Rileggevo dopo tanti anni le lettere dal carcere di Antonio Gramsci. Il libro porta una data davvero lontana: 10 agosto 1975, festa dell'Unità. Ho sorriso. Per due motivi: il primo perchè la data è davvero lontana, forse lontanissima e precede – addirittura – la grande vittoria del PCI alle elezioni del 1976 e il varo del compromesso storico. Il secondo motivo è più intimo ma, nello stesso tempo, incredibile. Nel 1975 avevo 16 anni. Che non sono pochi ma, probabilmente erano tantissimi per le lettere dal carcere. Ributtando lo sguardo con diverso interesse ho cominciato a commuovermi perché quel ragazzo di sedici anni sottolineava (un vezzo che ho sempre avuto e ho tuttora) interi periodi che riletti oggi hanno la stessa freschezza di allora, i periodi e le sottolineature. Una tra le tante sottolineature è dannatemene intimista e un ragazzo di sedici anni faceva bene a leggerla, rileggerla e sottolinearla: “ Mi sono convinto che bisogna contare solo su se stessi e sulle proprie forze; non attendersi niente da nessuno e quindi non procurarsi delusioni. Che occorre proporsi di fare solo ciò che si sa e si può fare e andare per la propria via. (...) Credo di essere semplicemente un uomo medio, che ha le sue convinzioni profonde e che non le baratta per niente al mondo”. (Antonio Gramsci, lettere dal carcere, Einaudi, 1971, pag.65). Quella sottolineatura mi è servita per decidere, per provare a dare un senso, a ciò che in questo momento ho deciso di fare: accettare una candidatura per le prossime elezioni regionali in Sardegna. Certo, per me è stata una decisione davvero sofferta. Ho trascorso giornate a leggere, rileggere cose antiche, cose mie, di quando l'ideologia era il mio credo, il mio dover andare avanti, la mia giustificazione all'esistenza. Perché allora, da mediocre ideologo, piccolo intellettuale, lettore che scrive libri, ho sentito la necessità di accettare qualcosa che avevo sempre rifiutato? Per alcuni motivi.
Perché continuo ad avere delle convinzioni profonde che non baratto con niente e con nessuno. Perché è facile continuare, con atteggiamento snobistico, a vivere dentro pagine che raccontano voci ormai lontane e si sentono solo flebili rumori. Perché è bello stare dalla parte migliore, quella critica, quella del grillo parlante, ma non ci puoi stare per sempre. Perché non possiamo continuare a regalare la politica a coloro i quali hanno sempre gli stessi occhi, le stesse mosse lente ed impacciate, le stesse tristi parole, lo stesso modo di stare seduti al tavolo – in maniera del tutto distratta e feroce – lo stesso modo di regalare risposte. Perché non possiamo dire che siamo a favore della questione morale, scriverlo, urlarlo, ma non vogliamo impegnarci di prima persona. Perché ho capito che serviva questa scelta. Che non è “la scelta” ma è solo un modo interpretativo dell'impegno sociale, è comunque uno sforzo intellettuale contro le pochezze che continuano a costruirsi davanti al nostro vociare piccolo borghese.
Ho scelto un partito che non ha tradizioni e che, ideologicamente, poteva non essere il mio partito. Ho meditato molto anche su questo. Ma quale poteva essere il mio naturale approdo politico? Poteva, per esempio, essere il Partito Democratico? Poteva e, nei primi vagiti lo è stato. Ho pensato, almeno per un attimo, che si potesse costruire una nuova identità, che la sinistra aveva provato a creare qualcosa di nuovo senza buttare l'antico. Poi vedo le facce feroci di questi piccoli uomini che urlano e che non ci stanno e che vanno contro le regole che loro stessi si erano dati: non ci si può candidare oltre le due legislature. Ma non andava più bene. Perché ci sono le eccezioni. Ed eccoli qui i dodici piccoli indiani a mendicare ancora una volta il posto nel Consiglio Regionale Sardo. In nome di che cosa? Hanno rilasciato, per caso, una dichiarazione a favore dei sardi? Hanno magari accennato a leggi lasciate a metà che avrebbero favorito i sardi? Perché hanno diritto ad una terza possibilità? Perché dovremmo continuare a votare questi piccoli uomini? Allora mi sono detto: questo non può essere il mio partito. E sono ritornato a Berlinguer, a rileggermi l'intervista del 1981 rilasciata ad Eugenio Scalfari. E dentro quelle parole mi sono ritrovato. “Quella questione che, secondo noi comunisti, fa tutt'uno con l'occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati”. E davanti a queste parole mi sono commosso e ho deciso di candidarmi con l'Italia dei valori. L'ho fatto con sincera passione, anche se, come affermava Pasolini, la passione non ottiene mai perdono, ma occorre in ogni caso viverla intensamente.
Queste le mie scelte dentro la mia testardaggine e il mio orgoglio di essere stupendamente sardo.
Questo sito sarà il mio diario in questi giorni. Spero sia utile (per me lo sarà senz'altro) e spero sia utile alla causa. Non cerco l'elezione o il consenso. Sarebbe ipocrita. Né cerco soluzioni a complessità ataviche. Chiedo soltanto una cosa: quando andrete a votare, votate solo ed esclusivamente pensando che le proprie convinzioni non si barattano con niente al mondo. Votate con la certezza di non dover dire, dopo qualche mese: tanto sono tutti uguali, perché avete votato sempre gli stessi. Quelli che conoscevamo tutti e di cui nessuno si fidava. Ecco, quei signori di destra e di sinistra devono abbassare i loro occhi da padroni e cervelli da servi e scoprire che i sardi, per esempio, non accettano candidati imposti con una telefonata dal continente. Abbiamo un'anima forte noi. E dobbiamo gridarlo. Sempre.
Ecco perché ho deciso di candidarmi. Ecco perché è importante esserci.
Giampaolo Cassitta.
38 giorni alle elezioni. Diario di bordo
Non ero presente alla convention di Soru ieri a Cagliari. Ma ho letto ciò che è accaduto. Mi sono piaciuti, soprattutto, alcuni passaggi del Governatore. “la Sardegna deve scegliere se avere fiducia in se stessa o negli altri”. Il riferimento non era puramente causale ma volontario e legato alle scelte effettuate nell’altra sponda, sponda che ha brillantemente citato quando, riprendendo la biografia di Peppino Fiori, (qualsiasi Dio lo abbia in gloria) ha ricordato che “la storia tragicamente si ripete. Anche i sardofascisti dialogarono con Mussolini, il quale disse loro di stare tranquilli, che alla Sardegna ci avrebbe pensato lui” e ha chiosato, coniando uno slogan del tutto nuovo ma dal sapore antico: “Anche Mussolini era Cavaliere”. Bellissimo. Davvero. Sono contento di questo primo giorno da candidato ufficiale e sono contento che alcuni amici (quelli veri) mi abbiano telefonato. Altri mi hanno scritto su Facebook e riporterò i loro pensieri dentro questo blog elettorale. Ho deciso, intanto, di fare delle piccole presentazioni non del programma o delle mie promesse elettorali (che non farò perché non so fare) ma partendo da un libro voglio sviluppare un tema. Parlando con un vecchio amico, Franco Cano - anche lui scrittore - mi ha detto che è una bella idea e che per l’istruzione e le problematiche adolescenziali si potrebbe partire da Pennac. Ma anche da Paesi tuoi, oppure dalla trilogia della città di K.
- 37 giorni alle elezioni. Diario di bordo
Ci sono molti che usano la parola opportunità. Perché è una bella parola. Un bel termine. Pulito, materiale, perché ci porta dentro mille altre storie, alle occasioni mancate e a quelle possedute, alle possibilità che ognuno riesce a crearsi, al momento propizio. Cosa è opportuno in politica? E in campagna elettorale? E che opportunità ha quest’isola di continuare un progetto che non si è ancora concluso? Il programma è vasto e i partiti - e quindi gli uomini di partito – si misurano con i programmi e dunque con le parole. Ho letto in questi giorni molte volte il termine “opportunità” . Lo hanno usato tutti ritenendosi maturi, consci, unici nel poterlo fare. Ma hanno navigato dentro una piscina senza troppa acqua, sbattendo braccia scompostamente. Nessuno riesce a dare risposte certe. In politica, mi hanno insegnato, si danno solo “certe risposte”. Io dico no a tutto questo. Dico che i sardi hanno un’unica opportunità: quello di capire, in maniera definitiva, che le soluzioni e le opportunità devono nascere da dentro: dalla gente, dalla propria cultura, dai suoi canti antichi e lontani, dalle processioni che raccolgono occhi e braccia di speranze, dai pastori e dai contadini che non riescono più a modellare sorrisi. Dobbiamo dare l’opportunità di amare la nostra isola. Perché noi siamo parte di questa terra, come cantavano i vecchi indiani d’America e questa terra fa parte di noi. Noi siamo quelli che usiamo per poco tempo queste coste, queste colline, questo mare questo sole e questo silenzio torrido con il giallo forte e il rumore del mirto e del cisto. Noi dobbiamo lasciare un’eredità ai nostri figli. Noi abbiamo l’opportunità di lavorare affinché questo non sia distrutto, vituperato, eliminato. Dicono che la poesia non fa parte della praticità. Non regala opportunità come le gru che si sollevano dai cantieri. Perché non immaginare, invece, un popolo senza troppe gru e con la possibilità di presentare al mondo un’isola che è isola davvero, che è diversa e che va molto fiera della propria diversità.
- 35 giorni alle elezioni. Diario di bordo
- 34 giorni alle elezioni. Diario di bordo
C’è aria di pausa domenicale anche dentro questa campagna elettorale che, ancora non ha mostrato ferocia. Leggo piccole schermaglie del buon Berlusconi e mi rendo conto che ha trovato la soluzione a tutti i nostri problemi. Centomila posti di lavoro (una volta erano un milione per 20 regioni ma, si sa, con l’inflazione e la crisi…) per noi sardi. E ha trovato anche cosa dovremmo fare. E io, a quel punto mi sono commosso. Berlusconi è il nostro foglietto delle spiegazioni per i mobili che si acquistano all’Ikea. Senza di lui non riusciremmo mai ad avvitare neppure un bullone. Noi non faremo più gli emigrati in Belgio, né dovremo vedere cartelli nei bar della Germania dove scrivevano “Vietato l’ingresso ai sardi”, noi non saremo più costretti ad emigrare a Torino e spaccarci le ossa dentro le fabbriche (Mica solo Cappellacci lavora….) né dovremo abbandonare i nostri ovili per recarci ad Ottana o a Porto Torres dentro una fabbrica che non ha senso. Non dovremo lavorare nei cantieri edili senza assicurazione e senza casco e senza sorrisi, perché c’è la crisi e la crisi c’è anche per i padroni e se crepi diventi un trafiletto in penultima pagina dei giornali nazionali. No, noi se dovessero vincere Berlusconi e Cappellacci (uno che proviene dal mondo del lavoro, lui….) avremo una grande opportunità. Un nuovo grande mestiere. Centomila sardi che ringrazieranno il Nuovo Messia. Noi non faremo più i camerieri in costa Smeralda, mestiere ben rappresentato sino ad oggi. No, i centomila sardi saranno giardinieri!!! E allora uno pensa: ma perché? Lui risponde che bisogna essere ottimisti che non ha mai visto un pessimista vincere qualcosa. Già. E’ probabile, anche se vorrei discutere con lui di pessimismo della ragione, di Leopardi, di Ungaretti, ma so che è difficile, tremendamente difficile competere con un genio come Berlusconi. Non saremo più camerieri, per fortuna diventeremo giardinieri. Una sola cosa: ma non gli bastava un solo stalliere per Arcore? Tra l’altro dalle nostre parti cresce solo macchia mediterranea. E non ha bisogno di giardinieri. Ma di persone che la salvaguardino.
-33 giorni alle elezioni. Diario di bordo
- 32 giorni alle elezioni. Diario di bordo.Piccole sorgenti di opportunità dentro la nostra terra
Ho telefonato ad una carissima amica che attualmente vive a Milano. Mi ha raccontato velocemente che si sveglia molto presto per arrivare ad una fermata della metropolitana, poi un cambio, infine un autobus per giungere finalmente sul luogo di lavoro. Una casa per anziani dove lei lavora come animatrice. L’avevo chiamata nel tardo pomeriggio ma il suo cellulare squillava senza dare nessuna risposta “Perché ero in autobus e ho paura ad aprire la borsetta”. Bellissima questa atavica diffidenza sarda. Quasi commovente. Non ha cambiato l’accento e, anzi, è molto orgogliosa di essere e sentirsi sarda in un luogo difficile come Milano. Difficile perché si vive a stento e con molti sacrifici. Guadagna con un contratto interinale che scade a Maggio 1.100 euro netti. “Il fine settimana però vado nei supermercati e faccio propaganda a prodotti da acquistare. Arrivo, alla fine del mese a circa 1.500 euro, ma ne pago 500 d’affitto.” La mia amica è laureata, quando era in Sardegna dopo gli studi, dava una mano in carcere e riusciva a far ottenere la “disoccupazione” ai detenuti che avevano lavorato solo per qualche mese. Lei, da disoccupata.
Ha successivamente partecipato a diversi concorsi, ha studiato – e tanto – ma è attualmente idonea ad un posto per educatore penitenziario. Un concorso che tarderà ad arrivare a destinazione. E quel concorso, tra l’altro lo hanno vinto in molti. Alcune vincitrici le conosco benissimo e sono davvero brave e preparate. Ma aspettano. Aspettano un treno che cambia spesso binario, perché il governo berlusconi ha deciso di non investire sulla Giustizia e neppure sulla rieducazione. Soldi buttati, ha detto qualcuno. Mica ci finiamo noi in galera. Che ce ne facciamo degli educatori?. Ecco, questi ragazzi che aspettano una risposta da un governo sordo e cieco tentano altre strade. Sperano in piccole occupazioni. Chiedono, si muovono, mandano curricula. Ma non basta. In Sardegna è sempre tutto più complesso, più acerbo, più duro. Ecco, in Sardegna ci vuole l’amico. Non sempre funziona ma aiuta. L’amico può fare promesse e anche se non mantiene niente, ma non è questo il problema. Il nostro amico non ha questo problema. Non se lo pone neppure. Ho visto i volti di molti candidati in questi giorni. Alcuni non li conosco affatto, di certi ne conosco la cristallina onestà e buonafede. Di alcuni ne riconosco le palpebre. Socchiuse e gonfie. Che, quando le stringono non sai mai se stanno per piangere o vogliono, più semplicemente, restringere il proprio orizzonte su se stessi, chiudendo lentamente gli occhi. Io ho visto molte di queste persone porgerti velocemente la mano aggiungendo frasi sconnesse: “Vedremo, si può fare. Non ti preoccupare” (ricordano la bellissima locuzione della canzone di Jannacci: “Eh… se me lo dicevi prima… ma prima quando…. prima… prima) In questa campagna elettorale, dove molti contano i mandati e i veti e la voglia di essere dentro il consiglio regionale in nome del popolo sardo, non ho sentito nessuno che sentisse l’esigenza di dire basta a questa precarietà che ci divora, a questo girovagare per l’Italia, perché da noi non ci sono possibilità. E non ci sono perché nessuno ha saputo capire le esigenze di un popolo che voleva costruire il proprio futuro ed è stato costretto a guardare immagini prodotte da altri. Non abbiamo bisogno di un altro piano di rinascita. E’ vero. Abbiamo bisogno di investire e di credere in noi stessi. Abbiamo bisogno di rilanciare le zone interne di questo paese, lavorare per la memoria e la cultura, abbiamo bisogno di ridisegnare un turismo sostenibile. Abbiamo bisogno che la nostra gente non debba fuggire dentro un Nord cupo e poco sorridente, abbiamo bisogno che i nostri laureati, le nostre forze intellettuali possano provare a costruire piccole sorgenti di opportunità dentro questa terra. Che è acre, dura e forte. Ma è nostra. Abbiamo la possibilità di scommettere sulle cose che produciamo, su un settore come il turismo che deve puntare sulla qualità. Abbiamo la possibilità di scommettere su noi stessi. La mia carissima amica ha detto che tornerà in Sardegna per le prossime elezioni. Ha detto che non può mancare. Perché nonostante Milano, le metropolitane, Sesto San Giovanni, la nebbia, i pochi euro, ha detto che il suo voto per Soru può essere decisivo. Grazie le ho risposto. E mi sono commosso.
-31 giorni alle elezioni. Diario di bordoL'ultimo spettacolo
Capisco la tristezza che nasce quando, sull’ultimo fotogramma del film, gli attori, quelli consumati, quelli bravi, quelli che hanno vinto tutto, lasciano la scena. Con un rumore sordo, con una musica gonfia di acuti violini che inondano il palcoscenico. E la frase, la frase dovrà essere ricercata, con voce roca, strascicata, ridondante, da ricordare. Perché gli attori consumati, quelli veri, hanno sempre una frase per entrare nella memoria della gente. Alcuni usano frasi nichiliste (Moretti in Palombella Rossa: Ma come parla… e ancora, Moretti in Caro diario: “Di qualcosa di sinistra. Di qualcosa”) altri hanno il futuro davanti, con il rosso d’un tramonto infuocato (Rossella O Hara in via col vento: “Domani è un altro giorno”) oppure ti lasciano con frasi echeggianti (il finale di Il brutto, il buono e il cattivo: “Biondo… sei in grande figlio di….” dentro la musica del magnifico Morricone che avanza). Insomma, gli attori, quelli veri, hanno sempre diritto ad un finale grande, incantevole, forte, durevole. Mi ha quindi meravigliato la frase ad effetto di un attore che cavalcava le scene da molti anni. Un attore che ha sempre amato la parte da “protagonista”. Ha deciso di abbandonare il set e, con passi dolci, felpati, cavalcando il teatro ha dichiarato: “Decido di non candidarmi e mettere la mia esperienza a disposizione del partito”. Addio. Domani è un altro giorno, Passoni ricordatelo. Non riesco mai a capire se i grandi attori recitano sempre, anche quando i titoli di coda sono passati o se, dentro qualche piccolo angolo della loro anima hanno un cassetto per se stessi e per le loro emozioni. Non lo so. Non l’ho mai capito. L’Onorevole Spissu è uno di quelli. Compassato, docile, barba in sintonia con l’ideologia, sorriso che riporta a foto ottocentesche. Ha dichiarato, proprio stasera, che abbandona il proscenio. Si mette a disposizione del partito. Mica della gente. Del partito. Alberto Sordi, buon conoscitore dei difetti italiani avrebbe dolcemente risposto: “Ma de che?” Oppure, parafrasando un suo grandissimo film (un americano a Roma) poteva riadattare il monologo con gli spaghetti: “ Spissu, tu me provochi e io mo’ te magno” . Perché, in realtà, le regole del gioco erano chiare e limpide. Due mandati e si torna a casa. Poi i mal di pancia, le voglia incontenibile di far valere le regole per gli altri e non per se stessi (e se qualcuno dice che non è leale, lo si taccia di giustizialista…). Bene avrebbe fatto l’Onorevole Spissu da subito, dal giorno successivo alla caduta della giunta a dichiarare, da buon attore che conosce le parti a memoria, che lui non avrebbe accettato altre candidature, che sarebbe tornato, tranquillamente, al suo lavoro. Che il servizio (perché la politica è un servizio) era finito. Adesso tocca ad altri. Ecco, questo avrebbe dovuto fare il buon Spissu. Ed invece, come nei peggiori b-movie (film di seconda categoria) ha ripetuto troppi ciak e la recitazione era frammentaria, ma la speranza era legata al fatto che, in ogni caso, il film avrebbe avuto successo. Non era così. L’abbandono dalle scene è molto mesto. Mi auguro soltanto che il partito per il quale l’Onorevole Spissu si è messo a disposizione gli dica, amorevolmente di fari da parte. Che abbiamo bisogno di gente che ritorni tra la gente a confrontarsi. Questo sarebbe stato un bel gesto. La bella frase. Che mi sarei aspettato. Che ci saremmo aspettati: “Torno al mio lavoro”. E l’Onorevole Spissu non ha pronunciato. Peccato. Perché tutti aspettavamo un gran finale. Che non c’è stato. Siamo andati al cinema per vedere un film acerbo e forte e ci siamo trovati davanti ad una pellicola passata troppe volte davanti agli occhi. E l’attore protagonista ha perso un’occasione.
Ps: E’ chiaro che dall’altra parte (Partito delle Libertà) il problema dei due mandati non se lo pongono neppure. Quindi non potevo discuterne. Ma la questione morale non si osserva mai dall’alto in basso. Si comincia da casa propria. E scrivere questo pezzo mi ha procurato molto dolore.
- 30 giorni alle elezioni 15/1/2009 La sostenibile forza dell'essere
Un carissimo elettore mi ha scritto (a proposito dell'articolo sulla mia amica emigrata a Milano) che condivideva, in linea generale l'impostazione, ma che non potevo dimenticare anche chi non aveva conseguito la laurea e non riusciva a trovare lavoro. Non lo dimentico. Anche perché provengo da una famiglia di operai e di emigranti (ho un'altissima percentuale di zii emigrati in Belgio e in Olanda e in Germania che ha lavorato nelle fabbriche e nelle miniere e ho un'altissima percentuale di cugini ormai olandesi e francesi e tedeschi) e capisco le difficoltà che oggi si riscontrano tra i giovani, laureati e senza titolo di studio. Io sono per un futuro diverso, un futuro concreto, dove al centro di questo complicato futuro deve esserci “la persona”. Ho sempre creduto fortemente negli uomini. Ci ho creduto – e ci credo – sostanzialmente per mestiere, scommetto quotidianamente sui presunti “ultimi” e quindi, non potrei non essere d'accordo sul fatto che tutti debbano avere diritto alla propria parte di riscatto. Ho sempre creduto però anche nel sapere e nella conoscenza. Che non significa avere una laurea. Mio nonno – analfabeta – era un poeta estemporaneo. Ed era bravissimo. Almeno così raccontavano le persone che lo ascoltavano nelle piazze dei paesi dove ebbe modo di esibirsi. Mia nonna aveva una scrittura sottile e minuta. Scriveva piccole frasi ma aveva mani forti, tanto da riuscire a portare avanti una famiglia di undici figli. Il sapere era nel fare e nel saper fare. E' chiaro che oggi dobbiamo riuscire ad affrontare il futuro con occhi diversi. Oggi non è più possibile non scommettere sull'istruzione e sula formazione, oggi non è più possibile dimenticare il terzo fattore per la crescita intellettuale: Il saper essere. Ecco, su questo dobbiamo confrontarci. Su una formazione che parta dall'esperienza ma che ci porti a qualificare le imprese e il lavoro. Non dobbiamo puntare sulle cattedrali nel deserto, sulle grandi fabbriche, su quell'alienazione che non ha futuro. Dobbiamo, invece, puntare su un'impresa sostenibile, basata essenzialmente sulla qualità. Dicevo sempre ai detenuti del carcere di Alghero impegnati nelle varie lavorazioni: “Noi non dobbiamo aspettare che qualcuno ci acquisti il prodotto perché siamo detenuti e quindi, qualcuno si sente in dovere di farlo per un atto pietistico. Noi dobbiamo vendere il prodotto perché siamo i più bravi.” Ecco. Non è importante avere la laurea o il master. E' importante credere nella possibilità di essere protagonisti. La nostra terra ha qualità e offerta da vendere. Dobbiamo riuscire a esportare questa ricchezza. Questo è un punto su cui credo. E ci credo fortemente. Mi auguro che ci siano tanti sardi disposti a credere in se stessi e nella loro terra.
- 29 giorni alle elezioniIl peso delle parole
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- 28 giorni alle elezioni
Una promessa elettorale













