Un microcosmo dentro un altro, quello dell'isola carcere: che oggi è un parco senz'alberi, un parco di sole a picco, bassa macchia mediterranea e cicale. Allora i detenuti meno pericolosi vi circolavano in stato di apparente libertà: tanto, dove andavano ? Oggi, se fai domanda, la puoi visitare. Incluso Fornelli, il supercarcere, ma non i bunker che ospitarono Totò Riina e Leoluca Bagarella: il ministero della Giustizia non ha ancora dato l'autorizzazione. Soluzioni tecnologiche, pare, da tenere riservate: una delle tracce più concrete del passato.
L'educatore, il detenuto, la guardia raccontano un capitolo ciascuno di "Asinara. Il rumore del silenzio", libro fresco di stampa scritto da Giampaolo Cassitta (che l'educatore all'Asinara l'ha fatto davvero, e negli anni più duri) e pubblicato dai Fratelli Frilli Editori. Romanzo, si legge sotto il titolo. In realtà romanzo non è. Racconto corale, piuttosto, testimonianza (di primissima mano) trasfigurata, narrazione che è quasi poema. Serve lo svolgimento, perché ci sia romanzo: e qui non c'è vicenda, ci sono incontri, gradi progressivi di conoscenza, descrizioni, ma manca il plot.
E manca, va detto, anche il pieno controllo dello stile. Che è grazia, ha scritto un poeta, perché non ci appartiene: Cassitta, invece, vuole che gli appartenga, e pecca per eccesso di stilizzazione. Col risultato che le tre voci narranti (l'educatore sardo che ha letto Foucault, il compagno che sbaglia romagnolo finito dietro le sbarre, il pastore sardo che conta detenuti anziché pecore) parlano con lo stesso accento, la stessa sintassi, lo stesso lessico. E magari capita che una guardia carceraria descriva il pestaggio del detenuto politico con una frase così: «Vidi rumori sordi che si accanivano dentro il detenuto». Troppo. Ciò detto, il libro merita di essere letto. Proprio perché è uno squarcio attraverso cui ci si spalanca, d'improvviso, la vita che si viveva sull'Asinara. A Fornelli c'erano camorristi e mafiosi da una parte, sequestratori di persona dall'altra, politici da un'altra ancora. Per tutti, e anche per le guardie, una vita minima, spazi sempre più angusti: come quel detenuto calabrese, Salenti, che dopo vent'anni sull'isola con una condanna all'ergastolo (fine pena: mai) ottiene la grazia ma non vuole andar via senza l'asino, unico essere caro al mondo. Davanti all'educatore li sentiamo parlare, raccontare, esporsi con la loro voce nuda: per ringhiare la loro rabbia di terroristi contro il servo del potere; o lamentare (un camorrista) la mancanza di ciliegie; o argomentare la richiesta di un permesso spiegando perché ci si sia trovati costretti a sequestrare una persona. I nomi sono di fantasia, le situazioni reali. Giampaolo Cassitta è ancora dipendente dell'amministrazione giudiziaria, non può scrivere memoriali. O meglio può: ma solo ammantando la verità di un velo di finzione narrativa. Come ha fatto in "Asinara, il rumore del silenzio".









