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la ballata della speranza

la ballata della speranza - il sito di Giampaolo Cassitta
La  tristezza che ci accompagna è uno zaino gonfio di troppe cose. La stanchezza, la svogliatezza, il non potercela fare, il non volercela fare.  Ho un amico, per esempio, che gioca per riconquistarsi ritagli di  vita. Tumore.
Storie che ti assottigliano l’anima e narcotizzano il futuro. Davanti a questo tutto, quelle parole che produci diventano completamente inutili.  Ma si deve continuare.  Perché da qualche parte c’è scritto, perché da qualche parte c’è la coscienza, c’è la certezza di colori variopinti e non stantii. C’è, soprattutto, la voglia di vedere come va a finire. Perché smettere a 54 anni è come perdere  il secondo tempo di un bellissimo film e non è sinceramente possibile.
La tristezza è quel filo non palpabile che ti misura gli umori e stabilisce l’entità del suo sorriso. Questo facciamo tutti i giorni e queste sono le strade che calpestiamo, anche se non vogliamo. E ci viene voglia, davanti alla tristezza,  di abbandonare tutto, di recidere i volti che ci osservano e ci sopportano e che, con leggerezza ci amano, ci viene voglia di dire quale sarà mai il motivo per dire che non è finita e quale, invece, la scusa per poter dire: adesso basta, adesso mi riposo.
Sono gli occhi lucidi di qualcuno, sono una bandiera che sventola, un pallone che rotola, un bambino che urla, un’alba che si ripercorre,  un sorriso che non sbiadisce, una forza che non credevamo di poter avere. 
Ho venduto la mia tristezza inutile, fatta di piccole e futili beghe quotidiane del lavoro, degli “scazzi”, di una rabbia ovattata per una politica che non capisco e ho acquistato un refolo di speranza, che non costa molto, ma serve per continuare. 
Ho guardato il cielo stellato sopra di me stanotte e ho visto anche la tua stella brillare. Lontano, mentre contavo le costellazioni mi dicevo, con voce piccola ma forte: Ciro, non mollare.
 
Cagliari, 21 luglio 2010.
Per Ciro e per chi ha voglia di acquistare, per lui refoli di speranze che, messe insieme potrebbero diventare consapevoli certezze.

Da consumare preferibilmente entro "subito"!

Da consumare preferibilmente entro "subito"! - il sito di Giampaolo Cassitta

 

Non so se questa sia una truffa ma è chiaro che la notizia messa in bella evidenza diciamo che era vera, ma si riferiva ad un altro ragionamento. Diceva la verità barando. E’ un gioco che si usa quando si cerca il consenso. Qualcuno, infatti, afferma di piacere al 68% degli italiani e, detta così può sembrare vero. Ma non spiega, per esempio, che quel 68% degli italiani appartiene alla “sua” parrocchia. Come dire che il papa piace al 89% dei cattolici ma se la domanda la dovessimo rivolgere ai musulmani la sua percentuale di consensi  scenderebbe drasticamente al 3%.
Lui continua a dire che governa grazie al popolo, alla maggioranza degli italiani e si dimentica, per esempio, di ricordare che governa grazie a chi si è recato alle urne, ovvero il 70%. Quindi quella grande fetta (il 30% sarebbe, oggi, il primo partito in questo paese) a votare non vi è andato e non sappiamo che scelta avrebbe effettuato ma non è detto che avrebbe scelto Lui (anche se, chiaramente, Lui non è d’accordo, ma questo è un altro discorso). Insomma, in soldoni agisce in nome e per conto di circa il 35 % degli italiani, mentre il 65% con lui proprio non è d’accordo.
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Il peso docile delle parole

Il peso docile delle parole - il sito di Giampaolo Cassitta
che si rivelano, in conclusione, le più oscure e difficili?
(Pier Paolo Pasolini, Teorema, 1968).
 
Ho riflettuto molto, in questi giorni dietro questa frase che, chiaramente è inserita in un contesto diverso da quello odierno ed è incastrata, soprattutto, all’interno di un libro che seppure sublime,  è dannatamente complicato. La frase è estrapolata dalla poesia “Sete di morte” dove si percorre, a nervi scoperti,  la diversità di Pasolini, una diversità che ha un fulcro metaforico e che può servire anche a ragionare su cose “meno alte”. La poesia contiene  un’altra frase che reputo bellissima: “Chi mi ha reso diverso (cosa meravigliosa) mi è stato vicino.
Pasolini si riferisce, ed è ovvio, alla sua omosessualità vissuta  in un periodo che appariva, ai suoi occhi almeno,  oscurantista, che prevedeva questa odiosa  “malattia” o vizio “inaccettabile e inaudita.” Eravamo agli albori del 1968 ed eravamo agli albori della forte ideologia che avrebbe caratterizzato gli anni a venire.
Perché, però, rivangare vecchie frasi che appartengono, apparentemente, a un vecchio libro che nessuno legge più? Che è un concentrato di polvere antica, depositata negli anni? Perché Pasolini, nella sua terribile lucidità, qualcosa la diceva e aveva la forza e la potenza che solo un poeta può avere: il peso docile delle parole.
E allora, perché crediamo che sia così semplice comprendere che oggi viviamo tempi terribili, bui, cattivi e maledetti, dove non vi è forza di comprendere, di mediare, dove è chiaro, è terribilmente lapalissiano che respiriamo all’interno di un’immensa bolla di demagogia, che non c’è nessuno spazio per la cultura, per la curiosità di conoscere, non vi è nessuno che scommette sulla ricerca, sui giovani. Perché nessuno riesce a capire che queste sono cose, per dirla con Pasolini, giuste e semplici? Proprio perché queste cose si rivelano le più “oscure e difficili”. Proprio perché nascondono una verità semplice e lineare, proprio perché è incredibile  che la gente possa cederci, perché è chiaro che  si recita  nel teatro dell’assurdo,  perché ci sono persone che davanti alla logica e alla naturalezza delle cose esprimono l’esatto contrario. Pensate, davanti a questa censura strisciante di gretti insulsi,  qualcuno arriva e ha la soluzione semplice semplice: “dobbiamo scioperare e non acquistare più i giornali.”  Avevo visto molte cose nella mia adolescenza convulsa e provocatoria. Ma non ero mai riuscito a vivere  questa  bassezza e povertà di idee, questa semplicistica e innaturale conclusione, questa modestissima  e oscura viltà. Non ci sono più i poeti e la loro grande e infinità diversità. Viviamo in un firmamento di pensieri mediocri. E’ questo che mi addolora. Più di ogni altra cosa.
Cagliari, 5 luglio 2010

Dentro e fuori. Fuori e dentro. Ripensando a Dell'Utri (e Falcone e Borsellino)

Dentro e  fuori. Fuori e dentro. Ripensando a Dell'Utri (e Falcone e Borsellino) - il sito di Giampaolo Cassitta

Un detenuto, che aveva una voce flebile, mani striminzite e occhi contaminati dalla tristezza un giorno – uno dei tanti – mi disse che era inutile sperare, continuare a provarci, scommettere su un futuro diverso. “Fuori, tanto non mi vogliono e, per quanto qualcuno tenti di aiutarmi, per quanto io stesso decida di provarci è inutile. Finirò sempre da queste parti. Io d’altronde, come si dice in carcere, sono nato in matricola”.
Quel detenuto l’ho ritrovato con occhi ancora più scavati, in un carcere dell’isola dove, per lavoro, mi ero recato. L’ho visto e ho provato a costruirmi un sorriso cosparso di parole dense, che dessero un senso ai silenzi imbarazzanti. Aveva la voce sempre più sconnessa, corde che non si accordavano, mani minute e solitarie e occhi scavati dall’insofferenza e dalla pesantezza degli anni.
“Ha visto”, mi ha detto, “Sono ancora qui. Ormai sono un ospite fisso”. Ho chiesto cosa avesse combinato stavolta e ha mosso tiepidamente le spalle. “Perché, ha qualche importanza? Tanto fuori non mi vogliono. Fuori non è il posto per quelli come me.”
Ho controllato la sua enorme posizione giuridica costellata di furti, ubriachezza molesta e oltraggi a pubblico ufficiale. E’ dentro da una vita. Lo sarà probabilmente per sempre e non ha capito neppure il perché. Risuona, però – ed è un rimbombo molto rumoroso – quel suo parlare fioco e quella frase: “Fuori, tanto non mi vogliono”. Ci ho pensato stamattina, alla lettura dei giornali, alla notizia che un signore, con la sua arroganza, con la sua stoltezza,  sia riuscito a dire che un mafioso era il suo eroe e che, solo per questo, andrebbe processato per oltraggio alla dignità di chi la vita l’ha perduta (e penso a Falcone, a Borsellino ma non solo. Da sardo penso anche alla loro scorta, ad Emanuela Loi, per esempio). Ma non è questo il punto. Il punto è che dentro, questi signori non ci vogliono entrare nonostante i reati gravissimi, nonostante le condanne che continuano a subire e che sperano di evitare con una  vergognosa prescrizione. Questi signori (Dell’utri, lo ricordo è un pregiudicato, come il mio tristissimo detenuto)  dovrebbero, da tempo, passare le loro giornate negli uffici matricola dei penitenziari italiani. Sono diventati troppi la schiera degli  impuniti ed impunibili e sono l’esatto contrario di quella che racconta l’antico detenuto:  a lui  fuori non lo vogliono e loro dentro non ci vanno. C’è qualcosa che non quadra in questa sporca storia.

 

Cagliari, 30 giugno 2010 

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La scomparsa delle nuvole

La scomparsa delle nuvole - il sito di Giampaolo Cassitta
(la foto è il mare di stamattina a Castelsardo, davanti l'Asinara) 26 giugno 2010
Ho visto il cielo terso stamattina e, paradossalmente mi sono chiesto dove fossero finite le nuvole. Perché la natura aveva deciso di regalare una giornata così limpida e chiara. Che non  rispecchia, chiaramente, lo stato d’animo di un paese grigio, confuso e incarognito. Senza neppure la possibilità di sognare dietro un pallone. Mancano le nuvole nel mio illuminato orizzonte e ho provato a immaginare uno spazio ben più ampio dove potessi disegnare nuovi raccordi che raccogliessero pulsazioni ed emozioni. Brandelli di vita. E ho guardato gli occhi di Brancher, occhi lividi da schiavo ed impauriti, per il terrore di essere processato. Poi li ho confrontati con quelli di Cannavaro, occhi lucidi che non volevano guardare e che speravano di poter continuare ancora per qualche attimo, corpi che volevano vivere senza che il sangue circolasse. Ho visto gli occhi degli operai di Pomigliano: occhi forti ma terrorizzati con molte nuvole all’orizzonte,ma con la consapevolezza di non mollare. E ho visto gli occhi di Scajola e di Sepe e di Bertolaso: occhi liquidi che non regalavano nessuna dignità.
Il mio cielo terso, stamattina, mi permetteva di guardare verso l’Asinara dove c’erano altri occhi: quelli degli operai che ancora attendono una risposta da questi uomini che sono riusciti a nascondersi. Ma il cielo è terso affinché tutti noi possiamo vedere  con i nostri occhi e cominciare finalmente a capire.
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Asinara, il rumore del silenzio. 2001 -2008 - due edizioni - 1 edizione economica

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supercarcere Asinara. 2002 - 2005 - quattro edizioni - 1 edizione tascabile

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La zona grigia. Cronaca di un sequestro di persona avvenuto in Sardegna nel 1978. Uno sconcertante sequestro.

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Il libro più amato. Un delitto che accade a Roma lo stesso giorno dell'omicidio di Aldo Moro. E i ricordi cominciano a riffiorare. Un noir cupo dentro gli anni 70.

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raccolta di racconti con prefazione di Giampaolo Cassitta

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l'ultimo cd degli humaniora - ponti non muri - included MARTA - testo di Giampaolo Cassitta - musica Gianfranco Strinna

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