

Un detenuto, che aveva una voce flebile, mani striminzite e occhi contaminati dalla tristezza un giorno – uno dei tanti – mi disse che era inutile sperare, continuare a provarci, scommettere su un futuro diverso. “Fuori, tanto non mi vogliono e, per quanto qualcuno tenti di aiutarmi, per quanto io stesso decida di provarci è inutile. Finirò sempre da queste parti. Io d’altronde, come si dice in carcere, sono nato in matricola”.
Quel detenuto l’ho ritrovato con occhi ancora più scavati, in un carcere dell’isola dove, per lavoro, mi ero recato. L’ho visto e ho provato a costruirmi un sorriso cosparso di parole dense, che dessero un senso ai silenzi imbarazzanti. Aveva la voce sempre più sconnessa, corde che non si accordavano, mani minute e solitarie e occhi scavati dall’insofferenza e dalla pesantezza degli anni.
“Ha visto”, mi ha detto, “Sono ancora qui. Ormai sono un ospite fisso”. Ho chiesto cosa avesse combinato stavolta e ha mosso tiepidamente le spalle. “Perché, ha qualche importanza? Tanto fuori non mi vogliono. Fuori non è il posto per quelli come me.”
Ho controllato la sua enorme posizione giuridica costellata di furti, ubriachezza molesta e oltraggi a pubblico ufficiale. E’ dentro da una vita. Lo sarà probabilmente per sempre e non ha capito neppure il perché. Risuona, però – ed è un rimbombo molto rumoroso – quel suo parlare fioco e quella frase: “Fuori, tanto non mi vogliono”. Ci ho pensato stamattina, alla lettura dei giornali, alla notizia che un signore, con la sua arroganza, con la sua stoltezza, sia riuscito a dire che un mafioso era il suo eroe e che, solo per questo, andrebbe processato per oltraggio alla dignità di chi la vita l’ha perduta (e penso a Falcone, a Borsellino ma non solo. Da sardo penso anche alla loro scorta, ad Emanuela Loi, per esempio). Ma non è questo il punto. Il punto è che dentro, questi signori non ci vogliono entrare nonostante i reati gravissimi, nonostante le condanne che continuano a subire e che sperano di evitare con una vergognosa prescrizione. Questi signori (Dell’utri, lo ricordo è un pregiudicato, come il mio tristissimo detenuto) dovrebbero, da tempo, passare le loro giornate negli uffici matricola dei penitenziari italiani. Sono diventati troppi la schiera degli impuniti ed impunibili e sono l’esatto contrario di quella che racconta l’antico detenuto: a lui fuori non lo vogliono e loro dentro non ci vanno. C’è qualcosa che non quadra in questa sporca storia.
Cagliari, 30 giugno 2010

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