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archivio 2009 il diario delle elezioni

archivio 2009 il diario delle elezioni - il sito di Giampaolo Cassitta

DIARIO PARTICOLARE DI UN CANDIDATO PARTICOLARE
ALLE ELEZIONI PER IL CONSIGLIO REGIONALE DELLA SARDEGNA
FEBBRAIO 2009

Ho riletto, quasi tuttod'un fiato il mio lungo diario apparso su facebook e sul mio sito da gennaio a febbraio 2009. Sono stati 38 giorni davvero densi e, per quanto mi riguarda irripetibili (ho sempre sostenuto che non riuscirei a fare il politico e dopo due anni sono ancora più profndamente convinto. Ho deciso, quindi di unire tutti gli scritti di quel diario particolare e rimetterli insieme. Ci sono cose superate dagli eventi, è ovvio, ma ci sono ancora cose che ritengo e riterrò eticamente valide. Quindi, lapensavo così prima di Cappellacci e la penso così anche oggi, conscio che questo triste figuro abbia fattodei danni ernomi per la nostra isola perchè non la ama e non sa metterci la passione. Per chi ha voglia di leggere questa lunga maratona ecco le molte pagine di quel diario che lascio alla rinfusa all'interno del sito, procurandogli la veste di "archivio" e assemblandolo,senza correggere niente.

6 gennaio 2009

Perchà mi candido
 
Rileggevo dopo tanti anni le lettere dal carcere di Antonio Gramsci. Il libro porta una data davvero lontana: 10 agosto 1975, festa dell'Unità. Ho sorriso.
 

Rileggevo dopo tanti anni le lettere dal carcere di Antonio Gramsci. Il libro porta una data davvero lontana: 10 agosto 1975, festa dell'Unità. Ho sorriso. Per due motivi: il primo perchè la data è davvero lontana, forse lontanissima e precede – addirittura – la grande vittoria del PCI alle elezioni del 1976 e il varo del compromesso storico. Il secondo motivo è più intimo ma, nello stesso tempo, incredibile. Nel 1975 avevo 16 anni. Che non sono pochi ma, probabilmente erano tantissimi per le lettere dal carcere. Ributtando lo sguardo con diverso interesse ho cominciato a commuovermi perché quel ragazzo di sedici anni sottolineava (un vezzo che ho sempre avuto e ho tuttora) interi periodi che riletti oggi hanno la stessa freschezza di allora, i periodi e le sottolineature. Una tra le tante sottolineature è dannatemene intimista e un ragazzo di sedici anni faceva bene a leggerla, rileggerla e sottolinearla: “ Mi sono convinto che bisogna contare solo su se stessi e sulle proprie forze; non attendersi niente da nessuno e quindi non procurarsi delusioni. Che occorre proporsi di fare solo ciò che si sa e si può fare e andare per la propria via. (...) Credo di essere semplicemente un uomo medio, che ha le sue convinzioni profonde e che non le baratta per niente al mondo”. (Antonio Gramsci, lettere dal carcere, Einaudi, 1971, pag.65). Quella sottolineatura mi è servita per decidere, per provare a dare un senso, a ciò che in questo momento ho deciso di fare: accettare una candidatura per le prossime elezioni regionali in Sardegna. Certo, per me è stata una decisione davvero sofferta. Ho trascorso giornate a leggere, rileggere cose antiche, cose mie, di quando l'ideologia era il mio credo, il mio dover andare avanti, la mia giustificazione all'esistenza. Perché allora, da mediocre ideologo, piccolo intellettuale, lettore che scrive libri, ho sentito la necessità di accettare qualcosa che avevo sempre rifiutato? Per alcuni motivi.

Perché continuo ad avere delle convinzioni profonde che non baratto con niente e con nessuno. Perché è facile continuare, con atteggiamento snobistico, a vivere dentro pagine che raccontano voci ormai lontane e si sentono solo flebili rumori. Perché è bello stare dalla parte migliore, quella critica, quella del grillo parlante, ma non ci puoi stare per sempre. Perché non possiamo continuare a regalare la politica a coloro i quali hanno sempre gli stessi occhi, le stesse mosse lente ed impacciate, le stesse tristi parole, lo stesso modo di stare seduti al tavolo – in maniera del tutto distratta e feroce – lo stesso modo di regalare risposte. Perché non possiamo dire che siamo a favore della questione morale, scriverlo, urlarlo, ma non vogliamo impegnarci di prima persona. Perché ho capito che serviva questa scelta. Che non è “la scelta” ma è solo un modo interpretativo dell'impegno sociale, è comunque uno sforzo intellettuale contro le pochezze che continuano a costruirsi davanti al nostro vociare piccolo borghese.
Ho scelto  un partito che non ha tradizioni e che, ideologicamente, poteva non essere il mio partito. Ho meditato molto anche su questo. Ma quale poteva essere il mio naturale approdo politico? Poteva, per esempio, essere il Partito Democratico? Poteva e, nei primi vagiti lo è stato. Ho pensato, almeno per un attimo, che si potesse costruire una nuova identità, che la sinistra aveva provato a creare qualcosa di nuovo senza buttare l'antico. Poi vedo le facce feroci di questi piccoli uomini che urlano e che non ci stanno e che vanno contro le regole che loro stessi si erano dati: non ci si può candidare oltre le due legislature. Ma non andava più bene. Perché ci sono le eccezioni. Ed eccoli qui i dodici piccoli indiani a mendicare ancora una volta il posto nel Consiglio Regionale Sardo. In nome di che cosa? Hanno rilasciato, per caso, una dichiarazione a favore dei sardi? Hanno magari accennato a leggi lasciate a metà che avrebbero favorito i sardi? Perché hanno diritto ad una terza possibilità? Perché dovremmo continuare a votare questi piccoli uomini? Allora mi sono detto: questo non può essere il mio partito. E sono ritornato a Berlinguer, a rileggermi l'intervista del 1981 rilasciata ad Eugenio Scalfari. E dentro quelle parole mi sono ritrovato. “Quella questione che, secondo noi comunisti, fa tutt'uno con l'occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati”. E davanti a queste parole mi sono commosso e ho deciso di candidarmi con l'Italia dei valori. L'ho fatto con sincera passione, anche se, come affermava Pasolini, la passione non ottiene mai perdono, ma occorre in ogni caso viverla intensamente.

Queste le mie scelte dentro la mia testardaggine e il mio orgoglio di essere stupendamente sardo.

Questo sito sarà il mio diario in questi giorni. Spero sia utile (per me lo sarà senz'altro) e spero sia utile alla causa. Non cerco l'elezione o il consenso. Sarebbe ipocrita. Né cerco soluzioni a complessità ataviche. Chiedo soltanto una cosa: quando andrete a votare, votate solo ed esclusivamente pensando che le proprie convinzioni non si barattano con niente al mondo. Votate con la certezza di non dover dire, dopo qualche mese: tanto sono tutti uguali, perché avete votato sempre gli stessi. Quelli che conoscevamo tutti e di cui nessuno si fidava. Ecco, quei signori di destra e di sinistra devono abbassare i loro occhi da padroni e cervelli da servi e scoprire che i sardi, per esempio, non accettano candidati imposti con una telefonata dal continente. Abbiamo un'anima forte noi. E dobbiamo gridarlo. Sempre.

Ecco perché ho deciso di candidarmi. Ecco perché è importante esserci.


 

Giampaolo Cassitta.

38 giorni alle elezioni. Diario di bordo

 
Anche Mussolini era cavaliere

Non ero presente alla convention di Soru ieri a Cagliari. Ma ho letto ciò che è accaduto. Mi sono piaciuti, soprattutto, alcuni passaggi del Governatore. “la Sardegna deve scegliere se avere fiducia in se stessa o negli altri”. Il riferimento non era puramente causale ma volontario e legato alle scelte effettuate nell’altra sponda, sponda che ha brillantemente citato quando, riprendendo la biografia di Peppino Fiori, (qualsiasi Dio lo abbia in gloria) ha ricordato che “la storia tragicamente si ripete. Anche i sardofascisti dialogarono con Mussolini, il quale disse loro di stare tranquilli, che alla Sardegna ci avrebbe pensato lui” e ha chiosato, coniando  uno slogan del tutto nuovo ma  dal sapore antico: “Anche Mussolini era Cavaliere”. Bellissimo. Davvero. Sono contento di questo primo giorno da candidato ufficiale e sono contento che alcuni amici (quelli veri) mi abbiano telefonato. Altri mi hanno scritto su Facebook e riporterò i loro pensieri dentro questo blog elettorale. Ho deciso, intanto,  di fare delle piccole presentazioni non del programma o delle mie promesse elettorali (che non farò perché non so fare) ma partendo da un libro voglio sviluppare un tema. Parlando con un vecchio amico, Franco Cano - anche lui scrittore - mi ha detto che è una bella idea e che per l’istruzione e le problematiche adolescenziali si potrebbe partire da Pennac. Ma anche da Paesi tuoi, oppure dalla trilogia della città di K.

 
Ps: mi dispiace (me ne accorgo solo adesso) che Mr.Word non conosca Pennac (ed infatti lo sottolinea in rosso, come un errore. Ho provveduto con il tasto destro ad aggiungerlo nel vocabolario. Quello che mi stupisce è che non conosce Mussolini. Ho deciso di non aggiungerlo nel vocabolario. E’ bello vederlo come sconosciuto dentro le parole. L’unica tristezza è che invece il Cavaliere è conosciuto anche da Word. Come lo conoscono in molti tribunali.
Buona serata a tutti 

 

- 37 giorni alle elezioni. Diario di bordo

 
La favola del principiante
 
Molti mi chiedono non più sul perché mi sono candidato, ma su cosa farò, su cosa mi impegnerò una volta eletto. Mi viene da sorridere, anche perché tutti ti osservano con quello sguardo soffice e rugoso, quello di un giocatore di poker che sa già di aver capito le tue mosse. Tu , chiaramente sei bravo, sei nuovo, sei quello che chiediamo da sempre. Ma tu non sarai l’eletto, anche perché, a conti fatti non sei così bravo, così attento alle nostre cose, che fanno parte del nostro piccolo orto privato. Non farai nulla per la mia licenza edilizia, per l’iscrizione di mio figlio in una scuola pubblica, per un master a mio nipote, per un concorso in regione. Tu sei bravo, tu sei eticamente presentabile, ma non sarai l’eletto. Perché poi, alla fine,  si gioca dentro un condominio, non ci interessano i grandi orizzonti, non si sentono gli spari sopra, né si pensa che quel ragazzo è morto sul lavoro e non era assicurato. E non basta la morte a strappare le lacrime alle madri, ma anche queste facce scolpite, levigate, di gente che ha “altro cui pensare” non ricorda, non ha memoria e nasconde quell’operaio, quelle mani sottili, quegli occhi piccoli e forti dentro inutili  frasi: doveva strare più attento, perché non si è trovato un altro lavoro. Se il colore della pelle ha contorni diversi dai nostri, quelli del condominio, del parcheggio in doppia fila, neppure se lo ricordano quell’incidente. Poteva starsene a casa sua. Poteva. Come i nostri padri che sono andati in mille posti e in mille strade a respirare carbone in Belgio e tornare con i cuori pieni di fuliggine, a morire dentro questa terra che non ha più capacità per ricordare.
Ecco, a questo punto vorrei fermarmi e provare a dire che occorre scommettere sull’istruzione (un maledetto pallino di Gramsci) sulla sfere formative, il fare, il saper fare e, soprattutto il saper essere; che noi abbiamo un grande patrimonio: la nostra terra di cui dobbiamo andare orgogliosamente fieri. Che non possiamo svendere questo patrimonio a nessuno, che dobbiamo riappropriarci della dignità. Tutti guardano e abbassano lo sguardo. Sei bravo, molto bravo, ma io voterò un altro. Vorrei provare a dire: “Giusto. Il voto è una scelta. Una tua scelta. Ma offrilo a chi per la prima volta si candida, a chi non capisce niente di “partiti” (ma qualcosa di etica e di politica la mastica), donalo  a chi avrà la capacità di dire qualcosa di nuovo e di creativo dentro questa terra che ha il diritto di vivere una vita a colori.
Durante una selezione per psicologi veniva posta, dall’esaminatore, la seguente domanda: “Ha esperienze maturate in questo campo?” Tutti rispondevano: “Sono appena laureato e purtroppo non ho nessuna esperienza”. Una ragazza, appena laureata anch’essa rispose: “Sono appena laureata e, per fortuna non ho nessuna esperienza in questo campo. Non avrò pertanto nessuna remora nell’apprendere e nel  svolgere il mio servizio verso gli altri. La ragazza fu assunta. Ma questa, forse, è un’altra storia. 
 
Ps: C’è qualche vecchio mandarino che ha dichiarato di volersi candidare, nonostante le sue due o tre o quattro legislature alle spalle, perché non è riuscito a raggiungere l’obiettivo. E uno si chiede: che obiettivo aveva? Mi vengono in mente le serate invernali di molti anni fa a casa di amici, giocando a Risiko. La speranza era di pescare, tra gli obiettivi, quello di conquistare 18 territori a piacere, con almeno due carri su ogni territorio. A questi politici sfortunati sarà sicuramente toccato quello più difficile: conquistare l’Europa, il Nord America e un terzo continente a tua scelta. Ecco perché vogliono continuare il loro lavoro. Mica per servizio. Per vincere sugli altri. Su tutti. Soprattutto sui sardi.
 

- 36 giorni alle elezioni. Diario di bordo
 
Un mare di opportunità (e non solo)

Ci sono molti che usano la parola opportunità. Perché è una bella parola. Un bel termine. Pulito, materiale, perché ci porta dentro mille altre storie, alle occasioni mancate e a quelle possedute, alle possibilità che ognuno riesce a crearsi, al momento propizio. Cosa è opportuno in politica? E in campagna elettorale? E che opportunità ha quest’isola di continuare un progetto che non si è ancora concluso? Il programma è vasto e i partiti - e quindi gli uomini di partito – si misurano con i programmi e dunque con le parole. Ho letto in questi giorni molte volte il termine “opportunità” . Lo hanno usato tutti ritenendosi maturi, consci, unici nel poterlo fare. Ma hanno navigato dentro una piscina senza troppa acqua, sbattendo braccia scompostamente. Nessuno riesce a dare risposte certe. In politica, mi hanno insegnato, si danno solo “certe risposte”. Io dico no a tutto questo. Dico che i sardi hanno un’unica opportunità: quello di capire, in maniera definitiva,  che le soluzioni e le opportunità  devono  nascere  da dentro: dalla gente, dalla propria  cultura, dai suoi canti antichi e lontani, dalle processioni che raccolgono occhi e braccia di speranze, dai pastori e dai contadini  che non riescono più a modellare sorrisi. Dobbiamo dare l’opportunità di  amare la nostra isola. Perché noi siamo parte di questa terra, come cantavano i vecchi indiani d’America e questa terra fa parte di noi. Noi siamo quelli che usiamo per poco tempo queste coste, queste colline, questo mare questo sole e questo silenzio torrido con il giallo forte e il rumore del mirto e del cisto. Noi dobbiamo lasciare un’eredità  ai nostri figli. Noi abbiamo l’opportunità di lavorare affinché questo non sia distrutto, vituperato, eliminato. Dicono che la poesia non fa parte della praticità. Non regala opportunità come le gru che si sollevano dai cantieri. Perché non immaginare, invece, un popolo senza troppe gru e con la possibilità di presentare al mondo un’isola che è isola davvero, che è diversa e che va molto fiera della propria diversità.
A margine di tutto questo, a volte mi viene difficile riuscire a capire perché molti, i pratici, i pragmatici, non apprezzano tutte queste cose. Un mio forte e caro amico non vedente mi dice sempre: perché voi avete la possibilità di ammirarle tutti i giorni. Lui non ha quella opportunità. Ma non è vero. Quando sorride, dentro il fumo della sua sigaretta, a bassa voce risponde: “ma io quando vengo in Sardegna sento il profumo, un profumo che non c’è da nessun’altra parte al mondo.” E’ il profumo del nostro caldo e forte sud. Noi dobbiamo lottare per conservare  ai nostri figli questo pezzo di terra con tutti i suoi colori e i suoi odori. E il sapore forte della nostra gente. Anche questa è un’opportunità che possiamo giocarci. Un turismo sostenibile, senza affanno, fatto di piccole e sicure cose. Che non esistono da nessun’altra parte al mondo. Le gru che svettano davanti al mare sono panorami stantii e tristi. Sanno di olio denso e appiccicoso. Sanno di mare raffermo e paludoso. Non sanno di Sardegna.
 

- 35 giorni alle elezioni. Diario di bordo

 
I professionisti della politica

Signor Presidente del Consiglio, ho letto con molto interesse l’intervista apparsa sul quotidiano L’Unione Sarda (10 gennaio 2009)  e vorrei porle alcune domande semplici ed ingenue, in quanto anche io, come Ugo Cappellacci, non sono un professionista della politica e provengo dal mondo del lavoro (inciso piccolo piccolo. Ma lei, è da considerare tra i professionisti o tra quelli come noi, dilettanti?) Dunque, ho scoperto che lei è innamorato della Sardegna, e che intende trasformarla nella più grande oasi ambientale.
Sogna – e questo è bellissimo, mi creda – “un ambiente che possa produrre grandi opportunità di occupazione. Sogno una Sardegna verde che elimini anche i pericoli della desertificazione ricostruendo quella splendida macchia mediterranea devastata in questi anni dalla piaga degli incendi” Mi permetto (e mi scuso) di virgolettare quanto lei afferma perché lei è un vero professionista della smentita  ma che dovrà fare verso l’Unione sarda e non nei miei confronti che non sono un professionista della politica e provengo dal mondo del lavoro.
Ora, quello che lei racconta è davvero meraviglioso – beatiful oserei dire – ma, proprio qualche attimo prima, nella stessa intervista (che può senz’altro smentire, ci mancherebbe) affermava, a proposito di Sardegna che rischia di diventare la terra delle cattedrali nel deserto che: “il mio passato governo, con la giunta Pili, firmò  con l’Eni e i sindacati una accordo di programma quadro sulla chimica con uno stanziamento di oltre 600 miliardi di vecchie lire. Soldi veri, (che significa soldi veri? Perché solitamente i suoi soldi non sono veri???)  che Prodi e Soru hanno reso inutili bloccando progetti e lo stesso rilancio della chimica.”. Signor Presidente ci faccia capire: lei è per un ambiente sole, mare e mandolino (launeddas, Presidente, launeddas) oppure per salvare le cattedrali nel deserto?. E ancora,  come si coniuga questo grande amore per la natura, per il mare, il sole, la bandana, le donne gli amor con  la certezza  che se vincesse Cappellacci la prima cosa da fare è quella di eliminare tutte le leggi che Soru ha promulgato contro la cementificazione delle coste, contro i poveri ricchi?
Signor Presidente, io non sono un professionista della politica e provengo dal mondo del lavoro ma non sono così ingenuo e di gente come lei, che è venuta dal mare, da queste parti ne abbiamo conosciuta tanta. Infatti,  ci teniamo  dentro un vecchio proverbio che io, testardo, ho imparato a memoria : “Furat chie furat in domo e chie benit dae su mare” (Ruba chi ruba a casa sua e chi viene dal mare).
Signor Presidente, mi creda, non è il caso di suggerirci le leggi da abrogare o promulgare né cosa dobbiamo fare della nostra terra. Ci pensiamo da soli. Capisco che lei vorrebbe un’isola di plastica, cotonata, gonfia di ormoni, sudori acidi e sogni da regalare. Capisco che non si rende conto quanto la crisi sia vicino nelle nostre case, capisco che Lei, da buon professionista della politica,  munga le mammelle della demagogia spicciola ma, mi creda, noi sardi ingenui e puri non prendiamo lezioni da nessuno. Neppure da chi vuole un’oasi naturale, colorata artificialmente e magari senza giudici e tribunali. Signor Presidente del Consiglio, mi faccia dire un’ultima cosa: Soru è quello che ha imposto la tassa ai ricchi, quelli ricchi per davvero, Lei compreso. Il suo governo è quello che ha imposto la tassa di 50 euro per ottenere un permesso di soggiorno ad un povero extracomunitario  obbligando ad una fideiussione di 10.000 euro l’immigrato che voglia aprire una partita IVA.
Direi che tra lei e Soru c’è di mezzo il mare. Per nostra grande fortuna.
Senza alcun rancore da un candidato non professionista della politica che proviene dal mercato del lavoro che Lei son sicuro che apprezza ma che, fra qualche giorno ritornerà al suo mestiere perché, mi creda,  vinceranno gli altri, compresi i “falsi non professionisti” che Lei ha “democraticamente” imposto ai sardi. Ma non a me. Né a tanti altri. Almeno spero.
 
Ps: Domani, 11 gennaio 2009, è il decennale della scomparsa di Fabrizio De André. Uno che la Sardegna ce l’aveva dentro e l’amava davvero. Uno che aveva sguardi e rumori di vera libertà. Ed è bello stasera pensare che dove finiscano le sue dita, debba in qualche modo cominciare una chitarra. Signor Presidente. Lei disse un giorno (non so poi se ha smentito) che Gino Strada (il fondatore di Emergency) era un ragazzo con le idee confuse. Ecco, anche Fabrizio De Andrè aveva le stesse idee confuse a proposito di guerra, di amore forte e di fratellanza. Le stesse mie perdute e fortissime idee. Diverse da quelle di Apicella. Non dico migliori, per carità. Ma diverse senz'altro. Molto diverse.


- 34 giorni alle elezioni. Diario di bordo

 
Il giardino di casa nostra.


C’è aria di pausa domenicale anche dentro questa campagna elettorale che, ancora non ha mostrato ferocia. Leggo piccole schermaglie del buon Berlusconi e mi rendo conto che ha trovato la soluzione a tutti i nostri problemi. Centomila posti di lavoro (una volta erano un milione per 20 regioni ma, si sa, con l’inflazione e la crisi…) per noi sardi. E ha trovato anche cosa dovremmo fare. E io, a quel punto mi sono commosso. Berlusconi è il nostro foglietto delle spiegazioni per i mobili che si acquistano all’Ikea. Senza di lui non riusciremmo mai ad avvitare neppure un bullone. Noi non faremo più gli emigrati in Belgio, né dovremo vedere cartelli nei bar della Germania dove scrivevano “Vietato l’ingresso ai sardi”, noi non saremo più costretti ad emigrare a Torino e spaccarci le ossa dentro le fabbriche (Mica solo Cappellacci lavora….) né dovremo abbandonare i nostri ovili per recarci ad Ottana o a Porto Torres dentro una fabbrica che non ha senso. Non dovremo lavorare nei cantieri edili senza assicurazione e senza casco e senza sorrisi, perché c’è la crisi e la crisi c’è anche per i padroni e se crepi diventi un trafiletto in penultima pagina dei giornali nazionali. No, noi se dovessero vincere Berlusconi e Cappellacci (uno che proviene dal mondo del lavoro, lui….) avremo una grande opportunità. Un nuovo grande mestiere. Centomila sardi che ringrazieranno il Nuovo Messia. Noi non faremo più  i camerieri in costa Smeralda, mestiere ben rappresentato sino ad oggi. No, i centomila sardi saranno giardinieri!!! E allora uno pensa: ma perché? Lui risponde che bisogna essere ottimisti che non ha mai visto un pessimista vincere qualcosa. Già. E’ probabile, anche se vorrei discutere con lui di pessimismo della ragione, di Leopardi, di Ungaretti, ma so che è difficile, tremendamente difficile competere con un genio come Berlusconi. Non saremo più camerieri, per fortuna diventeremo giardinieri. Una sola cosa: ma non gli bastava un solo stalliere per Arcore? Tra l’altro dalle nostre parti cresce solo macchia mediterranea. E non ha bisogno di giardinieri. Ma di persone che la salvaguardino.
 
PS: Serata speciale su Rai tre e in altre molte piazze d’Italia. Abbiamo colorato gli animi con le parole di Fabrizio De Andrè. Ho ascoltato con religioso silenzio tutto il programma ed è stato davvero bello osservare che dove finiscono le sue dita dovesse, in qualche modo, cominciare una chitarra. E’ bello pensare che ci sia anche Faber dentro questa campagna elettorale che non gli sarebbe piaciuta. Lui amava davvero questa terra e l’ha lavorata con le sue mani. Lui amava davvero le nostre storie, i nostri fuggitivi attimi e i nostri tenui sorrisi. Ho parlato molto di De Andrè negli spettacoli con gli Humaniora, quelli dedicati ai bambini di Betlemme, agli ultimi, a quelli che non hanno voce. Mi piace pensare che lui oggi, sia qui con me a suggerirmi parole forti e dense, parole che non riescono a solidificarsi. Ma sono nostre.
 
 

-33 giorni alle elezioni. Diario di bordo

 
Il peso docile delle parole.
 
Ci sono parole che entrano dentro e solcano la storia della nostra esistenza. Ci sono parole forti, dure, metalliche, che fanno molto rumore e penetrano sino a scalfire i cuori e le vene e il sangue che si mescola  e si intorpidisce alla ricerca di un ricordo. Ci sono parole che sono enciclopedie della memoria, che quando arrivano, conoscono il loro tragitto. Parole telecomandate che conoscono il sudore della pelle, il caldo della gente, il rumore dei sorrisi, il gioco degli sguardi. I silenti abbracci di chi, davanti all’uscio di una casa antica, saluta chi sa che non rivedrà più. Ci sono parole che sono dentro questa terra ed è bello poterle calpestare, perché sono nostre, perché ci appartengono e non si possono barattare. E’ difficile in una campagna elettorale accompagnarsi a delle semplici parole. L’errore più grande è quello di disegnare grandi orizzonti, enucleare mirabolanti soluzioni, avere in tasca l’elisir della felicità. Come se fosse facile dentro la nostra terra arida e forte e dura e cattiva e placida e dannatamente nostra. Dunque le parole. Occorre trovarle, scovarle, stanarle negli anfratti della memoria, dentro i ricordi, nei disegni della nostra coscienza,  dove non c’è spazio per i grandi gesti, le grandi soluzioni. Siamo, in realtà, un piccolo popolo testardo e solitario. Ma degno. Da qui dobbiamo ripartire. Non ci piacciono quei signori che arrivano con le loro parole di plastica che ci raccontano che dobbiamo accorpare le scuole nei territori, che non servono queste piccole comunità in questi paesi dove i bambini non hanno i numeri per sopravvivere. Come se fosse una loro colpa l’essere pochi dentro paesi vuoti e vecchi. Questi signori che voglio chiudere le piccole scuole non conoscono la dignità per il futuro e non sanno colorare i sorrisi dei bambini. Non ci piacciono quei signori che ci presentano il maestro unico. Come il pensiero unico. Noi, figli di mille rivoli di sangue e di mille modi di colorare il cielo non ammettiamo l’unicità dei pensieri. Non ci piacciono i singolari. Siamo cresciuti dentro plurali enormi, fatti di contraddizioni , ma con facce ritagliate in tante piccole voci che sono lingue e che hanno il rumore della vita. Non ci piacciono quelli che ci propongono un’educazione limitata. Che vogliono, in qualche modo, chiudere con gli adulti. Che pensano che non si possa più crescere e ricrescere, vedere e rivedere, scoprire e riscoprire, amare e riabbracciarsi. Non ci piacciono quelli che non sanno dare risposte alla scuola, ai bambini, ai docenti, agli operatori, ai libri, alla memoria. Non ci piacciono quelli che volano veloci sopra ogni cosa perché l’economia globale  così ha deciso. Non ci piacciono quelli che non sanno soffermarsi e che usano il futuro solo come metro per un ottimismo che non c’è. Che non sanno misurarsi con il proprio passato e le proprie ombre e le ataviche paure. Non ci piacciono quelli che usano la matita rossa solo per gli altri, che non ammettono i propri errori. Che non sanno insegnare ai propri figli, perché non hanno avuto la pazienza di imparare. Un buon consigliere regionale dovrebbe essere curioso di ciò che gli accade intorno. E non avere mai troppe certezze. Ho sempre amato il dubbio che porta alla discussione. Ho sempre amato le parole. E ho terribilmente amato e amo questo fazzoletto di terra. Che è mia. Con tutte le sue contraddizioni. Comprese le mie. Ho sempre amato e amerò per sempre questo popolo che ha saputo diffidare per sopravvivere e costruire parole nuove partendo da quelle antiche.
 

- 32 giorni alle elezioni. Diario di bordo.


 
Piccole sorgenti di opportunità dentro la nostra terra
 
Ho telefonato ad una carissima amica che attualmente vive a Milano. Mi ha raccontato velocemente che si sveglia molto presto per arrivare ad una fermata della metropolitana, poi un cambio, infine un autobus per giungere finalmente sul luogo di lavoro. Una casa per anziani dove lei lavora come animatrice. L’avevo chiamata nel tardo pomeriggio ma il suo cellulare squillava senza dare nessuna risposta “Perché ero in autobus e ho paura ad aprire la borsetta”. Bellissima questa  atavica diffidenza sarda. Quasi commovente. Non ha cambiato l’accento e, anzi,  è molto orgogliosa di essere e sentirsi sarda in un luogo difficile come Milano. Difficile perché si vive a stento e con molti sacrifici. Guadagna con un contratto interinale che scade a Maggio 1.100 euro netti. “Il fine settimana però vado nei supermercati e faccio propaganda a prodotti da acquistare. Arrivo, alla fine del mese a circa 1.500 euro, ma ne pago 500 d’affitto.” La mia amica è laureata, quando era in Sardegna dopo gli studi, dava una mano in carcere e riusciva a far ottenere la “disoccupazione” ai detenuti che avevano lavorato solo per qualche mese. Lei, da disoccupata.
Ha successivamente partecipato a diversi concorsi, ha studiato – e tanto – ma è attualmente idonea ad un posto per educatore penitenziario. Un concorso che tarderà ad arrivare a destinazione. E quel concorso, tra l’altro lo hanno vinto in molti. Alcune vincitrici le conosco benissimo e sono davvero brave e preparate. Ma aspettano. Aspettano un treno che cambia spesso binario, perché il governo berlusconi ha deciso di non investire sulla Giustizia e neppure sulla rieducazione. Soldi buttati, ha detto qualcuno. Mica ci finiamo noi in galera. Che ce ne facciamo degli educatori?. Ecco, questi ragazzi che aspettano una risposta da un governo sordo e cieco tentano altre strade. Sperano in piccole occupazioni. Chiedono, si muovono, mandano curricula. Ma non basta. In Sardegna è sempre tutto più complesso, più acerbo, più duro. Ecco, in Sardegna ci vuole l’amico. Non sempre funziona ma aiuta. L’amico può fare promesse e anche se non mantiene niente,  ma non è questo il problema. Il nostro amico non ha questo problema. Non se lo pone neppure. Ho visto i volti di molti candidati in questi giorni. Alcuni non li conosco affatto, di certi ne conosco la cristallina onestà e buonafede. Di alcuni ne riconosco le palpebre. Socchiuse e gonfie. Che, quando le stringono  non sai mai se stanno per piangere o vogliono, più semplicemente, restringere il proprio orizzonte su se stessi, chiudendo lentamente gli occhi. Io ho visto molte di queste persone porgerti  velocemente la mano aggiungendo frasi sconnesse: “Vedremo, si può fare. Non ti preoccupare” (ricordano la bellissima locuzione della canzone di Jannacci: “Eh… se me lo dicevi prima… ma prima quando…. prima… prima) In questa campagna elettorale, dove molti contano i mandati e i veti e la voglia di essere dentro il consiglio regionale in nome del popolo sardo,  non ho sentito nessuno che sentisse l’esigenza di dire basta a questa precarietà che ci divora, a questo girovagare per l’Italia,  perché da noi non ci sono possibilità. E non ci sono perché nessuno ha saputo capire le esigenze di un popolo che voleva costruire il proprio futuro ed è stato costretto a guardare immagini prodotte da altri. Non abbiamo bisogno di un altro piano di rinascita. E’ vero. Abbiamo bisogno di investire e di credere in noi stessi. Abbiamo bisogno di rilanciare le zone interne di questo paese, lavorare per la memoria e la cultura, abbiamo bisogno di ridisegnare un turismo sostenibile. Abbiamo bisogno che la nostra gente non debba fuggire dentro un Nord cupo e poco sorridente, abbiamo bisogno che i nostri laureati, le nostre forze intellettuali possano provare a costruire piccole sorgenti di opportunità dentro questa terra. Che è acre, dura e forte. Ma  è  nostra. Abbiamo la possibilità di scommettere sulle cose che produciamo, su un settore come il turismo che deve puntare sulla qualità. Abbiamo la possibilità di scommettere su noi stessi. La mia carissima amica ha detto che tornerà in Sardegna per le prossime elezioni. Ha detto che non può mancare. Perché nonostante Milano, le metropolitane, Sesto San Giovanni, la nebbia, i pochi euro, ha detto che il suo voto per Soru può essere decisivo. Grazie le ho risposto. E mi sono commosso.
 
 
 

-31 giorni alle elezioni. Diario di bordo

 
L'ultimo spettacolo


Capisco la tristezza che nasce quando, sull’ultimo fotogramma del film, gli attori, quelli consumati, quelli bravi, quelli che hanno vinto tutto, lasciano la scena. Con un rumore sordo, con una musica gonfia di acuti violini che inondano il palcoscenico. E la frase, la frase dovrà essere ricercata, con voce roca, strascicata, ridondante, da ricordare. Perché gli attori consumati, quelli veri, hanno sempre una frase per entrare nella memoria della gente. Alcuni usano frasi nichiliste (Moretti in Palombella Rossa: Ma come parla… e ancora, Moretti in Caro diario: “Di qualcosa di sinistra. Di qualcosa”) altri hanno il futuro davanti, con il rosso d’un tramonto infuocato (Rossella O Hara in via col vento: “Domani è un altro giorno”) oppure ti lasciano con frasi echeggianti (il finale di Il brutto, il buono e il cattivo: “Biondo… sei in grande figlio di….” dentro la musica del magnifico Morricone che avanza). Insomma, gli attori, quelli veri, hanno sempre diritto ad un finale grande, incantevole, forte, durevole. Mi ha quindi meravigliato la frase ad effetto di un attore che cavalcava le scene da molti anni. Un attore che ha sempre amato la parte da “protagonista”. Ha deciso di abbandonare il set e, con passi dolci, felpati, cavalcando il teatro ha dichiarato: “Decido di non candidarmi e mettere la mia esperienza a disposizione del partito”. Addio. Domani è un altro giorno, Passoni ricordatelo.
Non riesco mai a capire se i grandi attori recitano sempre, anche quando i titoli di coda sono passati o se, dentro qualche piccolo angolo della loro anima hanno un cassetto per se stessi e per le loro emozioni.  Non lo so. Non l’ho mai capito. L’Onorevole Spissu è uno di quelli. Compassato, docile, barba in sintonia con l’ideologia, sorriso che riporta a foto ottocentesche. Ha dichiarato, proprio stasera,  che abbandona il proscenio. Si mette a disposizione del partito. Mica della gente. Del partito. Alberto Sordi, buon conoscitore dei difetti italiani avrebbe dolcemente risposto: “Ma de che?” Oppure, parafrasando un suo grandissimo film (un americano a Roma) poteva riadattare il monologo con gli spaghetti: “ Spissu, tu me provochi e io mo’ te magno” . Perché, in realtà, le regole del gioco erano chiare e limpide. Due mandati e si torna a casa. Poi i mal di pancia, le voglia incontenibile di far valere le regole per gli altri e non per se stessi (e se qualcuno dice che non è leale, lo si taccia di giustizialista…). Bene avrebbe fatto l’Onorevole Spissu da subito, dal giorno successivo alla caduta della giunta a dichiarare, da buon attore che conosce le parti a memoria, che lui non avrebbe accettato altre candidature, che sarebbe tornato, tranquillamente, al suo lavoro. Che il servizio (perché la politica è un servizio) era finito. Adesso tocca ad altri. Ecco, questo avrebbe dovuto fare il buon Spissu. Ed invece, come nei peggiori b-movie (film di seconda categoria) ha ripetuto troppi ciak e la recitazione era frammentaria, ma la speranza era legata al fatto che, in ogni caso, il film avrebbe avuto successo. Non era così. L’abbandono dalle scene è molto mesto. Mi auguro soltanto che il partito per il quale l’Onorevole Spissu si è messo a disposizione gli dica, amorevolmente di fari da parte. Che abbiamo bisogno di gente che ritorni tra la gente a confrontarsi. Questo sarebbe stato un bel gesto. La bella frase. Che mi sarei aspettato. Che ci saremmo aspettati: “Torno al mio lavoro”. E l’Onorevole Spissu non ha pronunciato. Peccato. Perché tutti aspettavamo un gran finale. Che non c’è stato. Siamo andati al cinema per vedere un film acerbo e forte e ci siamo trovati davanti ad una pellicola passata troppe volte davanti agli occhi. E l’attore protagonista ha perso un’occasione.
 
Ps: E’ chiaro che dall’altra parte (Partito delle Libertà)  il problema dei due mandati non se lo pongono neppure. Quindi non potevo discuterne. Ma la questione morale non si osserva mai dall’alto in basso. Si comincia da casa propria. E scrivere questo pezzo mi ha procurato molto dolore.
 
 
 

- 30 giorni alle elezioni 15/1/2009

 
 La sostenibile forza dell'essere

Un carissimo elettore mi ha scritto (a proposito dell'articolo sulla mia amica emigrata a Milano) che condivideva, in linea generale l'impostazione, ma che non potevo dimenticare anche chi non aveva conseguito la laurea e non riusciva a trovare lavoro.

Non lo dimentico. Anche perché provengo da una famiglia di operai e di emigranti (ho un'altissima percentuale di zii emigrati in Belgio e in Olanda e in Germania che ha lavorato nelle fabbriche e nelle miniere e ho un'altissima percentuale di cugini ormai olandesi e francesi e tedeschi) e capisco le difficoltà che oggi si riscontrano tra i giovani, laureati e senza titolo di studio. Io sono per un futuro diverso, un futuro concreto, dove al centro di questo complicato futuro deve esserci “la persona”. Ho sempre creduto fortemente negli uomini. Ci ho creduto – e ci credo – sostanzialmente per mestiere, scommetto quotidianamente sui presunti “ultimi” e quindi, non potrei non essere d'accordo sul fatto che tutti debbano avere diritto alla propria parte di riscatto.

Ho sempre creduto però anche nel sapere e nella conoscenza. Che non significa avere una laurea. Mio nonno – analfabeta – era un poeta estemporaneo. Ed era bravissimo. Almeno così raccontavano le persone che lo ascoltavano nelle piazze dei paesi dove ebbe modo di esibirsi. Mia nonna aveva una scrittura sottile e minuta. Scriveva piccole frasi ma aveva mani forti, tanto da riuscire a portare avanti una famiglia di undici figli. Il sapere era nel fare e nel saper fare. E' chiaro che oggi dobbiamo riuscire ad affrontare il futuro con occhi diversi. Oggi non è più possibile non scommettere sull'istruzione e sula formazione, oggi non è più possibile dimenticare il terzo fattore per la crescita intellettuale: Il saper essere. Ecco, su questo dobbiamo confrontarci. Su una formazione che parta dall'esperienza ma che ci porti a qualificare le imprese e il lavoro. Non dobbiamo puntare sulle cattedrali nel deserto, sulle grandi fabbriche, su quell'alienazione che non ha futuro. Dobbiamo, invece, puntare su un'impresa sostenibile, basata essenzialmente sulla qualità. Dicevo sempre ai detenuti del carcere di Alghero impegnati nelle varie lavorazioni: “Noi non dobbiamo aspettare che qualcuno ci acquisti il prodotto perché siamo detenuti e quindi, qualcuno si sente in dovere di farlo per un atto pietistico. Noi dobbiamo vendere il prodotto perché siamo i più bravi.”

Ecco. Non è importante avere la laurea o il master. E' importante credere nella possibilità di essere protagonisti. La nostra terra ha qualità e offerta da vendere. Dobbiamo riuscire a esportare questa ricchezza. Questo è un punto su cui credo. E ci credo fortemente. Mi auguro che ci siano tanti sardi disposti a credere in se stessi e nella loro terra.




 
 
 

- 29 giorni alle elezioni

 
 

Il peso delle parole


Prima trasmissione dove sono stato presentato come “politico”. E' la prima volta che mi capitava. Ho scelto la camicia giusta, righine blu, cravatta blu con piccolo sfondo giallo. Piccoli accorgimenti estetici e molta paura in tasca. Perché in televisione o nelle presentazioni di libri e nei convegni, alla mia presenza avevo sempre dato un senso. Stasera dovevo trovarlo. E non è stato facile. Eravamo in quattro. Un esponente dell'UDC (quelli di Casini che, in Sardegna, stanno con il padrone), uno di rifondazione comunista (che sta, ovviamente con Soru) e un esponente del partito socialista italiano che ha un proprio candidato alla presidenza. Il giornalista, un giovane ragazzo con una giacca completamente sbagliata, si presenta in maniera docile. “Vi faccio alcune domande sull'attualità nazionale per poi passare a come ha lavorato la giunta Soru, il problema del lavoro, dell'ambiente, della chimica (la chimica? Cioè? Mi chiederà le formule? Organica o inorganica? Dio avevo sempre sette in chimica, ma è passato un secolo....) del PUC del PPR, della Legge 4, della formazione e di altre piccole cose.”
Sorrido. Un sorriso docile che nasconde il mio grandissimo imbarazzo. Non sono fatto per questo mestiere e questo mestiere non è il mio. Non potrà esserlo. Ci sediamo con malcelata calma mentre ci microfonano. Tutti hanno sguardi compassati. Sono stati e sono sindaci o vicesindaci, sono stati o sono assessori, vice presidenti di qualcosa. Quando il giornalista mi chiede come dovrà presentarmi disegno un'espressione simile a quella di una diga che sta per crollare. Lo guardo. Mi guarda. Lo osservo. Guardo la mia agenda dove avevo parcheggiato qualche parola da usare durante il dibattito, un po' come le rotelline che si inseriscono dietro le biciclettine dei bambini. Per non cadere, mi ero detto. Per non cadere subito, meglio appuntarsi qualcosa. Fa molto politico. Forse. Il giornalista mi guarda e aspetta. Con una faccia di quelle che non riescono ad attendere, da ultimo metrò: “Scrittore, dico. Anzi, lettore che scrive libri.” E' più carino.
Sorride e decide -almeno così credo – di cancellare il mio volto dagli ipotetici politici dei prossimi anni. Sguardo che dice:”Questo non potrà mai andare avanti.”
Prime domande e prime timide risposte. Non trovo le parole, non le cerco neppure sull'agenda, la biciclettina vacilla, ondeggia, vedrai che cado, vedrai che cado.
E invece..... qualcosa dico e tutti ascoltano. Con una certa attenzione. Parlo in maniera fluida, come sono abituato a fare nelle mie presentazioni. Tento di essere semplice, ma non semplicistico. Muovo troppo le mani. Lo vedo dal monitor, ma sono gesti che camminano da soli. Gesti del sud. E allora continuo a mordere i pensieri, a stare attento a dover spiegare. Parlo della formazione e dico che Soru è una metafora. Si, dico proprio così. Questo primo mandato si è basato sul fare e saper fare. Il secondo dovrà puntare sul saper essere. Nessuno dice niente. Nessuno afferma che sono sciocchezze. Sono visibilmente compiaciuto. E spaventato. Dalla domanda sulla chimica. Che il giornalista, puntualmente pone. Mi chiede della SIR, dell'industria, dei posti di lavoro. E dico che non si scherza sulla pelle della gente, che non si promettono 100.000 posti di giardiniere a gente che lotta quotidianamente per mantenere piccole frattaglie di occupazione. Dico che il problema della chimica è atavico, che è tra le priorità del prossimo consiglio regionale, che dobbiamo pensare ai nostri giovani, dico anche che loro aspettano una risposta da una generazione che è in declino e che dobbiamo preoccuparci di essere la prima generazione, dopo tanti anni, a regalare ai nostri figli un futuro peggiore di quello che abbiamo conosciuto noi. Poi vorrei dire tante cose, vorrei parlare di dignità, del lottare per non essere servi. Riesco ad aggiungere, velocemente, che dobbiamo riappropriarci della nostra memoria e di essere fieri della nostra gente. Sono stato troppo precipitoso, giocavo troppo con la penna.
Ma non sudavo.
Raggomitolavo pensieri mentre gli altri candidati dimostravano tutta la loro bravura. Snocciolavano pacchi di appunti, percentuali, numeri mirabolanti, norme, strategie.
Bravi. Soprattutto uno. Il socialista. Era davvero dentro la parte. Me lo vedevo già consigliere regionale. Bel sorriso e sguardo forte. Da socialista. Poi ha detto qualcosa che ha calpestato il mio umore e ha risvegliato la mia coscienza. Ha detto che Soru era un arrogante e che dovevamo ritornare al primato dei partiti. Allora, quando il giornalista mi ha concesso la parola, con la leggerezza di un attore consumato che regalava la scena ad uno che non avrebbe mai avuto la parte in nessun teatro della politica, ho guardato forte dentro la mia agenda. Non c'erano le parole, C'era soltanto una piccola frase che avevo appuntato: “Dobbiamo essere protagonisti”.
Ho guardato dentro il monitor, ho osservato lentamente detnro l'occhio della telecamera e ho detto che quella frase non mi piaceva. Non mi era mai piaciuta. “Sono per altri tipi di primato, ho detto. Quelli della gente e per la gente.”
Ci siamo salutati con sguardi tesi e poco concilianti. Sarò un pessimo politico mi sono detto. Non ho le parole adatte. Rientrando a casa, su rai tre parlavano di Fabrizio De Andrè e passavano le sue canzoni. Mi piaceva quella frase finale, quella frase che è un bel programma politico: “ e mai che mi sia venuto in mente, di essere più ubriaco di voi, di essere molto più ubriaco di voi”.
Adesso, io non so se ho superato l'esame. Ma lo volevo raccontare in qualità di lettore che scrive e che ama guardare le cose da dentro. Non ho le parole adatte ad ogni circostanza, ma ho parole. E alle parole ritorno. E con le parole sorrido e penso e rifletto. E ascolto. E aspetto. Perchè le parole ci uniscono e raccontano storie. Come questa.



- 28 giorni alle elezioni

 

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