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L'etica sotto l'ombrellone

L'etica sotto l'ombrellone - il sito di Giampaolo Cassitta

Eppure bisognerebbe trovare il modo di insegnare l'etica a questi nostri figli viziati e maleducati. Dovrebbero capire che sono nati in questo paese per caso - come tutti - e potevano nascere in Scozia, in Irlanda, in America o in Etiopia. Sempre per caso o per scelta, magari dei loro genitori o per combinazione. Bisognerebbe trovare il modo di spiegare che il rispetto per il prossimo ma anche per le cose e gli animali è il primo gradino di civiltà. Se non riusciamo neppure a fargli fare quello magari accompagnandoli, la scala dei valori è decisamente bassa. Ci occupiamo,da mesi ormai, delle malefatte dei nostri politici, dei blablabla sulle elezioni, dei rilanci e della possibilità di rimescolare il piano politico delle cose. E ci dimentichiamo - e lo facciamo da anni, ormai, - dei nostri figli e quindi, del nostro futuro. Cinque ragazzini sui nove anni, ieri, in una spiaggia di questo paese - non ha importanza dove - hanno prima insultato e poi cacciato un extracomunitario perchè sostava, per riprendere fiato, in una zona definita dai ragazzini "propiretà privata" che se la sentisse S.Francesco questa frase, riderebbe di gioia, lui giullare di Dio. Fratello sole e sorella spiaggia. I cinque ragazzini hanno però insultato nel profondo dell'anima un uomo davanti ai loro genitori e due donne, una delle quali giornalista dell'Ansa. Queste ultime si sono indignate e saebbero volute intervenire, ma non lo hanno fatto per paura e forse, per viltà. Le donne, per riparare al torto hanno acquistato due ferma capelli e hanno suggerito all'uomo di denunciare il fatto. Lui ha preferito rinunciare. Ed è una rinuncia che è una sconfitta. Per tutti. Perchè quell'uomo sapeva che nessuno avrebbe ascoltato le parole di un povero negro che chissà dove ha rubato quelle cianfrusaglie. Già. Chissà. Nessuno si chiede dove i nostri uomini di potere abbiano fatto i soldi e come. Nessuno. Provo un senso di vergogna. Ma anche di impotenza perchè è vero che la lotta tra chi detiene il potere e chi dissente,come afferma Pasolini, è sempre impari e qui di potere delle parole e dei gesti parliamo. Di etica, di civiltà, di stare al mondo, di rispetto. Di questo parliamo. Ma è anche vero - ed è sempre Pasolini a ricordarlo - che chi dissente ha altre cose meno abbiette e volgari da fare. Ma queste cose sono comunque colpevoli come il pensiero del potere. Se questa sinistra, meglio, se questi uomini che vogliono rappresentare la sinistra partissero da queste piccole cose e lasciassero perdere le grandi discussioni su come cambiare il mondo. Provassero a raccontare a questi nostri figli maleducati che vivere è un'opportunità per tutti e che tutti hanno diritto alla stessa dignità. Provassero a dire che con questi signori che hanno figli maleducati, razzisti, senza emozioni, il dialogo diventa difficile e che non è possibile costruire il futuro. Provassero, insomma, ad essere giullari dell'anima: fratello sole, sorella luna, fratello uomo e provassero anche ad essere duri e fermi con chi non sa insegnare ai figli l'etica ed il rispetto. Non possiamo continuare ad accettare questa volgarità.

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Il vizio di ricordare

Il vizio di ricordare - il sito di Giampaolo Cassitta

Io ricordo.
Occhi densi senza spazi per scrutare gli orizzonti e pugni chiusi dentro le tasche di un jeans incattivito dagli anni. A esplorare odori forti e lacrime che non camminavano sulle guance di nessuno. E non era per il freddo ma per la rabbia rappresa. Avevo appena inforcato la strada dell'adolescenza e mi incuriosiva la giustizia e la verità. Il mio dolce curiosare fu macchiato dallo scoppio della bomba di Piazza della Loggia e dalla strage dell'Italicus. Fu quell'attimo a disegnare le mie scelte.
Io ricordo.
Parole che non si trovano e paura di essere confusi nella propaganda di quei giorni. I giornali di marzo che raccontavano e nascondevano, la tensione che camminava. Pugni che abbandonavano le tasche e lentamente si rialzavano.
Io ricordo.
Il sangue in bianco e nero. Le pistole puntate verso le parole. Aldo Moro, la sua corta,  Bachelet, Occorsio, Alessandrini. Le pistole a scarnificare la ricerca della verità. Rocco Chinnici, Pio La Torre, Cassarà, un fiume di vite che voracemente si spezzavano. La strage di Bologna e altre stragi nei silenzi e noi a scrutare un mare che pareva lago e si muoveva e non lo sentivamo.

Io ricordo.
Altri passaggi di questo Stato. Gladio, il Sid, la P2, Licio Gelli, i disegni macchinosi, la paura del comunismo, la consapevolezza di potercela fare a costruire qualcosa a colori, la responsabilità di non esserci riusciti perchè, in realtà non ci abbiamo mai provato. Perchè non ci siamo mai presi troppo sul serio in questo palcoscenico di una sinistra che non sa partire e pretende di poter arrivare. E non sa ricordare.
Io, invece, ricordo.
 In questo mondo dove tutti hanno un cellulare in tasca si vomitano parole ma nessuno ha voglia di ascoltare,nessuno soppesa i silenzi,nessuno scruta i sorrisi incerti degli adolescenti. Tutti hanno soluzioni,tutti sono pronti a risolvere ma non partono da lontano. Nessuno ricorda il punto di partenza e tutti pensano di giungere primi all'arrivo.
Io,invece, ricordo. Perchè p dai ricordi che si parte. Dalla faccia divorata dal sole di un Sud rapace e caldo che aveva mio nonno, all'odore del grasso delle tute di mio padre, ai primi occhiali che infiliai appena finite le elementari, all'abbraccio tenero di una ragazza che mi invitava ad essere meno solitario. Ai miei prolungati silenzi che confondo nelle parole.
Io ricordo.
Allora con calma, con molta calma, mi siedo a guardare il mare. Quello mio, quello vero,  abbondante, forte, malinconico, di una malinconia lieve, che ognuno di noi si porta dentro, fin da piccolo. Come una croce segnata negli sguardi. Come un ricordo indelebile, come i nostri occhi, i nostri sorrisi e i nostri silenzi che dovremmo imparare a riutilizzare.

L'apparente leggerezza della sardità

L'apparente  leggerezza della sardità - il sito di Giampaolo Cassitta
Non voglio, davvero, miscelare opinioni o prese di posizione su ciò che è stato per questo paese Francesco Cossiga. Non voglio perché non ne ho la forza ne' la voglia e lo ritengo, in ogni caso, un passaggio inutile, fuori luogo e fuori tempo. Ho, insomma, la fortuna di non dover stare sulla "notizia" a tutti i costi e quindi, mi posso permettere di entrare, in maniera quasi indolore, nei labirinti oscuri dei modi di presentare le cose in queste paese e chiarire una volta per tutte alcuni modi di dire e di categorizzare le identità.
 In Sardegna c'è sempre stata, da tempo, una discussione sulla sardita' che, ancora oggi, sinceramente, non sono riuscito a comprendere del tutto cosa sia realmente. La cosa più luminosa e' che sono molti gli intellettuali a misurarsi con quell'essere sardo che è , almeno credo, un piccolo biglietto da visita da presentare ogni volta che noi sardi varchiamo il "continente". Ecco, trovo tutto questo "bislacco" e, sinceramente ampiamente superato. Ricordo, alla fine degli anni 70, quando dalle altre parti c'erano gli indiani metropolitani, i movimenti alternativi,  che un mio compagno di scuola aveva deciso di fare la rivoluzione sarda. Dobbiamo essere indipendenti, diceva che, detta così, mi trovava anche d'accordo, ma la cosa stupefacente è che il ragazzo fumava Marlboro, vestiva Lacoste e girava in Harley Davidson. Divenne prima socialista e oggi bazzica nel ventre molle del Pdl. Per dire.
Di Cossiga tutti hanno evidenziato la sua " sardita', il suo orgoglio di essere sardo, di amare la pattedese e su ballu tundu e la Brigata Sassari. Ebbene, quasi con lo stesso orgoglio voglio rivendicare che io non amo questo genere di sardita', non mi è mai piaciuto un allora Presidente del Consiglio che si imbarca per l'America con una sciarpa bianca, la stessa, diceva Cossiga, che portava anche De Gasperi. Non mi è mai piaciuto chi si e' nascosto dietro false verità, chi era consapevole che la trattativa per salvare Moro c'era ma non fu scelta, chi non spiegò agli italiani alcuni “segreti” delle stragi  di Ustica e di Bologna. Non amo essere considerato "sardo a prescindere" perché  - lo dico e lo ribadisco da idealista, da intellettuale, da scrittore, da polemista - che io non ho niente a che fare con il sardo Flavio Carboni, con Armandino Corona, con Cappellacci, con Oppi, con Floris, con Giagu De Martino, con i rapitori di Fabrizio De Andre'. Non mi sono mai piaciuti questi signori. Mai. E la loro sardita' non e' la mia. Non può esserlo. E non e' neppure la sardita' che mi lega a Francesco Cossiga. Che riposi in pace ma con la consapevolezza e l'orgoglio che noi, anche se siamo nati nella stessa terra, non siamo uguali. Non potevamo e non potremmo mai esserlo.

Cagliari, 20 agosto 2010
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due agosto di un anno maledetto

due agosto di un anno maledetto - il sito di Giampaolo Cassitta
Inedito del nuovo romanzo . (dedicato alla strage di Bologna)
 
Regalo un piccolo frammento del mio ultimo romanzo inedito e che vedrà la luce a fine anno. I protagonisti sono gli stessi del “Giorno di Moro” , Claudio Marceddu, il Magistrato di Sorveglianza e i suoi amici Gianvittorio e Violetta. Dopo la strage di via Fani si occuperanno della strage alla stazione di Bologna. In maniera assolutamente originale e con dei risvolti che,chiaramente non anticipo. Questo breve brano però, rende l’idea dell’importanza della memoria e lo dedico a tutte le vittime delle stragi e a tutti noi,vittime inconsapevoli di una strategia terribile che non possiamo non ricordare oggi che son passati trent’anni da quel due agosto maledetto.
 
°°°
 
“Perché non proviamo a buttare tutto questo? Gianvittorio, non facciamo un grande servizio alla democrazia continuando a rivisitare la storia. Anche tu hai detto che non dobbiamo ripescare nel nostro passato.”
“Perché non lo racconti alle vittime delle stragi, di tutte le stragi, che tutto questo non ci interessa più?”
Silenzio.
Perché sono stronzo. So di esserlo. Soppeso gli attimi e i rumori. Che non ci sono. Perché nei boati, nel sangue che colora le piazze belle piazze, gli aerei, i treni, le banche, le stazioni, c’è sangue che attende di essere raggrumato. Da anni. Ci sono i morti che forse ancora ascoltano e che restano dentro una memoria che non ritorna, che ha paura di materializzarsi. E il sangue lascia il posto alle parole che sono pietre e sono tombe che seppelliscono tutti. Perché non lo racconto alle vittime delle stragi? Perché non provo a raccontarlo ai parenti – se ci sono ancora – della prima vera strage del dopoguerra di questo contorto paese? Perché non provo a costruire piccole parole per quelli di Portella della Ginestra o di Malga Sasso, vicino a Bolzano o di Cima Vallona, nei pressi di Belluno?
Cosa dire davanti agli sguardi di chi non ha occhi né lacrime, dei 17 morti e degli 88 feriti della banca dell’agricoltura di Milano a Piazza Fontana.
Cosa posso raccontare ai sei morti di Gioia Tauro che viaggiavano in un’estate forte e dolce, nel treno della freccia del sud in una maledetta giornata di luglio del 1970? E Petano San Grado e alla Questura di Milano nel 1973 e a piazza della Loggia nel maggio del 1974, dove cominciammo a non avere più lacrime per nessuno, dove cominciammo a capire che la storia era diventata livida, dove cominciammo a capire che non sarebbe finita così velocemente, che saremmo dovuti passare per altre stragi, per altre morti, per altre donne e bambini e ragazzi squartati, come a San Benedetto Val Di Sembro, dove il treno italicus imboccava una galleria e ne uscì più leggero, maledettamente più leggero con 12 morti e 44 feriti, sempre in un giorno d’estate, dove il sole è più giallo e dove si allargano i sorrisi. Non bastava, non si coagulava tutto quel sangue che aveva macchiato le nostre piccole esistenze. Dovevamo ancora attendere e non capire ed arrivare al due agosto di un anno maledetto, quando il cielo era un forno di pane pronto per la sua cottura, quando si voleva andare sul mare, quando tutto si mosse e tutto si fermò e lasciò una lapida lunghissima che non si riesce mai a leggere senza rabbia e senza lacrime, una lapide che campeggia, alla stazione di Bologna e che racconta di 85 nomi che erano storie, schegge di vita che si sono fermate. E ancora un treno a lavare facce senza più voglia di gridare, ancora 17 morti giusto due giorni prima del natale del 1984, nel rapido 904 che non arriva da nessuna parte e lascia un urlo sordo che non parte nelle nostre teste. Stronzo che sono. Che cosa gli racconto agli 81 morti che da Bologna si recavano a Palermo e non ci sono mai arrivati e sono stati inghiottiti da un mare forte e dolce che li ha raccolti e che non ha restituito in buona parte. Cosa possiamo raccontare di credibile a queste vittime e ai loro familiari dopo che siamo riusciti a raccontare tutto, davvero tutto, anche l’inverosimile. Dove sta questa maledette verità che passa dal fascismo alla mafia e fa saltare ancora cinque persone a Firenze, nel 1993, in via dei Georgofili o a Milano, in via Palestro dove altri cinque uomini, il più vecchio ha 44 anni, riescono a non ritornare a casa?
Cosa gli racconto a questa smisurata folla che non ha più gli occhi e bocca e mani e piedi e rumori da regalare. Che aspetta, come si aspetta che sorga il sole ad ovest.
Inutilmente.
Guardo Gianvittorio e non riesco a scorgerlo nell’immensa luce della villa. Osservo il mare e comincio a scovare piccole figure che lo animano. Sembra un rombo lontano, molto lontano che riesce a muovere l’acqua.
Un fantasma. Un F-104.
 

L'etica e la cotica

L'etica e la cotica - il sito di Giampaolo Cassitta
 
E’ difficile osservare il mondo con la saracinesca mezzo chiusa. Si confondono le prospettive e si rischia di perdere molti colori. Si sentono i suoni però e quelli sono incontrovertibili. Boati che giungono dalle viscere dell’anima e, ripercorrendo strade contorte, inzuppate di curve e saliscendi, arrivano flebili ma chiari. La sottigliezza delle voci diventa nitida quando approdiamo nel silenzio degli umori e capiamo che qualcosa non ha funzionato. Mi è piaciuta la battuta attribuita da La Repubblica a Bruno Tabacci: “State confondendo l’etica con la cotica”. Siamo a questo punto. Aggiungo, più prosaicamente , che probabilmente non si sta confondendo. Questi piccoli servi son convinti che etica e cotica siano sinonimi.  Perché hanno una visione limitata e limitante della libertà, circoscritta, ovviamente, alla propria libertà e al potersi permettere tutto, grazie, appunto alla “cotica”. Infatti, raggiungono l’apice quando si presentano a feste “grasse” untuose, con donne e uomini  eccessivamente volgari, che garriscono, squittiscono, omaggiano, ancheggiano cotiche sproporzionate, ridono e sbraitano nell’attesa che il pensiero unico dica qualcosa, anche la più sterile, la più inutile per poter applaudire. Sono lo specchio dei tempi si diceva una volta. Non sono d’accordo. In questi tempi ci vivo anche io e, insieme a me, milioni di persone che hanno un alto senso dell’etica e della politica. Solo che abbiamo quella dannata saracinesca mezzo chiusa. A volte perché ci manca la forza, a volte per paura,  per non disturbare, a volte per viltà.  E’ giunto il momento di spalancare le saracinesche e cambiare aria. Se qualcuno non ci riesce si faccia aiutare. Non possiamo continuare a osservare da una prospettiva minimalista, non possiamo continuare ad ancorare la nostra voglia d’aria fresca con la convinzione che tanto l’aria è sempre viziata. No,non è così. Solo il rumore di quelle saracinesche che si spalancano farà sobbalzare i troni di legno che cominceranno a scricchiolare.
L’etica non è cotica e non si può neppure anagrammare. L’etica, piuttosto è una necessità impellente  in questo paese da ricostruire.
Castelsardo, 1 agosto 2010

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Asinara, il rumore del silenzio. 2001 -2008 - due edizioni - 1 edizione economica

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supercarcere Asinara. 2002 - 2005 - quattro edizioni - 1 edizione tascabile

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La zona grigia. Cronaca di un sequestro di persona avvenuto in Sardegna nel 1978. Uno sconcertante sequestro.

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Il libro più amato. Un delitto che accade a Roma lo stesso giorno dell'omicidio di Aldo Moro. E i ricordi cominciano a riffiorare. Un noir cupo dentro gli anni 70.

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raccolta di racconti con prefazione di Giampaolo Cassitta

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