Mi ha sempre colpito la scelta “estrema” del suicidio. Mi ha colpito perché, in qualche modo, è la morte che manovriamo, questo oscuro oggetto che sembra non appartenerci, che teniamo lontano dai nostri assilli quotidiani. Mi ha dunque colpito la scelta della femminista Roberta Tatafiore che, a 66 anni e dopo aver lasciato un diario dei suoi ultimi tre mesi di vita (dove ci racconta come si è organizzata, che libri ha letto e come ci si prepara al suicidio) ieri , dopo aver scelto un albergo vicino al suo appartamento nel quartiere dell’Esquilino, a Roma, Roberta si è tolta la vita. Aveva lavorato per anni al Manifesto e a Noidonne e per il mensile Lucciola. Successivamente aveva effettuato scelte radicalmente opposte scrivendo sul Secolo d’Italia.
Quando si muore si muore soli, cantava il poeta De Andrè. Ed è vero. E’ sempre vero. Anche Pavese ci racconta che non ci si uccide per amore di una donna ma per i risultati di quell’amore contorto, sofferto non compreso e non condiviso. Non so perché Primo Levi dopo aver vissuto le atrocità di un campo di concentramento, abbia deciso di uscire di scena con il suicidio. Forse perché è apparentemente una scelta senza clamore. Una non scelta. O, come profetizzava sempre Pavese “un vizio assurdo”. E’ un modo per salutare senza far rumore o senza far troppo rumore. Un tempo i suicidi non godevano della celebrazione religiosa cattolica e i corpi venivano sepolti in terra “sconsacrata”.
Pensavo al clamore degli ultimi mesi intorno alla povera Eluana. Un clamore fatto di molte iporcrisie, di falsa consapevolezza e di credere, sbagliando, che possiamo scegliere per gli altri. Non è così. Siamo così goffamente fragili che non possiamo neppure immaginare cosa l’altro stia pensando quando è davanti a noi. Ad alcuni questa fragilità fa paura. Ma è, in realtà la forza della libertà e di poter scegliere da soli, anche come morire. A che punto della vita va spento il nostro interruttore. Non è una questione di coraggio o vigliaccheria. E’ una scelta. E le scelte si rispettano sempre. Un caro e affettuoso saluto a Roberta Tatafiore che ha scelto, a modo suo e consapevolmente, di andare a vedere cosa c’è nel lato oscuro della morte. Del non ritorno. O se preferite in un tempo incontenibile e inconfessabile. In un mondo narrato da molti ma senza neppure una fotografia.
16 aprile 2009