gli attimi e costringe a ragionare anche sulla libertà: decidere di smetterla sembra  paradossalmente essere un atto di libertà, dentro un luogo dove quella parola è inusuale.
Non deve esistere la parola mai. In nessun luogo. E non dovrebbe mai esistere qualcosa di “troppo” definitivo. Bisognerebbe avere la forza e la voglia  di ripensarci. Anche se si è ergastolani.
 
Castelsardo, 1/11/2009

Un altro modo (Marrazzo e dintorni) 28 ottobre 2009

Un altro modo (Marrazzo e dintorni) 28 ottobre 2009 - il sito di Giampaolo Cassitta
Ho notato che con una certa calma, qualcuno comincia a ristabilire il contatto con il resto del mondo. Si tenta, insomma,  di andare avanti, in qualche modo, in qualche maniera, perché la vita ci ha abituato a cadere per poi riprenderci, perché noi, tutto sommato, siamo abituati a “farci del male” , a spaccare il cappello in quattro, a battere e levare, a guardare sempre tutto dalla parte delle radici. Ho notato che tutti tentano, timidamente, di presentare “la cosa” – Dio, ma che cosa? – come merce del nostro tempo, del nostro degrado, delle nostre debolezze. Che può accadere, perché dentro di noi c’è sempre un profondo oscuro nascosto, un “altro” che lavora e ci leviga e ci rode irrazionalmente. Ci sono stati anche alcuni autorevoli quotidiani che hanno tentato, addentrandosi in caruggi davvero intricati, un’analisi sulla fenomenologia del “diverso” del provare, a tutti i costi qualcosa di proibito. Ed alcuni hanno anche provato a dire: ma Marrazzo non è solo, ci sono altri politici che vanno a trans ed alcuni sono di destra.
Non sopporto questo modo di ragionare e di affrontare la questione. Quando parlo di deserto mi rivolgo, chiaramente alla politica che abbiamo davanti e non certamente alle scelte sessuali delle persone. Non vorrei riportare la questione su Marrazzo o tentare un parallelismo con Berlusconi (lo hanno fatto in tanti, chi più, chi meno)  ma il mio è solo un urlo laico: “Ma dove siamo finiti? Ma perché ci troviamo in mezzo a queste dune a rincorrere miraggi?
Perché non diciamo con chiarezza che non si usano le auto blu per andare al supermercato e fare la spesa per casa propria o per andare in piscina o al cinema o a fare sesso gratis o a pagamento, perché  davanti ad un ricatto non abbiamo il coraggio di raccontare la verità o di farlo solo in maniera tardiva e goffa. Perché non abbiamo il coraggio di dire che un politico che ha come slogan  “Un altro modo” (è lo slogan che appare nel sito ufficiale di Piero Marrazzo oggi oscurato) non deve, necessariamente,  trovare modi creativi per rispettare il proprio mandato e l’elettorato che lo ha votato. E’ vero, siamo quelli che spacchiamo il cappello in quattro e  sorrido alla vecchia frase che Michele Apicella ( alias Nanni Moretti) ripete quasi come una cantilena in Palumbella rossa: “Noi siamo diversi, ma siamo uguali agli altri partiti” e capisco che è in qualche modo da una falsa diversità che dobbiamo partire o da una vecchia diversità etica che non c’è più. Infatti, ho sempre messo nel conto che Berlusconi sia un buon venditore di tappeti, che non risponda alle domande, che frequenti minorenni e che sia l’utilizzatore finale di sesso  e che gli italiani lo amano al 127%. L’ho messo nel conto pur non essendo dentro quell’ abnorme percentuale di persone che adorano un signore, per certi versi davvero irritante e che mal rappresenta il mio paese. L’ho messo nel conto come ho sempre messo nel conto che noi non possiamo inseguirlo dentro quella strada. Non possiamo e non dobbiamo. Per scelta chiara e risoluta. Ecco quello che non sopporto: il buon Marrazzo doveva “davvero” usare un altro modo di comportarsi. Capisco l’imbarazzo, capisco le difficoltà ma davanti ad un ricatto c’è sicuramente un unico modo (e non un altro) per rispondere: la denuncia. Marrazzo non lo ha fatto. Ha atteso, ha ricevuto anche la telefonata di Berlusconi (lui, è come Dio, in cielo, in terra e in ogni luogo) ha sperato che potesse riuscire a “risolvere” la  questione pagando e firmando alcuni assegni a dei carabinieri poco “degni di indossare quella divisa e provare ad andare avanti, nell’unico modo che la  sinistra  - quella vera - non deve seguire: siamo diversi ma siamo uguali, in fondo, ma neppure tanto in fondo, la politica è questa e possiamo continuare. Infatti, guarda caso, la destra ha affermato (e lo ha venduto come pensiero laico, guarda un po’) che Marrazzo se voleva, se se la sentiva poteva tranquillamente continuare, che loro (i veri laici) non erano bacchettoni e non avrebbero costruito battute sui trans e sulla gnocca.
Eccolo il deserto che lungamente appare e mi attanaglia. E non è un pensiero laico e non è il dover respirare questa centrifugazione quotidiana di parole e gesti apparentemente simili. No, il deserto è dato dalla mancanza di serietà intellettuale, da dover ascoltare questi insulti quotidiani che vogliono spostare l’asse della serietà. Non sono i trans o le puttane che interessano alla gente, ma che si è disposti a soprassedere se chi va a puttane o a trans  renda felici tutti. Questo messaggio falso e contro ogni logica io non lo sopporto. Anche perché ci vogliono far credere che tutto ormai è setacciabile, è “moralmente normale”. Noi dobbiamo ripartire, nel nostro deserto da un punto fermo: cosa è moralmente normale, in questo paese? Siamo uguali o siamo diversi dagli altri partiti? Che senso ha, oggi, parlare di questione morale e, aggiungo, di etica? Chi ha voglia di aprire il dibattito senza che il buon Apicella non urli dall’alto della duna “No, il dibattito no?”

Cagliari, 28 ottobre 2009

E' un deserto questa strada (da Berlusconi a Marrazzo)

E' un deserto questa strada (da Berlusconi a Marrazzo) - il sito di Giampaolo Cassitta
E’ un deserto questa strada. Per noi che abbiamo amato sempre le curve, ci troviamo davanti ad una direzione che non avevamo scelto. E’ un deserto questa strada. Neppure un marciapiede, qualcuno che calpesti le mattonelle. Solo sabbia. Sabbia che scompare e che ti avvolge e ti modella dentro un abito che non è il nostro abito. E’ un deserto questa strada. Non ci sono più ideali. Una corsa nelle dune dell’ipocrisia, del provare ad essere ciò che non si è sperando di farla franca. E’ un deserto questa strada. Di parole. Ma che significa “Sono mie debolezze private?” (lo ha dichiarato Marrazzo) per noi che da una vita abbiamo sempre urlato che il privato è politico? Nel senso più alto del termine, intendo.
E’ un deserto questa strada, di occhi che fanno fatica ad incrociarsi, di sguardi che si voltano e viaggiano verso altri lidi, in un’attesa che il deserto possa terminare, che ci sia, da qualche parte, una via d’uscita, un modo per poter dire: ecco, stiamo partendo. Ma i nostri occhi, i nostri passi, le nostre parole, i nostri sguardi sono cesellati e duri, non si muovono. Non si possono muovere. E’ un deserto questa strada. Neppure lacrime da ricamare dentro questa storia. Dentro l’infinita miseria di queste notizie, di questi grandissimi vizi privati dentro piccole virtù. E’ un deserto la nostra strada, quella che avevamo riempito di colori e suoni e voglia di raccontare e provare a dire che noi eravamo pronti ad un nuovo impegno, a modificare questo strano mondo in bianco e nero.
Dentro la nostra strada si sono fermati con i loro innumerevoli “vizi privati” e non hanno avuto il coraggio neppure di chiedere scusa.
La nostra strada non è un palcoscenico dove tutti possono recitare. Non ho bisogno di parole e di lezioni. Non ho più bisogno di ascoltare.
E un deserto la nostra strada. E la foresta, lentamente si riprende tutto e si mangia quell’asfalto ruvido che avevamo, negli anni costruito.
Seduto, accovacciato in una rabbia sorda non guardo, non vedo e non sento. E neppure ascolto. Dentro la mia strada solo vecchie storie e piccoli occhi di gente comune che lentamente, ma compiutamente, popolerà il mio nuovo universo.
Non potete chiedermi di continuare a sperare. Non ne avete nessun diritto. Dentro la mia perduta strada ho posto una barriera. Per voi, la sbarra, non sarà più aperta.
 Castelsardo, 24 ottobre 2009. Con una grandissima tristezza addosso. Stasera non ho più il gusto di interessarmi alla  politica. Neppure il gusto di incazzarmi. Basta. Davvero.
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Simpatiche canaglie

Simpatiche canaglie - il sito di Giampaolo Cassitta
Per dirla in maniera tenera a me, Mastella è simpatico. Rappresenta quello che può essere il gaglioffo, la “simpatica canaglia” il capo della banda bassotti. Sapere che anche la moglie (la immagino anch’essa con il sigaro in bocca) ha qualche guaio giudiziario mi fa riflettere. Un duo che si spartiva il bottino (stando alle prime intercettazioni) delle raccomandazioni e del “sistemare” alcune persone fa quasi tenerezza in giorni di falchi e di manganellatori mediatici. Insomma, la coppia “Mastella” è, per me, l’equivalente di un Tex Willer d’annata davanti ad un noir duro e tosto. Che dire: nessuno scandalo. Cose già viste e già sentite. Meraviglia che le persone si meraviglino. D’altronde quello era il terreno fertile della democrazia cristiana, quella che la raccomandazione prima di tutto, l’aiutino, la possibilità, la seconda possibilità, l’amico dell’amico, una mano lava l’altra, se non ci aiutiamo tra di noi, d’altronde sono tempi cupi (e questi, allora?) mio figlio è bravo ma un aiuto aiuta.
Ecco, questo era il vecchio teatrino della politica, gonfio di malfattori, gaglioffi, brutti ceffi, lestofanti, nani e ballerine,  ma tutti con una faccia da “simpatica canaglia”. Oggi, invece, hanno preso il sopravvento i cattivi veri ed hanno diverse facce. Complesse e dure. Non rubano, non promettono, non hanno tessere di partito. Si scrivono le leggi affinché possano rubare, hanno il potere per assicurare tutto ai loro figli e amici dei loro figli, non hanno bisogno di un partito: loro comprano tutto. Anche gli amori (quelli effimeri, sia chiaro).
I Mastella, visti così, mi mettono una certa malinconia. Lui e la moglie, sul viale del tramonto a Ceppaloni. Ma perché? Perché solo loro, intendo…..
 
Cagliari, 22 ottobre 2009

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Asinara, il rumore del silenzio. 2001 -2008 - due edizioni - 1 edizione economica

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supercarcere Asinara. 2002 - 2005 - quattro edizioni - 1 edizione tascabile

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La zona grigia. Cronaca di un sequestro di persona avvenuto in Sardegna nel 1978. Uno sconcertante sequestro.

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Il libro più amato. Un delitto che accade a Roma lo stesso giorno dell'omicidio di Aldo Moro. E i ricordi cominciano a riffiorare. Un noir cupo dentro gli anni 70.

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